La possibilità di un horror italiano, oggi | Speciale | Ondacinema

La possibilità di un horror italiano, oggi

La possibilità di un horror italiano, oggi

di Giuseppe Vuolo

L'intervista a Ivan Zuccon, giovane autore italiano di film horror, è anche un'occasione per testare il polso al cinema italiano di genere

Introduzione e intervista realizzati da Giuseppe Vuolo e Salvatore Margiotta

Classe 1972, Ivan Zuccon è uno dei registi più prolifici e talentuosi nel contesto dell'indie horror italiano. Espressione di uno stile personale e visionario, il suo cinema è un perfetto cocktail di inquietudine, suspense e tensione diluite in atmosfere oniriche angoscianti e allucinate.
Dopo i cortometraggi "L'altrove" (1998), "DeGenerazione (Bad Brains)" (1998), "L'Ultima Cena" (1999), "L'Albero Capovolto" (2000), "Neve" (2001) e l'esperienza in qualità di assistente per il film La via degli angeli di Pupi Avati, Zuccon gira il suo primo lungometraggio nel 2000. Si tratta de "L'Altrove", fanta-horror la cui fonte di ispirazione affonda le radici negli scritti di Howard P. Lovecraft inerenti la cosiddetta "saga del Necronomicon".
L'anno successivo esce "Maelstrom, Il figlio dell'Altrove", sequel del precedente film con il quale compone il dittico di una trilogia annunciata, ma a tutt'oggi incompiuta (la "sospensione" della serie è dovuta probabilmente al fatto che il secondo capitolo risulta meno riuscito del predecessore). Anche se acerbi, i primi due lavori firmati da Zuccon si fanno apprezzare per la composizione delle inquadrature e le atmosfere da incubo cupe e claustrofobiche.
Il nuovo lavoro del regista arriva nel 2003 e trae ancora una volta linfa vitale da alcuni racconti dello scrittore di Providence: si tratta de "La casa sfuggita" che colpisce a pieno nel segno. Qui, il regista abbandona la dimensione fantasy dei primi due film per concentrarsi principalmente sulla dilatazione dei meccanismi della paura, attraverso uno stile narrativo non certo lineare (per ciò che concerne la storia in sé) e l'ottima resa di una tensione d'orrore profonda (per via dell'efficace atmosfera da incubo persistente).
Tra il 2006 e il 2007 Zuccon gira le sue due pellicole più violente e efferate: "Bad Brains" (2006), thriller-splatter imperniato su una narrazione che procede per flashback e rivelazioni e scandito da un montaggio serratissimo, e "NyMpha", cruda e angosciante storia di un martirio perpetrato in maniera chirurgica e maniacale da parte di un misterioso ordine religioso ai danni di una giovane novizia. Rispetto ai precedenti lavori, la rappresentazione grafica della violenza è estrema e particolarmente esplicita, ma mai gratuita e fine a se stessa.
Se "Bad Brains" può essere considerato una sorta di prodotto di transizione, "NyMpha" è quello che può essere considerato al momento il più intenso della sua filmografia, spingendo a un'interessante riflessione spirituale/religiosa tanto tragica quanto delicata. Inoltre quest'ultimo film si avvale della collaborazione musicale dell'esperto Richard Band (numerosissimi i suoi contributi al cinema di genere tra i quali vale la pena citare "Re-Animator", "From Beyond" e "Puppet Master", oltre al relativamente recente progetto per la televisione "Masters Of Horror") e della convincente interpretazione del cast tutto (benché una menzione particolare la meritano Allan McKenna nel ruolo di Geremia, Tiffany Shepis come Sarah e Alessandra Guerzoni nella doppia veste di Lavinia e della Madre Superiore).
Molto apprezzato all'estero, e in particolar modo negli Stati Uniti, Zuccon nel 2008 ritorna a Lovecraft ("The Colour Out Of Space") e all'horror carico di tensione e intriso di atmosfere suggestive ed affascinanti con "Colour From The Dark". Visivamente potente e tecnicamente ineccepibile, l'ultimo film del regista è un horror maturo ed intimista che a breve sarà rieditato negli Usa in versione 3D. Ma ora bando alle nostre ciance e lasciamo la parola all'autore.

