Locarno 70. Il diario dal Festival | Speciale | Ondacinema

Locarno 70. Il diario dal Festival

Locarno 70. Il diario dal Festival

di Carlo Cerofolini

Tra conferme e nuovi talenti la settantesima edizione del Festival svizzero torna come sempre in piena estate e ormai non nasconde più le ambizioni di crescita per insidiare Berlino e Venezia...

Pardo d'oro
Mrs. Fang di Wang Bing

Premio speciale della giuria
As Boas Maneiras di Juliana Rojas, Marco Dutra

Pardo per la miglior regia
F.J. Ossangper per "9 Doigts"

Pardo per la miglior interpretazione femminile
Isabelle Huppert per "Madame Hyde" di Serge Bozon

Pardo per la miglior interpretazione maschile
Elliot Crossett Hove per "Winter Brothers" di Hlynur Pálmason

Piazza Grande
Premio del pubblico
The Big Sick di Michael Showalter

 

Concorso internazionale

 

Gli asteroidi di Germano Maccioni 

 

Se dovessimo scegliere un frammento che meglio di altri può aiutare a cogliere il senso ultimo del film di Germano Maccioni, decideremmo per quello piazzato dal regista a metà della storia. A caratterizzare l'inquadratura, realizzata in campo lungo, ci sono Pietro, Ivan e Cosmo, i tre ragazzi protagonisti della vicenda, ma soprattuto c'è il paesaggio circostante. Giocando con le prospettive e restringendo la profondità, Marconi fa si che la struttura della centrale astronomica (la stessa in cui la Monica Vitti di "Deserto rosso" si ritrova a camminare) posta sullo sfondo, risulti in qualche modo accostata al rudere di una casa colonica filmata in primo piano, a definire, non solo il contesto ambientale in cui si svolge la vicenda (collocata nella pianura della bassa padana) ma anche il senso di questa composizione, con la centrale, simbolo di un presente sfuggente e indecifrabile, messa a confronto con le rovine dell'antico edificio, testimonianza di un passato laborioso ma superato dal progresso della tecnica. La collocazione dei protagonisti, disposti in ordine sparso nelle vicinanze del rudere, non è casuale, poiché sembra sintetizzare, - trasfigurandola nell'immagine in questione - la marginalità economica, sociale e culturale dei ragazzi che il film ha raccontato prima di questa scena. Leggi la recensione 

 

Piazza Grande

What Happened to Monday di Tommy Wirkola

In mezzo a tanti film d'autore l'odierna edizione del festival di Locarno pare avere riscoperto il cinema di genere. Non solo quello classico, omaggiato attraverso la retrospettiva dedicata al grande Jaques Tourner su cui si è svolta oggi un importante tavola rotonda organizzata da Roberto Turigliatto, ma anche quello meno nobile ma non per questo meno apprezzabile. A tenere alta la bandiera della categoria ci pensa dunque il futuribile "What Happened to Monday", dello stesso Tommy Wirkola che si era messo in evidenza qualche anno fa con la rivisitazione in chiave moderna della fiaba di Hansel e Gretel (Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe, 2013), e che oggi ci racconta di un futuro distopico in cui la crisi del pianeta costringe il sistema a regolare le nascite, impedendo ad ogni nucleo famigliare di avere più di un figlio. Uno status quo che non impedisce eccezioni come quella rappresentata dalle sette sorelle della nostra storia (gemelle e chiamate con un giorno della settimana), impegnate a sfuggire dalle grinfie della Child Allocation Bureau (capeggiata da una Glenn Close in versione Crudelia De Mon) la società incaricata di far rispettare la legge. Per riuscirci le ragazze sono costrette ad assumere la medesima identità ogni qualvolta una di loro abbandona la casa rifugio, utilizzata come centrale di comando a cui fare appello in caso di pericolo. Leggi recensione 

voto 6,5 

 

Concorso internazionale

Did You Wonder Who Fired the Gun? di Travis Wilkerson

 

 

