I figli di Rosemary - il Diavolo nel cinema degli anni 70 | Speciale | Ondacinema

I figli di Rosemary - il Diavolo nel cinema degli anni 70

I figli di Rosemary - il Diavolo nel cinema degli anni 70

di Eugenio Radin

Dopo il successo di "Rosemary's Baby", che lanciò il suo regista a livello internazionale, il cinema horror negli anni Settanta fu un'esplosione di possessioni, riti satanici, esorcismi, adoratori dell'anticristo e occultismo. Il patto tra il cinema e il Diavolo si esprime tramite numerose pellicole, di cui vogliamo fornirvi una piccola guida

Tutto ha inizio nel 1968, quando il giovane Roman Polanski incontra il produttore americano Bob Evans e si ritrova tra le mani la bozza di una sceneggiatura tratta da un nuovo e semisconosciuto romanzo horror intitolato "Rosemary's Baby". Il giovane cineasta francese ne rimane letteralmente stregato e inizia a dar forma al film che ne lancerà definitivamente la carriera a livello internazionale.
Tuttavia l'importanza di "Rosemary's Baby" non si può limitare al punto di svolta che indubbiamente rappresentò nella carriera polanskiana: esso divenne infatti ben presto una vera e propria pietra miliare del cinema horror, che segnò la storia di questo genere cinematografico per almeno tutto il decennio successivo, nel corso del quale il Diavolo, le apparizioni demoniache, gli esorcismi e la stregoneria divennero i veri protagonisti degli schermi americani ed europei.

Nel cinema anteriore al '68 non sono moltissime le pellicole incentrate sulla figura del demonio o sulle sue emanazioni - per citarne alcune: "L'oro del demonio" (1941) di William Dieterle, "La notte del demonio" (1957) di Jacques Tourneur o "La città dei mostri" (1964) di Roger Corman - e la maggior parte di queste sono contraddistinte più da un'atmosfera fantastica che orrorifica, ma soprattutto la presenza dell'Anticristo rimane sempre un elemento mostruoso esterno alla psiche dell'uomo, che non ne mette mai in discussione l'Io, la razionalità e la capacità di scegliere liberamente tra Bene e Male. Molto più spesso e per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta sono invece vampiri, fantasmi, licantropi e altri tipi di creature leggendarie a infestare gli schermi del cinema horror, guidato da modelli preconfezionati e seguiti alla lettera, volti a sfornare prodotti d'intrattenimento e di facile consumo. Sono gli anni della Hammer, casa di produzione inglese, che ebbe se non altro il merito di lanciare alcune star, divenute col tempo celeberrime, come Peter Cushing e Christopher Lee, ma che raramente seppe andare oltre il semplice intrattenimento di genere.

In ciò "Rosemary's Baby" segnò una svolta: per la prima volta l'elemento orrorifico e demoniaco non veniva relegato in atmosfere gotiche e fantascientifiche, ma invadeva la quotidianità dell'uomo contemporaneo, l'orrore diventava il quotidiano stesso: il trionfo del capitalismo, la folle corsa verso il successo, i valori tradizionali della famiglia e dell'educazione cattolica si trasformano, metaforicamente, in un parto satanico irreversibile. Fu la prima volta che un horror riuscì a parlare così bene del presente. Di lì a poco sarà l'esplosione di un nuovo modo di guardare a questo genere cinematografico: per tutti gli anni Settanta, parlare del diavolo sarà un modo per riflettere sugli errori del presente e il filone demoniaco, in linea con la rivolta sociale, culturale e politica di quegli anni, diventerà un terreno prescelto di accusa, ma anche di sperimentazione e di espressione artistica per molti cineasti. Come scrive Michele Tetro nel suo saggio "Le pentole del demonio": "La sua presenza [del demonio] o la sua azione, filtrata o veicolata dall'uomo stesso, si palesa quasi sempre come una rottura delle regole comunemente accettate, un'infrazione delle leggi costituite, un irrompere caotico nello schema abitudinario e senza scossoni che ci vede sottomessi ogni giorno della nostra esistenza". Ma negli anni Settanta il diavolo finisce per diventare quelle stesse "leggi costituite", quello stesso "schema abitudinario" e quella stessa "esistenza" a cui siamo sottomessi. Continua Tetro: "Esso rappresenta, potremmo aggiungere, l'incarnazione di un diffuso malessere a fronte del sorgere di nuove problematiche, crisi sociali e politiche (economica, energetica, dei valori spirituali e religiosi)" e il cinema horror negli anni Settanta sarà soprattutto questo: il testimone e la metafora di una crisi.

