Conversazioni sul cinema (e su Cimino) - Incontro con Giampiero Frasca | Speciali

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Giampiero Frasca, critico e saggista torinese che ha appena pubblicato, per i tipi di Gremese, il suo decimo libro di cinema, dedicato al regista americano Michael Cimino. Un libro che arriva tre anni dopo la sua monografia su "I cancelli del cielo" (che è stata tradotta anche in francese), il capolavoro maledetto di Cimino, film oggi largamente rivalutato ma che allora fu praticamente considerato come una delle pietre tombali della New Hollywood.

Giampiero, innanzitutto ti chiedo: perché Cimino?

Ti potrei rispondere perché è stato un grande regista incompreso, che si è adattato troppe volte a girare progetti in cui non credeva cercando di imprimervi un’impronta personale al solo scopo di avere un’altra possibilità. Ma il motivo reale non è questo. E non è nemmeno per tentare di rivalutarlo, perché altro ci vorrebbe che un libro giunto quattro anni dopo la sua morte. Forse non è corretto dirlo, perlomeno così apertamente, perché la critica non dovrebbe avere come motore i sentimenti, quanto il giusto distacco per adottare un’equa prospettiva, ma questo libro è un atto d’amore. Per un autore che aveva una visione particolare del cinema e che ha realizzato due capolavori assoluti e almeno tre film più che buoni. Si è gridato al miracolo spesso per autori meno visionari e con un livello medio qualitativo molto inferiore di quello mostrato da Cimino. Che dal canto suo, ha subito una serie di congiunture sfavorevoli ma ha avuto anche alcune colpe che a Hollywood non ti puoi permettere. E il suo difetto più grande è stato di non avere nessuna percezione del concetto di limite, che per una casa di produzione è certamente una colpa da condannare, ma per l’arte del cinema, se solo il film dovesse arrivare al suo pieno compimento, potrebbe essere la linea di congiunzione con l’assoluto.

Pur senza trascurare gli altri film, si può dire che siano due le opere per cui ci si può innamorare di Cimino. "Il cacciatore", che fu un successo clamoroso, e "I cancelli del cielo", che è invece diventato l’emblema del fallimento nel cinema moderno, tanto quanto "Cleopatra" di Mankiewicz lo fu per il cinema classico americano.

L’alfa e l’omega della sua filmografia. L’inizio possibile di una carriera sfolgorante e la rovinosa caduta. È successo decine di volte, ma per farlo succedere nell’arco di due soli anni, tra una pellicola e la susseguente, bisogna possedere una vocazione intima verso la sciagura che ha pochi eguali nel mondo sensibile. Cimino passa dai 5 Oscar per "Il cacciatore" ad essere il nome sulla lista nera di ogni Studios dopo "I cancelli del cielo". La sua carriera, riassumendo, è tutta qua, nel biennio tra il 1978 e il 1980. Tutto quello che c’è prima e tutto ciò che faticosamente farà dopo, scendendo a compromessi prima impensabili, è come se non fosse mai esistito, perché è durato esclusivamente lo spazio dell’uscita in sala, quando i suoi progetti sono riusciti a giungervi. Eppure, prima de "Il cacciatore" c’era stato "Una calibro 20 per lo specialista", al termine del quale Clint Eastwood, sempre piuttosto parco di complimenti, lodò Cimino per la sua capacità di "restituire l’immensità", grazie al suo senso innato del paesaggio. E dopo "I cancelli del cielo", che è stato sì un fallimento finanziario, ma che sul piano visivo è pur sempre uno dei film più appaganti della storia del cinema, Cimino ha realizzato un ottimo thriller come "L’anno del dragone", un film ingenuo ma esteticamente apprezzabile come "Il siciliano" e un’opera dalla visione prospettica ambiziosa come "Verso il sole". Ma, ripeto, è come se non li avesse mai realizzati.

Nel 2003 hai intervistato Cimino, quando venne a Torino, al Museo del Cinema, a presentare la versione integrale de "I cancelli del cielo". Al di là di quello che ti disse, che è riportato per esteso nel tuo libro, vuoi dirci che impressione ti fece?