"Ti sei chiesto chi è stato a sparare?" è la domanda da cui parte il regista Travis Wilkerson per dare corso all'indagine che sta al centro del suo film ma anche la certificazione di un'opera che fonde pubblico e privato nel fatto di sangue accaduto, nell'Alabama dei primi anni 60, nel quale perse la vita un cittadino afro americano, ucciso a colpi d'arma da fuoco dal bisnonno dello stesso Wilkerson. Il delitto, rimasto impunito per la complicità di una legge iniqua e corrotta (all'epoca dei fatti l'Alabama era in prima linea tra gli stati favorevoli alla segregazione razziale) viene ripercorso dall'autore con la duplice intenzione di fare luce sulla verità dell'accaduto, e, nel contempo, per parlare dell'America di oggi, dove, rispetto al clima in cui si verificarono gli avvenimenti del film, poco o nulla sembra essere cambiato. 
Se il tema non è nuovo, soprattuto nella stagione in cui ben tre dei quattro documentari candidati all'Oscar trattavano il problema della discriminazioni perpetrate nei confronti di membri della comunità afro americana, ciò che distingue "Did You Wonder Who Fired the Gun?" è che la vicenda in questione riguarda in prima persona l'autore del film, il quale,, attraverso una struttura da Journal Intime si confronta con la reticenza dei propri famigliari e della gente comune, per niente desiderosi di ricordare un passato che, sia le vittime che i colpevoli, vogliono lasciarsi alle spalle. Ma non basta, perché, senza perdere le prerogative della sua natura documentaria - che, idealmente sarebbe quella di fotografare la realtà dei fatti in maniera asettica e scientifica - "Did You Wonder Who Fired the Gun?" non rinuncia al proprio status di opera d'arte, con Wilkerson intento a far confluire il resoconto delle sue ricerche in un patchwork visivo dove il materiale raccolto (filmati d'archivio, fotografie, super 8, frammenti di pellicole cinematografiche) subisce una trasformazione che ne amplifica la valenza dei significati e, allo stesso tempo, fa sentire il punto di vista del regista. In questa maniera, l'assenza di risposte e la mancata disponibilità degli interpellati a farsi riprendere viene trasfigurata dalle fotografie in bianco e nero che ritraggono a mo di natura morta e senza la presenza dell'elemento umano i luoghi del delitto e le abitazioni delle persone in qualche modo coinvolte nell'accaduto. Oppure, come succede nelle sequenze tratte da "Il buio oltre la siepe" in cui l'ambiguità di Harper Lee, lo scrittore del romanzo da cui è tratto il film e che secondo Wilkerson, mascherò dietro la tolleranza del protagonista del suo libro una morale altrettanto razzista e conservatrice, trova un corrispettivo nella scelta di virare al negativo i fotogrammi in cui compare Atticus Finch, ruolo per il quale Gregory Peck vinse il premio Oscar. 
Dominato dalla spietata lucidità con la quale Wilkerson riflette e discute i risultati della propria esperienza, quello del regista è un referto che lo coinvolge anche nel mestiere di cineasta, quando, nel filmare le vite degli altri, si dichiara consapevole del rischio di reiterare quelle disparità sociali che il cinema riproduce nel rapporto tra chi filma e chi viene filmato. Diverso da ciò che normalmente siamo abituati a vedere sui nostri schermi, "Did You Wonder Who Fired the Gun?", nonostante la nobiltà del tema ha il pregio di non ergersi al di sopra del pubblico, ma anzi di cercarne il confronto con stratagemmi come quello del loop musicale con cui il film, tra una sequenza e l'altra, ci invita a scendere in campo e a protestare contro ogni ingiustizia, pronunciando, come fosse la strofa di un rap il nome della vittima. Tra le cose più belle viste in questa edizione del festival di Locarno, "Did You Wonder Who Fired the Gun?" avrebbe meritato di figurare nella lista dei vincitori.

 


voto 7,5

 

 