Parlaci della tua formazione, della creazione di Studio Interzona e di come sei approdato  al digitale.
All'origine non c'era il cinema nei miei orizzonti, ma la musica. Ma è stata proprio la musica, poi, a condurmi qui, nel mondo meraviglioso e terribile di celluloide. Ricordo che appena ventenne vendetti la mia Fender Telecaster per comprarmi la mia prima telecamera digitale, una video8. Il mio intento era quello di fare il regista di video musicali. Studio Interzona nasce infatti come società per la produzione di videoclip e video di concerti dal vivo. Sono partito così e per molti anni ho seminato: "chi semina raccoglie", mi dissero in quel periodo; e così è stato.
Poi l'amore per il cinema horror è esploso e la musica ha assunto via via un aspetto di secondo piano.

Sei sceneggiatore, produttore, direttore della fotografia, montatore e regista dei tuoi film. Ricoprire tutti questi ruoli significa fare di necessità virtù oppure esprime l'idea di una autorialità forte e particolarmente unitaria?
Certamente io mi sento più autore che regista in senso stretto. Se pensiamo al regista che sta seduto sulla sedia a dire "azione" e "stop", be', allora io non sono un regista. Io amo prendermi cura di ogni aspetto del mio lavoro. Il cinema è un arte e io provo a essere artista, ci provo mettendo le mani in molti aspetti della produzione. La fotografia è in particolare la cosa che, dal punto di vista visivo, mi preme di più. Lavoro molto sulla luce, la uso come un pittore usa i suoi pennelli, certo di dare una impronta estetica personale al mio lavoro; non so se ci riesco, ma almeno ci provo.

Pensi che si possa parlare per l'Italia della nascita di un movimento, di una tendenza indie-horror, tutta declinata sul versante digitale? La tua opera e quelle di Lorenzo Bianchini, Gabriele Albanesi, Luigi Pastore, Lorenzo Lombardi, presentano - pur in un orizzonte particolarmente eterogeneo e variegato - molti elementi di coesione.
Tutti questi nomi di registi che hai citato hanno tutti il mio massimo rispetto, ma non so se questo rappresenta la rinascita dell'horror in Italia. Purtroppo siamo lasciati soli, abbandonati a noi stessi; non basta la nostra sola volontà e testardaggine per cambiare le cose qui in Italia, occorre di più. Qui è tutto marcio, corrotto, se non ci si rivolta contro tutto questo con azioni più incisive questi elementi di coesione saranno destinati a sfaldarsi inesorabilmente. E non parlo solo di cinema horror, ma di cinema italiano in generale, siamo allo sbando. Forse ha ragione Monicelli quando dice che ci vuole la rivoluzione.

Secondo te perché - contrariamente a quanto avvenuto in Francia per la Nouvelle Vague Horror con Aja, Laugier, Bustillo e Maury, Gens, Moreau e Palud - i vostri nomi sono praticamente noti solo agli addetti ai lavori e agli appassionati del genere? Eppure, se si considera solo il tuo caso, "NyMpha", ad esempio, è in perfetta sintonia - anticipandone addirittura i temi - con "Martyrs". Inoltre, l'ultimo "Colour from the dark" è prossimo alla conversione al formato 3D; segno evidente che i tuoi prodotti hanno un mercato che può essere considerato "importante". Come vivi, quindi, l'indifferenza che riserva il mondo dell'industria cinematografica italiana nei confronti del tuo lavoro?
È evidente che in Francia investono di più sui loro talenti, lasciando meno spazi a interessi di parte e ad agganci politici, cosa qui da noi impensabile allo stato attuale. Non mi risulta che in Italia esista alcuna meritocrazia, o sbaglio? Eppure il mio film "NyMpha" ha anticipato di parecchio i film della Nouvelle Vague Horror francese, ma di tutto ciò in Italia non se ne sa nulla. È inoltre vero che il mio ultimo film, "Colour from the dark", uscito l'anno scorso negli USA, sta per uscire nuovamente in una versione in 3D, e penso che questo sia un record, penso sia il primo film italiano ad uscire in 3D negli Stati Uniti. Un record italiano di cui gli italiani però non sanno nulla o quasi. Come vivo questa indifferenza? Beh, all'inizio mi faceva soffrire, adesso rispondo all'indifferenza con altrettanta indifferenza.