Una persona molto disponibile, con occhiali scuri perennemente inforcati a rendere l’aspetto enigmatico e con una gran voglia di parlare del suo cinema, delle sue fonti di ispirazione, di ciò che poteva essere e non è stato. Una persona dotata di grande cultura, capace di spaziare tra vari argomenti e da una disciplina all’altra. Non è un caso che nonostante le mie domande fossero piuttosto precise, le risposte si allargavano fino a giungere a un punto totalmente imprevisto. Per cui nel libro le sue ampie risposte sono state organizzate intorno a un tema comune e non riferite a una singola domanda, come se fosse una raccolta di dichiarazioni. L’impressione netta che ho avuto è stata di un uomo a cui era stata tolta la possibilità di esprimere la ricchezza che sentiva dentro: non voglio offrire un’impressione melodrammatica, ma il fatto che ci mettesse un calore particolare per spiegare minuziosamente quello che avvertiva e che ci tenesse a trasmetterlo nel dettaglio, mi ha lasciato questa sensazione molto forte.

Cimino è stato accusato di essere fascista ai tempi de "Il cacciatore", comunista per "I cancelli del cielo", razzista all’uscita de "L’anno del dragone"...

… revisionista per la figura di Salvatore Giuliano raccontata ne "Il Siciliano", fomentatore della violenza domestica per "Ore disperate", dimenticando che era un remake di un film di Wyler, tratto a sua volta da un dramma di Joseph Hayes. E, infine, credulone new age per "Verso il sole". Se si eccettua "Una calibro 20 per lo specialista", tutti i suoi film si sono segnalati più per le polemiche che li hanno accompagnati che per l’effettivo valore. Anche "Il cacciatore", nonostante il successo, ebbe la sua dose monumentale di polemiche e accuse. Jane Fonda, che all’epoca era soprannominata "Hanoi Jane" per la sua simpatia verso la causa vietnamita, dichiarò che Cimino era più a destra di John Wayne, che era pur sempre uno dei responsabili di "Berretti verdi", pellicola reazionaria che appoggiava spudoratamente l’intervento americano durante il conflitto nel sudest asiatico. Inoltre, lo studio di un gruppo di psichiatri gli addossò la responsabilità di ben 43 suicidi di giovani che avevano visto poco tempo prima la scena della roulette russa, rimanendone evidentemente sconvolti. Miracolosamente, con una giravolta trasformista che non si sarebbe vista neanche durante la compravendita dei senatori della II Repubblica, Cimino per la stampa diventa invece comunista dopo "I cancelli del cielo" e questo per aver mostrato simpatia verso la causa degli immigrati, vessati dai grandi allevatori del Wyoming dietro cui si celava l’immagine del Capitale. Tutto ciò a ridosso dell’elezione a presidente americano di Ronald Reagan, per cui se si può accusare di qualcosa Cimino è sicuramente di scarso tempismo. Polemiche che poi, per altre pellicole, riguardarono anche intellettuali italiani: Sciascia, per esempio, che è uno scrittore che apprezzo da sempre, criticò aspramente "Il Siciliano" e il suo relativismo storico premettendo di non aver comunque visto il film. Cimino è sempre stato un polarizzatore di reazioni negative: sarebbe facile spiegarlo con il destino o con la sfortuna, ma credo che tutto dipenda dalla sua propensione a estremizzare reazioni e passioni che poi, dopo il fallimento nel 1980, hanno permesso che il livore di molti si scatenasse, secondo la logica sciacallesca per cui è semplice – e a volte gratificante – dare addosso a chi sta annaspando.