atomica_biondaPiazza grande

Atomica bionda di David Leitch

C'è chi il cinema lo impara dietro la macchina da presa, assistendo il regista di turno, oppure davanti, interpretando i personaggi dei loro film. Poi come al solito esistono le eccezioni che confermano la regola. A queste appartiene la storia del regista di "Atomic Blonde", promosso sul campo per i meriti acquisiti con "John Wick" e in procinto di continuare la scalata al successo con la regia del prossimo "Deadpool". Ma ritorniamo al punto, e cerchiamo di capire cosa centra questo discorso con il film interpretato da Charlize Theron. Se andate su IMDB e visitate il profilo di David Leitch vi accorgerete che a fronte di un esiguo numero di regie (2 con quella di oggi, 3 se contate anche il film della Marvel) e d'interpretazioni (19) ce ne sono ben 89 come stuntmen di alcuni dei più importanti blockbuster contemporanei tra cui "X-Men" e "The Bourne Legacy". La statistica è tutto fuorché superflua perché ci permette di capire almeno una cosa fondamentale di "Bionda Atomica", e cioè quale sia l'origine estetica del cinema di Leitch, e quindi la ragione per cui il corpo della Theron venga filmato in modo da apprezzarne la potenza della performance fisica, esaltata da un tipo di riprese (long take) in cui la macchina da presa si sofferma senza stacchi sulle acrobazie e i contorcimenti a cui esso è sottoposto. In questo senso "Atomica bionda" è fondato su una verosimiglianza introvabile in prodotti dello stesso genere e per esempio nei film della Jolie ("Tomb Raider", "Salt"), montati ad arte per regalare all'attrice quel dinamismo di cui in realtà non c'è traccia nei singoli fotogrammi, come pure, non ce ne voglia l'affascinante Gail Godot, nel celebrato "Wonder Woman" di Patty Jenkins.
Ambientato nella Berlino degli anni 80, quella che si preparava a essere sconvolta dalla caduta del muro, "Atomica bionda" racconta di Lorraine Broughton, spia del M16, inviata in loco per aiutare il collega David Percival (il sempre più cattivo James McAvoy) a sgominare l'organizzazione che ha ucciso un agente sotto copertura. Se la ricostruzione d'ambiente è una "scocciatura" che Leitch risolve da par suo, ricreando quegli anni attraverso la sofisticata compilation di hit dell'epoca chiamati a dare ritmo all'indagini della "bionda", le attenzioni del regista sono tutte per la "sua" attrice, alla quale il nostro non riserva solamente scene d'azione, con le specialità della casa - i combattimenti corpo a corpo - a dare lustro alle sue capacità atletiche in alternativa a primi piani che consentono di apprezzarne una bellezza incapace di retrocedere anche quando si tratta di recitare con il volto tumefatto dai colpi ricevuti. Accade infatti che Leitch, tra uno scontro e l'altro, riesca anche ad abbozzare uno straccio di introspezione psicologica della sua protagonista, concedendole un minimo di distrazione, che la Bionda consuma tra le braccia dell'altra amazzone Sophia Boutella, a segnalare come anche nel cinema mainstream - dopo quello d'autore nella varie sezioni del festival di Locarno - l'amore saffico faccia tendenza. Leggi la recensione

voto 7

 

 

 mrs_fangConcorso internazionale

Mrs Fang di Wang Bing

Superato il giro di boa la settantesima edizione del festival cala i pezzi da novanta e, in attesa di sapere chi sarà il vincitore, ci presenta la nuova fatica di un autore senza mezze misure, di quelli che piacciono a Locarno per la capacità di provocare discussioni e schieramenti di campo. Così è infatti la reazione del pubblico nei confronti di "Mrs Fang" del regista cinese Wang Bing, un'opera che lui stesso, in sede di presentazione non ha saputo definire, preferendo lasciare a chi guarda il piacere o la responsabilità di trovarne la giusta collocazione. In effetti si fatica a trovare l'esatta definizione di quella che potrebbe essere la cronaca filmata degli ultimi giorni di un'anziana signora, costretta all'infermità dalle conseguenze dell'alzhaimer e accompagnata al trapasso dalla telecamera del regista che la filma sul letto di morte, contorniata da parenti e amici che sono radunati al suo capezzale. La difficoltà di cui parliamo è infatti intrinseca ai contenuti del film, perché - e Wang Bing è il primo a rendersene conto - nella sua natura intima e privata, la materia del contendere è talmente delicata da uscire svilita da un'operazione che avesse come unico obiettivo un interessa puramente cinematografico. Leggi la recensione

voto 7

 

 