Molti furono anche i plagi e gli epigoni del film polanskiano, che, pur privi di rilevanza artistica, rendono però chiaro come quel nuovo modo di guardare l'orrore fosse davvero sentito in quegli anni: "La figlia del diavolo" (1973); "Abby" (1974); "Un fiocco nero per Deborah" (1974); "Sharon's Baby" (1975); "Cosa è successo a Rosemary's Baby?" (1976); "Una figlia per il diavolo" (1976) sono alcuni esempi di titoli che fanno capire come l'influsso del film di Polanski si fece sentire per tutti gli anni Settanta, orientando in modo determinante il nuovo corso del genere horror.

Ma nel 1973 un altro film segnò per sempre la storia del cinema horror: "L'esorcista" di William Friedkin, il quale rappresenta ancora oggi un fenomeno mediatico senza paragoni capace di far sentire, a quarant'anni di distanza, la sua potente eco nel cinema odierno. Anche qui, come in "Rosemary's Baby" l'orrore nasce nel quotidiano, anche qui il regista presta una particolare attenzione al contesto sociale, ma stavolta più che mai la pellicola segna l'immaginario collettivo, scegliendo di mostrare ciò che nel capolavoro del '68 rimaneva un controcampo mai inquadrato: il volto del demonio, la putredine, il marciume e l'angoscia del Male assoluto. Anche in questo caso, l'enorme influsso che "L'esorcista" esercitò sul cinema successivo è testimoniato da numerosi remake, tra cui spicca pure la versione turca: "Seytan" (1974), sequel, epigoni come "L'anticristo" (1974) diretto dall'italiano Alberto De Martino, fino a parodie e caricature quali "L'esorciccio" di Ciccio Ingrassia (1975) o il più recente "Riposseduta" (1990) con la stessa Linda Blair, che era stata protagonista del film di Friedkin.

Ma non è soltanto il cinema horror a interessarsi del demonio nel corso degli anni '70. Abbiamo già citato alcuni esempi della commedia, ma presenze demoniache si trovano anche nel cinema pornografico, dove figurano spesso scenari infernali, peccati capitali e tentazioni carnali - si pensi anche solo alla pietra miliare di Gerard Damiano: "The Devil in Miss Jones" (1973) -, ma anche nel cinema d'autore, e non è possibile non citare il capolavoro di Ken Russell: "I diavoli" (1971), ancora oggi osteggiato per le sue implicazioni sociali e politiche e per il linguaggio blasfemo di molte scene.

I rapporti tra il cinema e l'anticristo continuarono poi negli anni '80 con alcuni film divenuti dei veri e propri cult per gli appassionati del genere, come "Angel Heart - Ascensore per l'inferno" (1987), "Le streghe di Eastwick" (1987) o "Il signore del male" (1987), e perdura ancora oggi in numerosissimi film, spesso di infimo livello, ma che ancora regalano qualche sorpresa (si pensi al recente "The Witch"). È indubbio tuttavia che, anche a causa del sopraggiungere e dell'imporsi di nuovi sottogeneri come lo slasher, dopo gli anni Settanta la produzione di film che portavano sullo schermo diavoli e possessioni diminuì notevolmente.
Non vogliamo in questa sede indicarvi i migliori film di quel decennio, tant'è che alcuni film sicuramente miliari come "Omen - Il presagio" (1976), "Carrie - Lo sguardo di Satana" (1976) o il già citato "L'esorcista" (1973) non compaiono nella lista, in quanto universalmente noti. Ciò che piuttosto vogliamo fare è fornirvi degli spunti e suggerire alcuni titoli, interessanti sotto diversi punti di vista, spesso poco conosciuti dal grande pubblico, ma che racchiudono nel loro insieme lo spirito di quel cinema, che da "Rosemary's Baby" in poi, segnò indelebilmente il genere horror.