Questa tua monografia ha avuto una gestazione travagliata, non dico come "I cancelli del cielo", ma sembra che anch’essa sia stata toccata da questa sorta di maledizione che attornia la figura di Michael Cimino…

Questo è un libro progettato fin dal 2003, all’epoca dell’intervista. Ma si tratta di Cimino e Cimino, già nel 2003, era un nome destinato all’oblio. Era inattivo da sette anni, aveva sperato di vincere il Festival di Cannes con "Verso il sole", ma Coppola, presidente della giuria, gli preferì Mike Leigh con "Segreti e bugie" e Cimino non glielo perdonò. Cullava ancora il grande sogno di rilanciarsi con un film tratto da "La condizione umana" di Malraux, ma dopo infruttuosi contatti con produttori indipendenti e una sceneggiatura commissionata che non lo soddisfaceva, l’ipotesi tramontò. Ormai era un monumento all’idea di se stesso che andava in giro per festival e musei a presentare la copia integrale de "I cancelli del cielo", sforzandosi di far capire alle nuove generazioni che capolavoro fosse, che raccoglieva premi e riconoscimenti, anche di pregio (l’Ordine delle arti e delle lettere in Francia, Il Pardo d’onore a Locarno), che pubblicava romanzi e memoir volti a dimostrare la sua inesausta voglia di comunicare, ma ormai era fondamentalmente un reduce. Non dico che fosse normale che la casa editrice con cui ero in contatto e per la quale avevo scritto anche il primo capitolo si sia tirata indietro, malgrado quello di Cimino fosse l’unico nome di rilievo non ancora ospitato nella loro collana, però da un punto di vista dell’appeal posso anche comprenderlo. L’idea del libro è poi risorta nel 2016, quando Cimino è morto. Gremese e il suo direttore della collana, Enrico Giacovelli, si sono mostrati subito disponibili e devo ammettere che nel cambio la monografia ci ha guadagnato, perché questa edizione è ricolma di fotografie e fotogrammi (a colori), è stampata su carta patinata ed è sicuramente più elegante e accattivante rispetto a quanto non sarebbe stata quella del 2003. Tuttavia, il libro, terminato tre anni fa, ha subito alcuni ritardi, rinvii, ostacoli che ne hanno posticipato la pubblicazione. Qualcuno si può ascrivere sempre allo scarso fascino di Cimino, qualcun altro a motivi gravi e strutturali, come il lockdown della scorsa primavera. La complessa storia di questo libro si può raccontare in molti modi, a seconda del tono che si vuole adottare: può essere un racconto grottesco o una narrazione mystery che utilizza la sventura aleggiante su Cimino per dotarsi di un tono avvincente. Considerandola dall’inizio, è una storia lunga 17 anni che si può riempire con la sfumatura narrativa che si crede più opportuna ma con un’unica inconfutabile verità: se il libro fosse uscito nel 2003 sarebbe stato uguale a oggi, perché in tutto il tempo trascorso la carriera di Cimino è rimasta immobile.

Ci sono registi che con il tempo sono stati rivalutati, facendone emergere un profilo autoriale inizialmente sottovalutato dalla critica (gli esempi più famosi sono quelli di Welles e Hitchcock). E altri che invece, dopo un’iniziale esaltazione, sono caduti inesorabilmente nell’oblio. A tuo avviso come sarà valutato Cimino nei prossimi decenni? Verrà fuori un Truffaut delle nuove generazioni a dimostrare a tutti che si trattava di un genio incompreso? O è un’etichetta che gli si può già affibbiare, e che solo col tempo porterà a collocarlo nel posto che merita nella storia del cinema?