Piazza Grande

The Big Sick di Michael Shoewaiter

A chi si chiede se sia possibile fare buon cinema partendo da soggetti poco originale e molto inflazionati, "The Big Sick" offre più di un motivo per essere ottimismi. Ambientato a Chicago - anziché nella solita New York - "The Big Sick" racconta la storia d'amore tra Kumail e Emily (Zoe kazan, nipote del celebre Elia, già min concorso come attrice e sceneggiatrice di "Ruby Sparks"), ostacolata dai genitori del protagonista, i quali , di origine pakistana, vorrebbero il figlio sposato con una donna della stessa etnia. Nulla di nuovo dunque, se è vero che qui come altrove, il conflitto è la conseguenza delle differenze culturali, e ancora, della volontà di non volervi rinunciare da parte di una delle parti in causa. Sennonchè, a riequilibrare la partita entrano in gioco fattori non pronosticabili, che, nella fattispecie, rispondono al nome di John Apatow, presente nel film in veste di produttore e soprattutto all'affiatamento tra il regista Michael Showalter. e gli attori Kumail Nanjian e ,appunto, Zoe Kazan. Il tocco di Appatow è riconoscibile nell'esattezza della rappresentazione, in parte, prelevata dal mondo sferzante e caustico degli stand-up comedian frequentati dallo stesso a inizio di carriera e, sempre per restare ad Apatow, dalla capacità del film di passare dal comico al drammatico (la grande malattia del titolo è quella che colpisce Emily, facendola entrare in coma) senza soluzione di continuità. Mentre al regista e agli attori va dato il merito di aver creato personaggi che risultano sexy per la loro intelligenza e in ragione di un mood che si mantiene sempre scanzonato ma partecipe. In questo modo l'empatia di Kumail ed Emily sommata alla partecipazione con cui si seguono le loro vicissitudini finisce per mettere in secondo piano la prevedibilità di certe situazioni e gli stereotipi da cui "The Big Sick" non è comunque esente. Uscito negli Stati Uniti con buon seguito critico e discreto successo commerciale, non è dato di sapere se Amazon (società distributrice) farà uscire il film nelle sale italiane, oppure opterà per lo sfruttamento sulla propria piattaforma. Se potessimo decidere preferiremo la prima opzione.

voto 7

 

 

Concorso Internazionale

En El Septimo Dìa di Jim McKay

Il riferimento biblico scelto dal regista americano Jim MacKay ha, come spesso succede nel cinema anglosassone, un duplice significato. In questo caso lo scarto dentro al quale si trova il senso della storia deriva dal fatto che la giornata dedicata al signore, quella in cui i doveri quotidiani passano in secondo piano rispetto al resto, non è la domenica - come ci si potrebbe aspettare - ma il giorno successivo. L'anomalia, frutto della progressione cronologia con cui la storia racconta le vicende di Josè e dei suoi compagni, immigrati messicani in attesa di ottenere la cittadinanza americana. serve al regista per costruire un sotto testo in cui riflettere su un tipo di marginalità che costringe le persone ad accettare gli svantaggi di un contratto capestro, capace di togliergli persino il tempo per una partita di calcio insieme agli amici. Con un'adesione alle realtà simile a quella di Ken Loach, eccezion fatta per la militanza che caratterizza il cinema dell'inglese, MacKay racconta New York senza gli americani, diversa da quella che siamo abituati a vedere nel cinema d'oltreoceano, e pronta a manifestarsi durante le consegne a domicilio che Josè effettua per conto del ristorante in cui è impiegato. Lo straniamento causato dalla scelta di relegare fuori campo la comunità autoctona, sostituita da persone e stili di vita appartenenti a quella messicana, permette a "En El Septimo Dia" di materializzare la distanza fisica e morale (tra il protagonista e i suoi compagni esiste un patto di mutuo soccorso da altre parti sconosciuto) che separa gli uni dagli altri. Privo di orizzonti metafisici e calato in un quotidiano in cui condivisione e identità valgono più di ogni altra cosa, (si pensi a cosa è disposto a sacrificare Josè pur aiutare gli amici a vincere la partita ) "En El Septimo Dia" racconta la condizione umana senza enfasi ne drammi, quasi a voler far sentire l'indifferenza con cui il mondo - e forse chi guarda - volge lo sguardo a situazioni come quella sofferte Josè e dei suoi compagni.

voto 7

 

 

amori_che_non_sannoPiazza Grande

Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini 

Entrata nel vivo della sue proiezioni, la settantesima edizione del Festival di Locarno tiene finalmente a battesimo il primo titolo italiano con una scelta che, a ben vedere, può dirsi rappresentativa del mainstream nazionale. In quanto commedia, "Amori che non sanno stare al mondo" appartiene di diritto al genere più frequentato dalla nostra cinematografia, perfettamente in linea con il tipo di prodotto che in termini quantitativi fa segnare il numero più alto di biglietti staccati. Il che porta a due annotazioni che si accompagnano alla sfida che il lungometraggio della Comencini accoglieva presentandosi a una platea esigente come quella di Locarno. La prima riguardava la possibilità di smentita rispetto a una qualità - quella della commedia italiana - quasi sempre sacrificata al raggiungimento della popolarità, mentre la seconda andava a toccare gli aspetti relativi ai contenuti e alla messinscena, normalmente appiattiti su soluzioni poco rischiose e fabbricate in serie dal regista di turno. Leggi la recensione

voto  7

 