The Brotherhood of Satan (Id. 1971) di Bernard McEveety

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Organizzando il materiale narrativo in una struttura da thriller poliziesco con sfumature paranormali, McEveety riprende alcuni topoi caratteristici della letteratura demoniaca (gli adoratori di satana in vesti purpuree, i rituali davanti ad altari illuminati da candele, i simbolismi esoterici), ma ambienta la vicenda tra i vicoli sabbiosi e le strutture spoglie di una cittadina tra i monti del New Mexico in cui tutto è ostile e misterioso. Facendo questo, da un lato aumenta la tensione dovuta all'assenza di comunicazioni con l'esterno, dall'altro rivisita l'archetipo della cittadina western, richiamando lo storico genere hollywoodiano anche tramite l'utilizzo di attori riconoscibili (i due protagonisti, L.Q. Jones e Strother Martin, furono due tra i caratteristi preferiti di Sam Peckinpah). Ma la cittadina isolata è, per i malcapitati che ci finiscono, una sorta di anti-inferno in cui vivono adoratori del demonio e sette sanguinarie. Come in "Rosemary's Baby" anche qui la confraternita di adoratori di Satana è una cricca di ottuagenari, simbolo di un conservatorismo malefico, che trasmette il suo spirito corrotto ai corpi delle nuove generazioni, impedendogli così di esprimersi. "The Brootherhood of Satan" denuncia il bigottismo e l'autoritarismo di un certo tipo di America, ma anche l'incapacità delle nuove generazioni di far fronte alla crisi di valori che diventano sempre più induriti e freddi.


Quella notte in casa Coogan (The Night God Screamed, 1971) di Lee Madden

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Il vuoto di valori delle nuove generazioni, dovuto anche all'eccessivo bigottismo degli adulti, si riflette nella rilettura della figura di Cristo e nella ricerca di nuove forme di culto emancipatesi dalla Chiesa, alcune delle quali, prendendo le mosse dall'atmosfera Hippy e New Age creatasi sul finire degli anni Sessanta, si trasformarono col tempo in vere e proprie sette, dai risvolti aberranti: dalle Chiese di Satana, all'Esercito di Liberazione Simbionese, fino alle note vicende della "Famiglia" di Charles Manson. "Quella notte in casa Coogan", prodotto a basso budget non molto interessante per ciò che riguarda la forma cinematografica, mette però bene in luce quello scenario di conflitto tra un idealismo religioso conservatore, incapace di comunicare con i giovani, e una nuova generazione che, svuotatasi dai valori dei propri padri, finisce per trovare rifugio dal nichilismo solamente in un settarismo criminale, e che passa da una rivoluzione fatta di emancipazione, droghe e sfrenata libertà sessuale a una rivoluzione dai toni calvinisti, fatta di violenza ed esecuzioni sommarie.


La pelle di Satana (The Blood on Satan's Claw, 1971) di Piers Haggard

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Anche il regista britannico Piers Haggard ritrae il vuoto di valori di una generazione e il suo rifugiarsi in nuove forme di culto, la caduta nell'antivalore e nell'adorazione dell'anticristo (se in "The brotherhood of Satan" la masnada di satanisti era formata da vecchi, qui gli adoratori del demonio son bambini e ragazzini, capitanati da una giovane e seducente ragazza), ma ambienta le vicende in un villaggio del XVIII secolo, inserendo la pellicola all'interno del sottogenere del folk-horror, che proprio in quegli anni avrebbe prodotto alcuni dei suoi capisaldi (non si può non citare "The Wicker Man" di Robin Hardy, vero caposaldo del genere uscito soltanto due anni più tardi). "La pelle di Satana" è un esempio di come la tematica demoniaca andasse diffondendosi in quegli in più cinematografie e in diversi sottogeneri.


La stagione della strega (Hungry Wives, 1972) di George A. Romero

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Dopo aver esordito, nello stesso anno di "Rosemary's Baby", con un film divenuto anch'esso miliare - "La notte dei morti viventi" (1968) -, il regista che ha donato un nuovo e più profondo significato alla figura degli zombie, si affaccia nel 1972 al filone demoniaco con "La stagione della strega": probabilmente uno dei suoi film minori, ma non per questo poco significativo se considerato all'interno del genere a cui si rifà. L'assenza di veri e propri elementi surreali, rende qui la stregoneria più che altro un pretesto: la protagonista, una casalinga annoiata e frustrata, sottomessa alle decisioni del marito, si appassiona di occultismo per evadere dalla prigione borghese in cui si ritrova ingabbiata, per fuggire ai doveri a cui la società e il matrimonio la costringono e per emanciparsi sessualmente. Com'è tipico di Romero, anche in questa pellicola, probabilmente troppo sottovalutata, l'analisi che si porta avanti è più che altro un'analisi sociale e politica di un'epoca, compiuta da una generazione alla ricerca della propria identità, in contrapposizione ai valori benpensanti e insopportabilmente statici del passato.