Per quanto ti ho detto prima, credo proprio di no. È pur vero che una rivalutazione non si nega a nessuno, come insegna la critica degli ultimi venticinque anni. E anche i Giovani turchi francesi non rivalutarono solo Hitchcock, ma pure Tashlin e Gerd Oswald. È solo una questione di mode, alla fine. Ma sarebbe il colmo se Cimino fosse in qualche modo rivalutato, visto che è nato demodé. È stata questa la sua grande contraddizione: fare film ispirati alle grandi narrazioni del passato all’interno del sistema hollywoodiano anni Settanta, rinnovato e proiettato verso il futuro. Un dissidio insanabile che lo ha condannato alla progressiva estinzione. Welles e Hitchcock, che citi, erano avanti di vent’anni, Cimino indietro di più di trenta. È tutta una questione di orientamento dello sguardo: innovativo, quello di Welles e Hitchcock, capace di disorientare perché molto più avanti di chi era chiamato a giudicarne i lavori. Cimino era invece dedito alla perfezione classica dell’immagine e a uno storytelling di ampio respiro, arioso, bisognoso di rispecchiarsi nella definizione dei suoi personaggi. È il cinema che avrebbe fatto Tolstoj, se avesse imbracciato una macchina da presa. Chi guarda indietro lo può fare in modo impeccabile ma difficilmente sarà riconosciuto come un genio. E se fosse rivalutato come tale, sarebbe l’ennesima beffa patita oltre tempo massimo, quando l’unica cosa che gli interessava, quando era in vita, era girare secondo quelle che erano le sue caratteristiche e la sua visione. Libero, senza costrizioni. E senza polemiche, dopo.

Oltre a Cimino, un altro tuo campo di studio è quello dei videosaggi, su cui di recente hai tenuto un intervento a un convegno organizzato da FIC - Federazione Italiana Cineforum. Si tratta sicuramente di un tema molto caldo nell'attuale dibattito tra gli addetti ai lavori, per certi versi emblematico di come la critica si stia evolvendo da una concezione più tradizionale (quella del testo scritto, della "banale" recensione) a una visione moderna, capace di intercettare l'evoluzione tecnologica, ma anche sociale, dei nostri tempi, sempre più veloci e connessi, in cui il ruolo della visione sembra insidiare - ancor più che in passato - quello della lettura.

Il videosaggio è l'uovo di Colombo, perché è il modo più immediato e naturale di parlare di cinema: le immagini che commentano le immagini. Negli ultimi anni, con le tecnologie digitali a disposizione di tutti e anche con una cultura diventata sempre più partecipativa, c'è stata una proliferazione che pare una rivoluzione della critica, anche se in realtà è solo la congiuntura a essere favorevole, perché la tendenza, la visione di una possibilità di questo tipo era presente già in parte del cinema documentaristico degli anni Venti. Così l'appassionato si affianca al critico ed entrambi si accostano al videomaker. Almeno idealmente.
Quando parlo di videosaggio intendo in particolare i Supercut, ossia i montaggi che si soffermano sui modelli ricorrenti di regia, sulle ripetute ossessioni estetiche di un autore o sulle costanti di un movimento, di un periodo, perché il videosaggio, a rigor di definizione, è soprattutto l'equivalente di un'argomentazione scritta, in questo caso letta, magari recitata, accompagnata dalle immagini e spesso questo tipo di operazioni video, benché durino di meno, sono altrettanto noiose dei saggi accademici sbrodolanti o autoriferiti.
Nei casi migliori, invece, Supercut e Mashup uniscono il brio del videoclip alla possibilità di isolare e contemporaneamente mostrare il dettaglio su cui deve convergere l'attenzione di chi guarda: è un'immediatezza divertente, stimolante, spesso illuminante. Non ci si aggroviglia in periodi sintattici che talvolta tornano solo nella mente di chi li propone, questi prodotti si danno completamente in tutta la loro scintillante evidenza. Non creano un distacco dalla critica, invogliano invece alla visione e anche all'emulazione. Perché nella loro immediatezza paiono facili e invece sono ancora più complessi dell'aprire un foglio di word e scrivere concetti coerenti con l'appropriata consecutio temporum. Perché bisogna avere capacità di analisi e selezione dei materiali, doti innate di ritmo, conoscenza enciclopedica dell'argomento trattato. E' una parte corposa del presente e si svilupperà ancora di più nel futuro, non è l'apocalisse della critica, che però, se non vorrà essere considerata un passatempo per dinosauri, non ne potrà ignorare la lezione di armonia, freschezza, puntualità e senso del ritmo. Ed è un aspetto di cui dovranno tenere necessariamente conto anche le riviste, quelle su carta, invecchiate molto più del normale decorso dei tempi ancora prima di rendersene conto, e quelle online, costrette a pensare in termini di tempestività e brevità per catturare un pubblico che solitamente va di fretta. E ci dovrebbero pensare anche le case editrici, perché tutto quello che vale per le riviste si moltiplica quando si pubblica un libro a prescindere dalla qualità dell'autore. 
Per farti un esempio senza entrare troppo in dettagli fuori luogo, ho appena terminato di scrivere una storia del cinema vista da una prospettiva particolare, ma so perfettamente che se avessi voluto fare un lavoro davvero rivolto al futuro avrei dovuto pensare a un prodotto multimediale fatto esclusivamente di link a filmati, sequenze, scene, videosaggi su aspetti storici, contenutistici e di evoluzione stilistica, secondo una periodizzazione che tenesse conto del tessuto sociale in cui si sono originati e poi sviluppati. Senza parole scritte, solo riferimenti, indicazioni per accedere a un immenso database. Con il critico che diventa la guida di un viaggio nell'universo delle immagini, lasciando parlare loro e stando rispettosamente zitto. Al contrario di quello che ho fatto io adesso (ride).