 

Concorso internazionale

Gemini di Aaron Katz

Mancava all'appello e finalmente è arrivato. Nell'edizione che ha riscoperto il gusto per i prodotti di genere restava ancora da coprire lo spazio assegnato al cinema noir. Con "Gemini", del regista americano Aroon Katz possiamo dire che l'attesa sia giunta al termine perché il titolo in questione ha le carte in regola e anche di più per soddisfare i gusti degli appassionati. Nella sceneggiatura di "Gemini" infatti non c'è particolare o elemento della trama che non riverberi le atmosfere, i luoghi e le situazioni più ricorrenti del modello di riferimento. Dall'ambientazione metropolitana e losangelina, deputata a fornire la scusa per infrangere le regole, alla dimensione notturna, chiamata ad alimentare i fantasmi che si agitano negli abissi del subconscio, e senza dimenticarsi dell'opportunità di dotare la tram dell'immancabile dark lady, "Gemini" si allinea alla tradizione,rivisitandola con spirito filologico e sguardo contemporaneo. Protagonista della vicenda è Jill LeBeau, personal assistent di Heather Anderson, diva hollywoodiana in crisi d'identità che una mattina viene trovata morta nella villa che l'aveva vista rincasare accompagnata dalla sua assistente. La faccenda si ingarbuglia quando Jill, sospettata d'omicidio, si mette a indagare per cercare di scoprire l'autore del delitto. In linea con codici propri del neo noir, "Gemini" è una miniera di citazioni e infingimenti che a partire dal tema del "Body Double" tanto caro all' Alfred Hitchcock de "La donna che visse due volte" e a certo cinema di certo cinema di Brian De Palma (da "Omicidio a luci rosse" e "Vestito per uccidere" a "Femme Fatale" e "Passion") ripreso a più riprese e sviluppato tanto nei temi che nell'iconografia. Declinato al femminile per la manifesta inferiorità della controparte più virile, "Gemini" trova modo di ragionare sulla capacità illusoria della settima arte, indispensabile - come vediamo nella sequenza conclusiva - nel fornire quegli anti corpi che permettono di accettare le difficoltà dell'esistenza. Interpretato da Lola Kirke (Jill), vista in Italia nell'ultimo lavoro di Noah Baumbach, e da Zoe Kravits, prima di "Gemini" relegata a ruoli secondari e qui, invece, parte in causa con una parte di primo piano, il film di Katz fallisce la prova del nove, costruendo un thriller privo di profondità, troppo preso dal suo presupposto teorico per riuscire a scombinare le sicurezze di una trama preconfezionata. Senza nulla togliere alla piacevolezza della sua visione.

voto 6,5




wonderstruck_01Fuori concorso

Wonderstruck di Todd Haynes

Quando di parla del cinema di Todd Haynes lo si fa di solito con la reverenza e la circospezione che di solito spetta ai registi cui si riconosce un arte superiore. Un talento quello dell'autore californiano che non si limita a vivere solo sul grande schermo, attraverso la bellezza delle composizioni visive e la straordinario camaleontismo dei suoi interpreti ma che è capace di trovare eco nei fatti della vita reale, trasfigurati secondo il modello esistenziale che riceviamo guardando i suoi film. Basti pensare, solo per fare un esempio, al lungometraggio d'esordio, in grado di scatenare l'interesse e in qualche caso il diniego dell'opinione pubblica, offesa dalla legittimità da parte dello stato di finanziare un lungometraggio che alla maniera di "Poison" (1991) osava trattare la questione omosessuale in maniera esplicita e senza alcuna ipocrisia. Rispetto a quegli inizi molte cose sono cambiate, a cominciare dallo status del regista, nel frattempo entrato a far parte del cinema che conta e quindi libero di scegliere con attenzione certosina i progetti a cui dedicarsi. D'altronde, l'esiguo numero di film che ne compongono la filmografia (sette in oltre 25 anni di carriera) conferma l'idea di un cinema molto pensato, frutto di lunghe riflessioni che tengono in conto il gusto cinefilo del regista, presente nei suoi film con omaggi e citazioni provenienti dal cinema più classico e nella perizia con cui Haynes è solito scegliere i suoi attori, ai quali spetta il compito (più importante) di dare voce e corpo alle emozioni contenute nelle sue composizioni visive. Leggi la recensione 

voto 7

 