Tutti i tuoi film sono girati in Italia: hai mai pensato (e se sì come mai non l'hai ancora fatto) di trasferire all'estero la tua attività anche in termini di location per le riprese?
Il fatto che l'Italia ignori il mio lavoro non significa che io non mi senta italiano. Sento molto forti le mie radici, sono molto legato alla mia terra. Se per motivi commerciali sono costretto a esportare il mio lavoro all'estero, questo non significa che io non debba però raccontare la mia terra. Oltretutto credo che un regista, un autore, se deve raccontare una storia è meglio che racconti quello che conosce, il suo background culturale non potrà fare altro che rafforzare il suo racconto. Poi, se mi chiedi se ho mai pensato di andare a girare all'estero ti rispondo di si, certo che ci ho pensato e non è una ipotesi trascurabile, è possibile che accada, anche a breve termine.

Come nasce e qual è il rapporto tra H.P. Lovecraft e Ivan Zuccon?
L'amore per Lovecraft nasce principalmente dal fatto che il mio primo approccio al genere fantastico e gotico è di tipo letterario. Tra tutti gli autori horror che ho letto Lovecraft è quello che più mi è rimasto dentro, per la sua cocciuta volontà di raccontare l'indicibile. Capirai che per un regista è una sfida ancora più grande: come si fa a mostrare ciò che non si può mostrare? Lovecraft ci è riuscito con la sua penna, io mi sono imposto la sfida di realizzare ciò con la macchina da presa. Amo le sfide impossibili.

C'è un'opera in particolare di Lovecraft che vorresti trasporre cinematograficamente e che, al momento, rappresenta un progetto irrealizzabile? E c'è un film ispirato a un racconto di questo scrittore che trovi particolarmente riuscito o che ti affascina in modo particolare?
"Lo strano caso del dott. Charles Dexter Ward" è un'opera meravigliosa dalla quale io e lo sceneggiatore Gerardo Di Filippo abbiamo ricavato uno script fantastico. Non so se riusciremo a metterlo in cantiere a breve, è un film ambizioso, in parte ambientato a New York e in parte in Italia.
Film belli tratti da Lovecraft ce ne sono, anche se non tutti ne riescono a catturare le atmosfere. A me è piaciuto molto "Il seme della follia" di Carpenter; non è tratto da un racconto specifico ma è un film molto lovecraftiano.

I tuoi ultimi prodotti, "NyMpha" e "Colour from the dark", sono molto lovecraftiani, ma il primo non fa riferimento in modo esplicito allo scrittore. Tuttavia, la mia sensazione è che "NyMpha" affondi le sue radici in "The Dunwich Horror" (e nello stesso "The Colour Out Of Space) in termini di ispirazione e non di sviluppo della trama. È un'impressione che puoi confermare?
Sei uno dei pochi che ha notato questa cosa, e hai perfettamente ragione. "NyMpha" doveva essere il mio adattamento a "The Dunwich Horror", ma poi la produzione ha preso un'altra piega e un altro film esplicitamente lovecraftiano non lo si poteva realizzare. Piuttosto di buttare alle ortiche tutto il lavoro di sceneggiatura che si era fatto abbiamo preferito ritoccare lo script e trasformarlo in quello che poi è diventato il film, sostituendo gli elementi tipicamente lovecraftiani con spunti tratti dai Vangeli e dalla Bibbia. Se all'epoca questo processo fu stressante, devo dire che tutto ciò ha giovato al film che personalmente ritengo uno dei miei meglio riusciti.

