Habitat [ Piavoli ], intervista agli autori | Speciale | Ondacinema

Habitat [ Piavoli ], intervista agli autori

Habitat [ Piavoli ], intervista agli autori

di Claudio Zito

Incontro con Luca Ferri e Claudio Casazza, autori di "Habitat [Piavoli]", delicato omaggio al maestro autore de "Il pianeta azzurro"; all'appartamento fuori dal tempo, immerso nella natura in cui vive; al suo modo estraneo a qualsivoglia schema di fare cinema



La prima domanda è molto semplice: perché Franco Piavoli?


Casazza. Perché entrambi lo amiamo. L'abbiamo conosciuto personalmente, anche se in circostanze differenti. Io ho lavorato nel backstage di un suo cortometraggio, che ha girato a Bobbio, e ho avuto occasione di conoscerlo come regista ma anche, per quindici giorni, come uomo. Ho così seguito un percorso sia registico che umano che mi ha fatto venire voglia di raccontarlo.

Ferri. Perché è un autore locale, che partendo dal suo orto di casa, da minuzie, fa però un cinema universale e lo fa in modo consapevole, non voyeurista, con una grande credibilità di fondo e un rivelante approccio estetico. Un cinema discreto, non urlato, che non ha nulla di classico e che è sovversivo. E che si poggia su fondamenti solidi e atemporali, tanto da essere difficilmente collocabile in un periodo storico preciso. "Il pianeta azzurro" potrebbe essere stato girato oggi, come vent'anni prima della realizzazione. Piavoli ha interiorizzato la lezione del Novecento, ma senza eccessi e prese di posizione categoriche.


Come mai nel film compaiono spezzoni dei suoi primi film, dai cortometraggi fino a "Il pianeta azzurro", ma non gli ultimi lungometraggi "Nostos", "Voci nel tempo" e "Al primo soffio di vento"?

Ferri
. Ci interessava iniziare con "Evasi" e far vedere la prima parte della sua cinematografia, a partire dai cortometraggi, che prima del recupero effettuato dalla Cineteca di Milano erano stati poco visti. E ci interessava anche il Piavoli fotografo. È un Piavoli diverso dal successivo. Penso poi che non si potesse chiudere in modo diverso che con la scena del "Pianeta" in cui un'inquadratura fissa immortala i contadini che stanno andando a dormire, con quella porta che si chiude, quelle luci che si spengono, e che lasciano infine lo schermo completamente nero. L'azione è immobile e racchiude tutto il suo cinema e la lezione di pittori come Giorgio Morandi e Piero della Francesca.

Casazza. I lavori iniziali li ha spesso girati vicino a casa, appunto nel suo habitat, anche per la presenza della moglie. Poi abbiamo inserito "Il Pianeta azzurro" che, semplicemente, è "Il Pianeta azzurro". Gli spezzoni che abbiamo messo bastavano e avanzavano. C'è chi dice che c'è poco Piavoli, per noi ce n'è anche troppo. Non volevamo essere didascalici e riteniamo che quegli accenni siano esaustivi.


Aprite con uno spezzone di "Evasi", in cui il Nostro, in maniera geniale, riprende i tifosi allo stadio e non la partita. In questo modo il vostro film parte, per usare una metafora musicale, con un'ottava alta, per poi ripiegare nell'intimità dell'appartamento del regista. Vi chiedo il motivo di questa contrapposizione tra l'incipit e il resto della pellicola. E in che modo avete ripreso la casa di Piavoli? È davvero così, o avete in parte manipolato le immagini?

Casazza. L'incipit si presta almeno a due-tre livelli di ragionamento. Inquadriamo gli spettatori, mostrandoli in una situazione diversa dal loro vivere quotidiano, e poi stacchiamo su quella che è la quotidianità di colui che li ha ripresi. E, sul piano meramente estetico, lo stacco funziona bene. Quanto alla casa di Piavoli, invece, è proprio così, è una casa degli anni '20 acquistata dal padre. Per come è, rappresenta perfettamente l'uomo e il suo cinema. Vi sono nature morte i cui elementi sono stati raccolti da Piavoli insieme alla moglie. Nella mia visione rappresentano sia la vita che la morte, nonché loro due medesimi che li hanno recuperati, assemblati e messi in quadro, e la loro arte. La nostra ripresa delle stesse è un ulteriore piano di lettura.

Ferri. Questa è una domanda indispensabile per delineare la struttura del nostro lavoro. Vediamo lo stadio di Brescia - la sua città - ed è una sequenza frastornante. Poi si cambia completamente, si abbassano i toni. Ma la parte finale è un ulteriore colpo di teatro, con l'ingresso di me e di Claudio e il disvelamento del meccanismo del cinema. Il film poteva essere più composto, omogeneo, "furbo", tutto per sottrazione, ma abbiamo voluto inserire un secondo stacco, con cui entriamo in maniera forte.