Lisa e il diavolo (1972) di Mario Bava

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Ispirandosi liberamente all'inferno dantesco, nel 1972 il maestro dell'horror italiano Mario Bava gira una pellicola intitolata "Lisa e il diavolo", che raccontava le vicende di una turista americana in Spagna, rifugiatasi per la notte in un castello dove un inquietante maggiordomo dagli atteggiamenti sinistri costruisce manichini dalle fattezze di antichi parenti o amanti defunti. Il film non venne mai distribuito, per via dei dubbi espressi dal produttore, ma in seguito al successo de "L'esorcista", nel '74 venne rimontato, con alcune scene aggiunte e distribuito col titolo "La casa dell'esorcismo", diventando così uno dei tanti epigoni mal confezionati del capolavoro di Friedkin.
Ma l'originale di Bava, distribuito solo più tardi in edizione home video, rimane un film interessantissimo sia a livello visivo, che a livello narrativo, dove dominano le atmosfere oniriche, che lasciano lo spettatore in un'irrisolvibile incertezza rispetto alla vicende narrate. Bava si libera totalmente dei cliché di genere e regala al film una propria specificità, in cui l'elemento demoniaco non si esprime in esorcismi o possessioni, ma si innalza a un livello molto più perturbante, riguardante l'inconscio, il sonno e la veglia, il rapporto coi defunti e coi vivi, la coazione a ripetere.


Il profumo della signora in nero (1974) di Francesco Barilli

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I numerosissimi elementi in comune con "Rosemary's Baby" non lasciano dubbi sull'ispirazione polanskiana dell'esordio alla regia di Francesco Barilli, ma le assonanze che "Il profumo della signora in nero" suscita anche con il più tardo "L'inquilino del terzo piano" potrebbero far pensare che la pellicola di Barilli avesse già in sé, al di là dell'indubbia vicinanza col film del '68, degli elementi polanskiani, potrebbe cioè far pensare a un'effettiva vicinanza tra i due registi, al di là dell'opera in questione. In effetti il film mantiene una propria individualità introducendo nella narrazione una forte componente psicanalitica. La donna sola, presa di mira da vicini invadenti dai comportamenti ambigui e sospetti e che si scopre essere la vittima designata da una setta religiosa segreta, è in realtà un pretesto per inscenare una serie di isterie, nel corso delle quali la protagonista si confronta con il proprio rimosso, con un passato scomodo ma inevitabile. Menzione speciale alla malinconica colonna sonora di Nicola Piovani e alla scenografia curata da Franco Velchi, vera protagonista del film.


In corsa con il diavolo (Race with the Devil, 1975) di Jack Starrett

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Ispirandosi ai Road Movie dell'epoca sin dalla scelta dei protagonisti (il Peter Fonda di "Easy Rider" e il Warren Oates di "Strada a doppia corsia") la pellicola di Jack Starrett mette in scena l'arretratezza e il bigottismo puritano che stanno alla base della società americana, indaga la provincia texana (la stessa di "Non aprite quella porta"), nella quale il rito satanico non sembra più esser appannaggio di una setta ristretta, ma dove il male domina la società intera, in cui tutti sono coinvolti e consenzienti. I due protagonisti, dal passato di riders ribelli e solitari, ormai fidanzati e venuti a patti con la società dei consumi, si ritrovano senza volerlo a essere testimoni di un sacrificio umano. Rincorsi dai malavitosi scopriranno che il delitto compiutosi tra le disperse radure del deserto altro non è che la punta dell'iceberg di un male radicatosi nella quotidianità, presente anche nei luoghi meno sospetti: da un campeggio, a una biblioteca pubblica, a uno scuolabus sulla strada.