 

Guardando un tuo film, ritengo che la prima cosa che colpisce lo spettatore sia la cura per l'immagine e un istinto visivo/visionario estremamente affascinante. Ma quanto è importante per te il film sulla carta, ossia il passaggio dal soggetto alla stesura della sceneggiatura definitiva?
C'è stato un tempo in cui mi bastava avere uno straccio di idea per convincermi a mettermi la cinepresa sulle spalle e iniziare a girare un film. Ora non è più così. Questa mutazione, che è segno evidente di una certa maturità, ha fatto sì che adesso mi ritrovo con molte sceneggiature pronte e al contempo mai definitivamente pronte. Scrivo e riscrivo gli script fino a quando non sono estremamente convinto, così il processo si allunga e tra un film e l'altro trascorre un maggior lasso di tempo.
Ad acuire ciò ci si è messa la crisi economica e così io mi ritrovo, registicamente, fermo da 3 anni, quasi 4 ormai.
Comunque sia sono estremamente convinto che alla base di ogni buon film ci debba essere una buona sceneggiatura, alla fine quello che si racconta al cinema sono delle storie, e le storie devono essere buone, altrimenti è difficile bucare lo schermo e arrivare al cuore dello spettatore.

La tua è una visione dell'horror estremamente personale rispetto al panorama contemporaneo (nazionale e internazionale). I tuoi film non presentano mai la violenza in maniera estremamente esplicita e fine a se stessa. Anzi, giocano molto sulle atmosfere oniriche e su una tensione in costante crescendo. Puoi parlarci di questo tuo approccio e dirci se consideri, eventualmente, restrittiva l'etichetta di "regista horror" (in "Bad Brains" e "NyMpha" la narrazione si sofferma spesso sul dramma introspettivo dei caratteri - senza tralasciare gli elementi action e fantastici del dittico "L'Altrove"-"Maelstrom")?
Credo che l'horror per me rappresenti un importante punto di partenza, ma non sarà il mio punto di arrivo. La verità è che io prediligo i drammi, e a ben vedere quasi tutti i miei film, in particolare gli ultimi tre, sono dei drammi familiari inseriti in un contesto che poi sfocia nell'orrore o nel soprannaturale. Prima dell'orrore però viene il dramma, prima ci sono i rapporti e le tensioni interpersonali. Gettate queste basi allora si può andare a sondare il lato oscuro delle persone o della vicenda. Ecco, credo che il mio genere sia "l'oscuro dramma" della vita.

Nella precedente domanda si è accennato ad atmosfere oniriche e a tensione in crescendo; a tal proposito penso ai primi nomi di registi che mi sono balenati in mente dopo la visione dei film attraverso i quali ti ho scoperto ("Maelstrom" e "La casa sfuggita"): David Lynch, Dario Argento, Sergio Leone e Sam Raimi. Si tratta di registi che apprezzi e che rappresentano per te fonte di ispirazione? Più in generale, quali sono i film e i registi che ti hanno culturalmente, oltreché artisticamente, influenzato?
Una cosa che credo di avere sempre avuta dentro è la capacità di trasmettere una certa atmosfera. Magari poi le storie che racconto possono non essere gradite a tutti i tipi di palato, ma le atmosfere di tensione, di delirio, l'impianto onirico, è una cosa che istintivamente riesco a trasmettere sullo schermo con una certa facilità.
Le mie influenze sono prima letterarie, anche per quanto riguarda la non linearità del racconto e lo studio delle atmosfere. E penso a questo proposito a scrittori come James Ballard o William Burroughs. Poi, certamente, arrivano le influenze registiche e cinematografiche, e tutti i nomi che hai citato rientrano tra i miei favoriti, ne aggiungerei un altro paio, però, che non sono registi horror ma che con le loro opere hanno spesso stuzzicato la mia fantasia e la mia visionarietà. Questi registi sono Luis Buñuel e Ingmar Bergman.

Concludiamo con l'inevitabile domanda di rito: quali sono i tuoi progetti per il futuro?
È probabile che nell'estate 2011 io possa tornare sul set per girare un nuovo film. Un horror. Altro non posso dire, non per scaramanzia, non perché non posso dire nulla,  ma perché altro non mi è dato sapere per il momento. Sulla mia scrivania ci sono almeno tre sceneggiature e ognuna di esse urla e scalpita per convincermi che lei è quella giusta. Aspetto di sentire quale di queste ha la voce più grossa, quale è la più convincente, la più suadente... Resto quindi in ascolto, quando saprò, dirò.

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