Un aspetto che non è stato messo in evidenza nelle recensioni di "Habitat" pubblicate fino ad ora riguarda i libri di casa Piavoli, che suggeriscono le sue influenze culturali. La vostra è a mio avviso una scelta encomiabile per sintesi e pregnanza (si tratta di brevi oggettive senza spiegazione alcuna). Ed è un piacere vedere le copertine di quelle edizioni vecchissime, coi nomi propri italianizzati per gli autori stranieri. Quante di queste influenze si ritrovano nella visione del mondo del cineasta?

Ferri. Effettivamente sei la prima persona che fa notare questa cosa, mai emersa in tanti incontri. Le immagini dei suoi libri ci parlano più delle nostre parole; noi non siamo, a volte, pronti al linguaggio verbale. I libri sul naturalismo, o quelli di Beckett, cosi come le erbe, i mobili e tutti gli oggetti ci dicono tantissimo, e senza fronzoli, del loro proprietario, sono tasselli di un mosaico che tratteggiano una grande persona, alla cui essenza noi arriviamo per derivazione.

Casazza. Facciamo pure qualche nome: Lucrezio, Lukács, i manuali di storia naturale, Freud e Lenin messi vicini, tanti altri... In particolare, quelli di cui si vedono solo le copertine una in fila all'altra rappresentano, a suo stesso dire, le sue principali influenze. Anche se noi nel film non lo riportiamo.


Sveliamo un piccolo segreto. In fase pre-montaggio il film includeva alcune frasi molto polemiche verso il cinema, inteso come macchina di costruzione di emozioni fasulle. Come mai sono state rimosse? E per voi il lavoro di Piavoli è anti-cinema, o al contrario cinema allo stato puro?

Casazza. Per me è un cinema diverso. Le frasi tolte erano forti ma pleonastiche, la sostanza rimane intatta, poiché parliamo di cinema-meccanismo, di cinema manipolatorio, ingannevole, di differenza tra documentario e finzione. Qualcuno ci ha detto che questa parte è troppo ovvia. Però, intanto siamo riusciti ad asciugarla togliendo due minuti, poi un minimo di spiegazione può facilitare la visione dei non addetti ai lavori. Ovviamente questo non è un film per il grande pubblico, ma non deve essere neanche per pochi eletti.

Ferri. Piavoli è prima di tutto un grande uomo, dotato di grande umanità. È poi anche un grande intellettuale che, forse grazie alle sue salde radici contadine, non si atteggia. Il suo cinema ha una forte pertinenza con la sua figura. Sussiste un transfert dalle sue opere alla sua persona e viceversa. Non che questo sia necessariamente utile a capire il suo cinema... diciamo che è un'esperienza mia, che personalmente mi aiuta a rendermi conto di quanto sia credibile quello che vedo.


Molti hanno scritto, a mio avviso impropriamente, che il vostro è un film girato nella maniera in cui l'avrebbe girato Piavoli stesso. Cosa ne pensate?

Ferri. Chi l'ha scritto pensava di fare un complimento, ma chi ha visto "Magog" o miei altri lavori - non per peccare di presunzione, eh! - confermerà che c'è continuità stilistica e visiva: la camera è fissa, all'interno di questa fissità si muovono le cose. E se non si muovono non c'è problema, si muove qualcos'altro. Inoltre, le musiche di Dario Agazzi rivestono una notevole importanza e conferiscono un'impronta riconoscibile.

Casazza. Anche per me gli intenti erano farci un complimento ma, per come è montato, il nostro film spezza sempre, va per dissociazione, non è come il cinema contemplativo di Piavoli.


Chiudiamo con un'ovvia domanda di rito. So che avete gusti cinematografici diversi: quali sono gli autori che amate di più, e quelli maggiormente di riferimento per il vostro lavoro?

Ferri. Sopra tutti, Augusto Tretti. Ma nel mio cinema confluiscono altre discipline, dal teatro dell'assurdo alle piéce di Carmelo Bene, alla fotografia di Luigi Ghirri, all'architettura di Giuseppe Terragni e del Bauhaus. Ma in campo cinematografico, ripeto, più di altri Augusto Tretti.

Casazza. La pensiamo in modo opposto, perché Luca detesta tante cose io amo tantissimo. Forse possiamo concordare su questo: il cinema nasce e muore con John Ford e Billy Wilder. Come documentarista i miei riferimenti sono molteplici, vanno da Wiseman e Pietro Marcello, che attualmente è fondamentale in relazione a un modo di fare cinema che non va a cercare il pubblico in maniera "paracula", ma fa qualcosa di differente dal mainstream; che cerca di non essere finto, ma in cui l'idea registica è comunque ben visibile. È un autore non dissimile da Piavoli, il quale faceva film di finzione che sembravano documentari...

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