Comunione con delitti (Alice, Sweet Alice, 1976) di Alfred Sole

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Il 1976 è l'anno de "Il presagio", ma l'idea che il male possa manifestarsi tramite il viso innocente di un bambino ritorna nello stesso anno in un'altra pellicola, notevole anche dal punto di vista formale se si considera la ristrettezza di mezzi con i quali venne prodotto, dalle atmosfere forse più thriller che horror, ma ugualmente terrificante nel messaggio che lancia. "Comunione con delitti" racconta di Alice, pecora nera di una famiglia profondamente cattolica del New Jersey, e riflette sul rapporto tra l'America e il cattolicesimo (non a caso si apre e si chiude con due delitti avvenuti in una chiesa). Alice è attratta dall'iconografia religiosa, ma è anche profondamente segnata dal divorzio dei genitori, portato da tutta la famiglia come una colpa in un ambiente - quello cattolico - che non ammette separazioni, e trasforma la sua frustrazione di bambina in una spirale di violenza omicida. La pellicola risulta per altro coraggiosa nel mostrare scene di violenza che raggiungono ancora oggi effetti disturbanti sullo spettatore.


Holocaust 2000 (1977) di Alberto De Martino

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Nel '74 De Martino aveva girato "L'anticristo", cavalcando l'onda del successo de "L'esorcista" di Friedkin. Per il film successivo si rifà invece a un altro grande successo del '76: "Il presagio" di Richard Donner, e gira "Holocaust 2000", discreto thriller fanta-politico che racconta le vicende di un ricco imprenditore (Kirk Douglas) impegnato nella costruzione di una centrale nucleare nel Terzo Mondo assieme al figlio, che si scoprirà ovviamente essere l'anticristo e che mirerà a sfruttare la centrale per progetti apocalittici. Ciò che è interessante nel film di De Martino è il forte impegno ambientale e politico che la pellicola assume nell'identificare la bestia satanica non tanto con esseri mostruosi o con entità sovrannaturali, ma con un elemento concreto e tangibile come una centrale nucleare, simbolo di un utilizzo incontrollato e ingenuo della tecnologia, di una fiducia sfrenata nel progresso, di un capitalismo senza freni e di una scienza ignara dei propri limiti: il diavolo diventa dunque qui una metafora per parlare - senza paura di prendere posizione - di alcuni temi al centro del dibattito socio-politico dell'epoca.


La macchina nera (The Car, 1977) di Elliot Silverstein

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Il diavolo nel cinema non si limita talvolta a manifestarsi tramite la possessione di corpi, persone e uomini. "La macchina nera" è un ottimo esempio di film in cui il Male si palesa per mezzo di corpi inorganici, di oggetti e strumenti del quotidiano, solitamente innocui. Collocabile all'interno di un filone che parte da "Duel" (1971) di Steven Spielberg e raggiunge un altro apice con "Christine - La macchina infernale" (1983) di John Carpenter, a differenza dell'esordio spielberghiano che lo precede, nel film di Silverstein è chiaro ed esplicito il riferimento al diavolo e alla tradizione del cinema demoniaco. Non solo gli uomini quindi, ma anche gli strumenti degli uomini possono rivelare un lato inumano e terrificante.


Amityville Horror (The Amityville Horror, 1979) di Stuart Rosenberg

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Divenuta in seguito una delle più longeve saghe horror, con ben 11 sequel, "Amityville Horror" può essere considerato come un film capitale all'interno del suo genere, che è stato capace di influenzare la cinematografia successiva - lanciando il filone di film su case possedute, che tutt'oggi riscuote successi - e di far sentire la sua eco a distanza di quarant'anni. Alcuni elementi narrativi del film sono stati ripresi da alcuni capolavori successivi come "Shining" (1980) di Stanley Kubrick o "Poltergeist" (1982) di Tobe Hooper, ma al di là delle influenze che la pellicola di Rosenberg esercitò nel cinema successivo, l'opera rimane importante anche per alcuni elementi suoi propri, come il riferimento ai satanisti di Salem, e quindi al passato puritano dell'America, che tende a fare capolino anche nel presente, o ai nativi americani, come a dire che le maledizioni del presente hanno la loro origine negli errori del passato. Ma "Amityville Horror" può vantare anche una buona regia e un buon cast di attori, tra i quali spicca James Brolin che, fuori di sé e armato di ascia, finirà per diventare, l'anno successivo, uno dei modelli di riferimento del Jack Torrence kubrickiano.
I figli di Rosemary - il Diavolo nel cinema degli anni 70