Ciò che dici è estremamente interessante, e mi ha fatto subito venire in mente un format innegabilmente superato come le enciclopedie multimediali del cinema, che ovviamente non sono strumento critico ma che potevano avere una loro funzione nell'educazione cinematografica del grande pubblico (e forse in alcuni anni lo hanno anche avuto). Uno strumento che poteva essere interessante, almeno come idea, ma che è stato inesorabilmente (e velocemente) superato, anche per effetto della rapida evoluzione tecnologica degli scorsi decenni. E l'altra cosa che mi è venuta in mente è il monumentale documentario di Cousins "The Story of Film: An Odissey", che è vero che è stato etichettato spesso come didascalico (e forse anche un po' retorico), ma che - anche in questo caso - poteva avere una sua funzione educativa, se non strettamente critica. Ecco, mi rendo conto di aver forse un po' modificato i termini del discorso, ma era soltanto per capire se strumenti per così dire tradizionali possono a tuo avviso costituire quanto meno una base di lancio per sviluppare un nuovo modo di fare critica. Per dire, anche una webzine potrebbe provare ad evolversi, ma ovviamente lo sforzo sarebbe ingente, in quanto comporterebbe una specializzazione a 360 gradi che abbracci un po' tutti i media. E, ovviamente, la cosa presupporrebbe la presenza di professionisti molto diversi tra loro e, soprattutto, estremamente specializzati nei loro ambiti.

Esattamente, intendo proprio il principio regolatore delle enciclopedie multimediali a fare da base concettuale, ovviamente ampliato in un percorso critico e attualizzato rispetto all'evoluzione tecnologica. Con una possibilità trasversale e totalizzante di chiavi di ricerca per stili, movimenti, nomi conosciuti e sconosciuti, termini tecnici, classi di inquadrature ecc. Solo con immagini, sequenze, videosaggi, approfondimenti video: l'immagine con l'immagine, senza la parola scritta a mediare.
"The Story of Film: An Odissey", invece, lo utilizzerei solo come suggestione cinefila, perché lo trovo sconvolgente per due aspetti antitetici: per l'ampiezza ammirevole della sua ricerca e per l'arbitrarietà degli accostamenti, spesso ingiustificati, altre volte arditi o banali. E' un'opera monumentale ma zeppa di errori interpretativi e incapace di tenere conto di una molteplicità di aspetti che nello sviluppo della produzione cinematografica non si possono certo ignorare: non tutto ruota intorno alla genialità dell'autore, anche perché il genio è rarissimo, come ho già detto prima a proposito di Cimino, e se riempi di geni le tue 15 ore di ricostruzione storica rimaniamo fuori davvero in pochi.

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Giampiero Frasca, Il cinema di Michael Cimino, Gremese, 160 p., ill., brossura, € 24,00.





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