Intervista ai Fratelli D'Innocenzo: "Il buon cinema è sempre gratuito" | Speciali

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I fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo ci hanno gentilmente concesso uno scambio via mail per trattare alcuni temi legati sia al loro esordio cinematografico, sia al dietro le quinte del contesto lavorativo dell'audiovisivo, inclusa una piccola anticipazione sul loro lavoro di prossima uscita, "Favolacce".

Damiano, Fabio, vorrei partire da "La terra dell'abbastanza". Negli anni immediatamente precedenti il 2018 il cinema italiano aveva proposto molti film ("Non essere cattivo", "Suburra", "A Ciambra") sullo stesso tipo di contesto affine alla vostra opera prima quale la periferia criminale. Questo ha generato in voi pressione al momento dell'uscita oppure avete percepito l'opportunità di esprimervi in maniera originale e personale su un tema attuale?

Le pressioni ci saranno ogni volta, anche quando faremo un cinepanettone o un maledetto sequel per racimolare soldi e tristezza. Al tempo de "La Terra dell’Abbastanza" c’erano due vie malsane per instradare il film in termini di comunicazione: buttarci sull’addizione e sfruttare una corrente (che non c’è mai stata) oppure fare l’opposto, urlando screanzati robe patetiche come "noi siamo diversi". Per pigrizia e per astuzia, non abbiamo fatto nessuna di queste due cose. Il cinema non è un magheggio da classifica e l’originalità è sempre nel punto di vista. 

Vorrei sapere da voi come si sviluppa il vostro processo creativo: come nasce una sceneggiatura e poi una scena dei fratelli D'Innocenzo?

Noi partiamo da un punto di vista. Poi pensiamo a trovare la storia che meglio possa dare al punto di vista un terreno largo, lungo e familiare e fertile e senza scuse. Ci deve svegliare la routine, ci serve che balli sui nervi. Solitamente, se la storia e il punto di vista sono precisi, la sceneggiatura arriva come resto doveroso: te la trovi già sul tavolo. Sul set devi riscrivere il film con gli attori, con la luce, con una spazialità definita, con una quotidianità di squadra: matita non serve più. È il momento in cui il pezzo di carta diventa un pezzo di vita e devi essere in ascolto. Spesso lasciamo, senza rimpianti, la sceneggiatura in camerino. Meglio una bottiglietta d’acqua nella mano destra e nella mano sinistra. 

Avete pubblicato la raccolta di poesie "Mia madre è un'arma"[1]. Titolo e contenuti che sembrano collegarsi alla figura materna nella "terra dell'abbastanza", centrale anche nella sua assenza (Manolo ha solamente un padre i cui consigli sono discutibili). Mi spieghereste questa centralità della madre, nel limite di quanto vogliate parlarne?

Si parte sempre da una madre perché ogni cosa è nata da lei. L’odio è nato così, come il suo opposto, che è il "non-odio". La tenerezza, la vulnerabilità, il sesso, il vuoto, la noia, la mancanza di parole. Il tempo è nato con e da mamma. Tutto proviene da lì, lei. La spesa che porti a casa mentre ne cerchi un’altra, il cane che non si è scordato della pappa, gli infami e i passanti. 

In questo 2019 state lavorando a due progetti: una serie prodotta da Cattleya sulla figura di un esorcista e un film che sembrerà una favola dark dal titolo, attualmente, di "Favolacce"[2]. Il vostro cinema guarda/guarderà con attenzione al genere? O pensate che questa sia un'etichetta che non vi appartenga?

Al momento, sull’audiovisivo, stiamo lavorando esclusivamente a "Favolacce", il nostro secondo film. Nel 2020 penseremo al prossimo progetto e così via. Non si può tenere il culo su due sedie. Molto igienico è invece cercare input trasversali. Tra poco uscirà per Contrasto il nostro primo libro fotografico, "Farmacia Notturna".


Foto dal backstage di "Favolacce", scattata dai fratelli D'Innocenzo


Molto cinema italiano sta ripartendo proprio dal genere, dimostrando la voglia di adattarne i canoni alle necessità del nostro cinema. Il pubblico spesso ha risposto bene. Tra i tanti e talentuosi registi Mainetti, De Feo, Grassadonia/Piazza (non posso purtroppo citarli tutti), mi permetto di inserire anche voi due. Una sfida impegnativa dare al cinema un intrattenimento di qualità? 

Tu mi hai citato solo autori talentosi. E allora ti diciamo che Garrone fa cinema di genere come Guadagnino fa cinema di genere, come Sorrentino e Alice Rohrwacher, Enrico Iannaccone come Pietro Castellitto, Carpignano come Angius. Il talento è il cinema di genere più redditizio. Nella tua precedente ci chiedevi se ci interessa guardare al genere: questo tipo di genere. E basta rivalità nel cinema: che due palle. No? Tu che pensi? Non ti sei rotto il cazzo anche tu? Non c’è niente di peggio di un tavolino traballante conteso e assalito. Ogni buffet con le olive rugose. 

Cos'è per voi la sala cinematografica? E di conseguenza il cinema in piazza, spesso gratuito?

Il buon cinema è sempre gratuito. Se spendi 8 euro per vedere un film di Paul Thomas Anderson o Carlos Reygadas come fai a dire di aver speso soldi? Noi siamo a favore delle arene, delle adunanze, delle proiezioni clandestine, dei muscoli stipati, degli occhi spremuti. Ci saremo visti almeno tremila film senza pagare nella forma classica. Posso vedermi gratuitamente tutti i film di Haneke: basta un pc e un buon antivirus. Poi esce il suo libro di interviste e vado a spendere 30 euro per comprarlo. Il soldo fine a se stesso gira, capisci? Se qualcosa ti rende l’occhio grato e il pensiero riconoscente, quella fottuta mano afferrerà quel fottuto portafogli, quando ne avrà la possibilità. 

Se vi chiamasse Netflix per un film da distribuire solamente in streaming, nonostante il recente decreto sulla distribuzione per i film italiani[3], come rispondereste?

Sarebbero altre le cose fondamentali da discutere: libertà artistica, economica, etica. 

Ora siete in un mondo che prende una vostra opera e si cura di trasformarla in prodotto. Come avete gestito e come gestite tuttora l'ambiente produttivo/distributivo dell'audiovisivo per voi nuovo?

Stiamo imparando e vogliamo saperne sempre di più. In tre anni abbiamo rubato molti modi di fare e trattare. Si chiama esperienza e si chiama disobbedienza. È molto interessante capire le contraddizioni di un ambiente industriale e farle coincidere con le contraddizioni di un destino artistico. 

D'accordo, i film della vita, Roma o Lazio. Ma amatriciana o carbonara?

Se cucinati da un romanista, pure spaghetti aglio olio e malinconia. 


[1] Edito da La Nave di Teseo, 2019
[2] Fonte: Ansa.it
[3] Si fa riferimento al decreto che dalla fine del 2018 regolamentarizza le finestre di sfruttamento in sala soltanto dei film italiani: la distribuzione nelle sale è prioritaria rispetto a quella delle piattaforme in streaming.





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