La ricerca dell’identità e la potenza delle storie semplici: incontro con Todd Haynes | Speciale | Ondacinema

La ricerca dell’identità e la potenza delle storie semplici: incontro con Todd Haynes

La ricerca dell’identità e la potenza delle storie semplici: incontro con Todd Haynes

di Stefano Santoli

ROMA X - Nell’ambito della X Festa del cinema di Roma, il pubblico ha potuto incontrare il regista Todd Haynes in occasione della presentazione del suo ultimo film “Carol” con Cate Blanchett e Rooney Mara. La conversazione ha tratto spunto dalla visione di alcune sequenze dei film di Haynes e da quelle di tre film scelti dal cineasta come opere per lui particolarmente significative. Ne è emerso un ritratto pieno, ricco e sfaccettato di un autore che non si sottrae al parlare della propria poetica, anzi ama mettersi a nudo, contrariamente a molti colleghi.

Haynes non ritiene particolarmente difficile, per un autore indipendente (quale si ritiene pienamente) lavorare in una grande produzione. Anche se i compromessi sono inevitabili, non sente di appartenere allo studio system, e sostiene di aver sempre fatto i film che sentiva propri.
Parlando di "Lontano dal paradiso" del 2002 (cui l'ultimo "Carol" si richiama per molti aspetti: stile, impostazione melò e ambientazione negli anni ‘50), Haynes riconosce ovviamente in Douglas Sirk una fonte d'ispirazione primaria, ma tiene a rimarcare anche l'amore per Rainer Werner Fassbinder.
Discutendo dei suoi due film che hanno al centro la musica rock ("Velvet Goldmine" del 1998, rielaborazione del periodo glam ispirato a David Bowie e al suo rapporto con Iggy Pop, e l'eccentrico biopic su Bob Dylan "Io non sono qui", del 2007), Haynes sottolinea più le affinità con le altre sue pellicole, anziché le apparenti divergenze di stile. Il glam rock, pur nella sua irripetibilità, si inserisce in una consolidata e risalente tradizione che fa della teatralità un mezzo per cercare l'autenticità. In "Velvet Goldmine" si affaccia, in particolare, la ricerca della propria identità/diversità sessuale come tema comune e ricorrente nella sua filmografia (sino a "Carol"). A stare a cuore a Haynes, più che l'individuazione sessuale di per sé, è la descrizione di personaggi che non vogliono essere incasellati, che si ribellano a una identità che gli è stata cucita addosso dalla società cui appartengono. Per questo reagiscono, cercando di sgusciarne fuori: la reazione può essere anche fisica, psicosomatica come in "Safe" (primo film con Julianne Moore, del 1995).
Il tema della scoperta della propria diversità sessuale ricorre, in modi metaforici, anche nel film su Dylan ("Io non sono qui"): nell'anomalo biopic, in cui Dylan è interpretato da sei attori diversi, la performance che più rimane impressa è quella di Cate Blanchett (che, fra l'altro, è sorprendentemente quella caratterizzata dalla maggiore somiglianza fisica). Dylan era d'accordo che il film dovesse essere girato in maniera assolutamente non convenzionale; anzi affidarne il ruolo a sei attori diversi era in realtà l'unico modo in cui Dylan avrebbe accettato di essere rappresento. Attraverso la performance androgina di Cate Blanchett, Haynes ha inteso restituire lo shock della mutazione di Dylan che, nel 1966, apparve al suo pubblico sotto una luce completamente diversa: rifiutando l'immagine che gli era stata cucita addosso di portavoce politico, passando alla strumentazione elettrica, cambiato anche nell'aspetto fisico. "Oggi è difficile capire che shock fu - dice Haynes - e ho cercato di ricrearlo affidando la parte a una donna".
I tre film che Haynes ha scelto per raccontarci delle sue principali fonti di ispirazione sono "L'eclisse" di Antonioni, "La paura mangia l'anima" di Rainer Werner Fassbinder, e "Breve incontro" di David Lean.

"L'eclisse" è stato il film cui Haynes si è maggiormente ispirato per il personaggio di Carol, interpretato da Cate Blanchett nell'ultimo film omonimo. "Monica Vitti mi ricorda moltissimo Cate Blanchett. Ho chiesto alla costumista, Sandy Powell, di dare a Cate lo stesso taglio di abiti che indossa Monica Vitti ne 'L'eclisse'. Antonioni mi sbalordisce per la precisione del linguaggio filmico, per la capacità di cogliere l'enorme vuoto sottostante la vita moderna. Adoro Antonioni. Trasmette il senso di una sostanziale mancanza di libertà per l'inviduo, che pure avrebbe di fronte a sé una gamma di opzioni illimitate: e lo fa principalmente attraverso l'uso dello spazio".

"La paura mangia l'anima", in cui si narra dell'innamoramento di una cameriera tedesca e un uomo di colore molto più giovane di lei, è fonte d'ispirazione per il rapporto della protagonista di "Lontano dal paradiso" con il proprio giardiniere di colore: ma altrettanto lo è "Secondo amore" di Sirk (fra i propri film, quello preferito dallo stesso Sirk). Haynes lo definisce un esempio perfetto di melò, in cui l'amore crea panico sociale per aver violato i costumi morali dell'epoca. Intravediamo la linea di continuità che Haynes ci propone: "Secondo amore" (1955) > "La paura mangia l'anima" (1974) > "Lontano dal paradiso". Le storie più semplici del mondo sono le più efficaci: di questo si era accorto Fassbinder, dopo il suo incontro con il cinema di Sirk. Appartenente a un gruppo di cineasti politici post-marxisti come Godard, la sua idea di cinema cambiò radicalmente, e così il suo linguaggio: si convinse che attraverso le storie più semplici era possibile giungere dritti al cuore del pubblico. "Fassbinder ha avuto su di me un'enorme influenza, con i suoi personaggi che assumono una potente carica critica verso la società in cui vivono".

Quanto a "Breve incontro", sia "Lontano dal paradiso" che "Carol" gli sono debitori: Haynes ci ha voluto però svelare un segreto particolare. Proponendoci la prima sequenza del film di Lean, ci ha svelato di aver inteso omaggiarlo esplicitamente, ricorrendo al medesimo espediente nell'incipit di "Carol" al fine di catturare l'attenzione dello spettatore sui personaggi: l'irruzione di un terzo personaggio che giunge a interrompere la conversazione fra altri due.

Infine, Haynes ha rivelato che il suo prossimo progetto sarà un nuovo film incentrato su di un musicista, questa volta non rock. In cantiere, c'è un lavoro sulla figura della grande interprete jazz Peggy Lee. Proseguirà dunque un suo percorso a ritroso, che, come dagli anni '80 di "Safe" l'ha condotto agli anni '50 di "Lontano dal paradiso" e di "Carol", nei progetti musicali procede dagli anni 70 di "Velvet goldmine" ai '60 di "Io non sono qui", e proseguirà dunque probabilmente ancora più indietro nel tempo.

 

Per saperne di più: la recensione di "Carol"

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