Gocce di memoria: addio a Isao Takahata | Speciale | Ondacinema

Gocce di memoria: addio a Isao Takahata

Gocce di memoria: addio a Isao Takahata

di Giuseppe Gangi

Il suo nome è noto in Italia solo ai cinefili e agli appassionati, eppure Takahata ha avuto un ruolo chiave nel mondo degli anime, dagli anni 60 fino alla fondazione dello Studio Ghibli. Un nostro ricordo del Maestro, scomparso il 5 aprile

 

Un profilo discreto quello di Takahata Isao. Non era un divo e il suo volto non era fra i più riconoscibili del cinema internazionale e, forse, per alcuni, nemmeno il suo nome, a meno che non si fosse iniziati al culto dello Studio Ghibli, che egli aveva fondato il 15 giugno 1985 insieme a Miyazaki Hayao e a Suzuki Toshio. Anche per questo la sua scomparsa, avvenuta il 5 aprile 2018 a Tokyo, non ha fatto molto parlare sé: le testate giornalistiche hanno relegato la notizia in fondo ai loro siti web, parlandone sbrigativamente come del "papà di Heidi" e del collega del ben più celebre Miyazaki, sui social network non si è assistito al solito florilegio di "RIP", "coccodrilli" e citazioni della sua opera. 

Takahata, nato il 29 ottobre 1935, aveva 82 anni. Aveva realizzato nel 2013 il suo ultimo film, quel capolavoro testamentario che è "La storia della Principessa Splendente", mentre nel 2016 è stato presentato al Festival di Cannes "La tartaruga rossa" di Michaël Dudok de Wit, progetto a lungo coltivato insieme all'animatore belga e co-prodotto con lo Studio. La morte di Takahata non è quindi quella di un giovane artista ancora a metà del guado, ma di un uomo anziano pienamente realizzato. Non di meno, la sua dipartita ci appare simbolicamente come una cesura epocale, concludendo un'età dell'oro del cinema d'animazione: con Takahata non scompare soltanto una metà dello Studio Ghibli, ma anche uno dei padri dell'anime moderno. Per spiegarne la rilevanza, racconteremo un vecchio aneddoto, così da sgomberare il campo dal malinteso generato dal maggior successo e notorietà di Miyazaki; infatti, al contrario di quanto alcuni, erroneamente, siano portati a credere, Takahata non solo ha avuto un ruolo chiave nello sviluppo dell'animazione giapponese per come la conosciamo oggi, ma la sua persona è stata centrale anche nella maturazione artistica del più giovane Hayao. Quando quest'ultimo entra alla Toei Animation, nel 1963, Takahata vi lavora già da quattro anni, dopo una laurea in letteratura francese e la passione cinefila per l'animazione europea. Insieme al suo senpai, Ōtsuka Yasua, Takahata è in prima linea nelle infuocate lotte sindacali di quegli anni: nel 1965 la Toei concede, almeno inizialmente, a Ōtzuka carta bianca sui contenuti per un progetto da realizzare in modo creativo e indipendente; questi affida la regia a Takahata (mentre Miyazaki cura i fondali) che rilascerà la pellicola nel 1968, dopo tre anni di lavorazione (dagli otto mesi previsti). Il film è "La grande avventura del piccolo principe Valiant" (ma la traduzione letterale dell'originale suonerebbe "Il principe del sole - La grande avventura di Horus"), un'operazione ardita che si risolve in un flop commerciale tra gli strali della dirigenza Toei che costringeranno Ōtsuka e Takahata a lasciare lo studio l'anno dopo. Quest'opera sfortunata è oggi giustamente considerata una pietra angolare di un'animazione giapponese moderna, che sperimentava tecniche originali e provava ad esplorare tematiche più adulte, smarcandosi dall'idea che gli anime fossero prodotti per l'infanzia. Anche la serie televisiva "Heidi", che in Italia ha avuto uno straordinario riscontro di pubblico, ha un considerevole peso storico: apre, infatti, le porte alla trasposizione di vari romanzi per l'infanzia della letteratura occidentale in anime, nella serie nota come "World Masterpiece Theatre" e che, tra i titoli, vedrà "Marco - Dagli Appennini alle Ande" e "Anna dai capelli rossi".  

La fondazione dello Studio Ghibli rappresenta il grande sogno che si compie: Takahata e Miyazaki hanno finalmente la possibilità di lavorare in totale autonomia artistica, portando avanti non solo una personale visione dell'animazione ma anche del mondo. Infatti, seppur in forme diverse, il cinema targato Ghibli è composto da un corpus di opere attraversati da tensioni e tematiche comuni. La sensibilità ecologica di Takahata, il suo rapporto tutt'altro che pacificato con la modernità e la fortemente gerarchizzata società giapponese si intravvede in tutta la sua opera (a partire proprio da "La grande avventura del piccolo principe Valiant") e anche in quella dell'amico-collega-rivale Miyazaki, che ha inevitabilmente influenzato. Nei trent'anni dello Studio Ghibli, Takahata realizza soltanto sei lungometraggi, ognuno dei quali lungamente meditati ed elaborati. Il primo è "La storia dei canali di Yanagawa" (1987), progetto dalla storia produttiva particolare, nato d'animazione per poi divenire un documentario, dopo che il regista, a Yanagawa per un sopralluogo, si innamora dei luoghi e dei racconti dei cittadini del posto. Il secondo è una vetta assoluta dell'anime, "Una tomba per le lucciole" (1988), viaggio neorealista nella tragedia della guerra, capace di far piangere generazioni di spettatori con la sua sapienza nel mostrare la crudeltà degli uomini attraverso gli occhi incantati dei bambini. Tra l'arrabbiato (ma col sorriso) "Pom Poko" e lo straordinario "I miei vicini Yamada", vorremmo ricordare uno di quei titoli Ghibli che speso passano colpevolmente in secondo piano, ossia "Pioggia di ricordi" (1991). È un film assolutamente anomalo per i canoni dell'animazione: la protagonista è una donna di ventisette anni che vive e lavora a Tokyo, ma decide di prendersi una vacanza per andare a lavorare in campagna; Takahata tesse la narrazione per flashback, giustapponendo episodi dell'infanzia al presente della protagonista, rappresentando con una cura da vero antropologo le differenze della vita in città da quella in campagna. Poteva non essere un'opera animata, ma la sua grandezza sta nel riuscire a coniugare l'acume intellettuale del suo autore alla delicatezza del tratto disegnato, all'umorismo sottile che permea e alleggerisce una narrazione densa che si srotola come un lungo rimpiattino tra passato e presente, finché le stagioni precedenti della vita e quelle attuali, in qualche modo, non si riconciliano. Ed è così che vogliamo salutare un gigante come Takahata Isao mentre, come la Kaguya-hime de "La storia della Principessa Splendente", fa ritorno nella sua eterna dimora lunare. Arigatō, sensei.

 

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