 

Concorso internazionale

Person to Person di Dustin Guy Defa

Se è indubbia l'esistenza di una comunità assai prolifica di registi newyorkesi, a essere meno scontato è che segni di questa aggregazione si vedano nel modo attraverso il quale i film vengono prodotti e, dal punto di vista cinematografico, nella maniera di sfruttare gli spazi messi a disposizione dalla città. Da qui, nel primo caso, la tendenza di attori e registi a recitare nei film dei colleghi con apparizioni brevi ma indicative di una fratellanza che non viene mai meno e, della quale, il più delle volte, troviamo riscontro in ruoli cameo sul tipo di quello ricoperto da Benny Safdie in "Person to Person", e, ancora, nella tendenza a fare delle case di amici e colleghi le location in cui si svolge la storia, come sappiamo essere accaduto per l'opera dell'esordiente Dustin Guy Defa . Nel secondo, e qui entriamo nella cosiddetta materia filmica, nell'ossessione di trasformare i luoghi della città in una gincana da percorre con la frenesia di chi non si risparmia ne in termini di movimento che di posti da raggiungere. Come testimoniano "Good Time" (passato qualche giorno fa a Locarno), sorta di maratona nel cuore di tenebra della notte metropolitana e, appunto "Person to Person", del regista e sceneggiatore Dustin Guy Defa, Non per nulla, l'impossibilità di stare fermi e il dover fare continuamente cose - ancora di più dell'approccio esistenziale con cui il regista si rivolge ai personaggi - individua il filo rosso di una struttura narrativa che per il resto si dissemina lungo le coordinate tracciate dalle varie microstorie che compongono il film. Debitore di Woody Allen (e non potrebbe essere altrimenti) per le caratteristiche afabulatorie della sceneggiatura e nell'interesse alla quotidianità dei personaggi, "Person to Person" prende come pretesto la difficoltà del sentimento amoroso con cui uomini si confrontano per tratteggiare un'umanità buffa e contraddittoria, quasi sempre costretta a rincorrere gli eventi , ma comunque capace di non darsi per vinta e di rialzare la testa. Alla prese con il suo primo lungometraggio, Defa dimostra di sapersela cavare, orchestrando la polifonia dei caratteri all'interno di un impianto attraverso un testo capace di riservare allo spettatore momenti di sicuro coinvolgimento e sequenze come quella (conclusiva) della dichiarazione d'amore di uno dei protagonisti alla sua ragazza che riscrive con originalità e divertimento le regole del corteggiamento amoroso. Per gli amanti del genere un film da non perdere.

voto 7

 

 

easyConcorso Cineasti del presente

Easy di Andrea Magnani

Esiste un paradosso nell'opera prima di Andrea Magnani che per fortuna dell'interessato concorre al successo del suo film. Prima di addentrarsi in ulteriori spiegazioni è però necessario entrare nel merito del lungometraggio perché "Easy" è una di quelle opere a cui il pubblico italiano è purtroppo poco abituato. E qui non si fa riferimento alla struttura da road movie scelto da Magnani per raccontare il personaggio che da il titolo al film - un ex promessa dell'automobilismo colpito da una depressione che lo ha fatto ingrassare a dismisura - e neanche al fatto che "Easy", avendo come obiettivo primario quello di divertire il suo pubblico, appartenga di diritto alla schiera dei prodotti che puntano ad ottenere un consenso vasto e popolare ricercandolo attraverso la proposta di un contesto - la solitudine del personaggio, la sua difficoltà di relazionarsi con il mondo esterno, la costrizione a farlo nei suoi modi goffi e impacciati - di facile interpretazione. Il motivo che fa la differenza in "Easy" è anche quello più rischioso per un cinema (italiano) che ha paura di uscire fuori dalle proprie sicurezze; e con questo intendiamo puntare l'attenzione di chi legge su una tipologia di comicità fuori dalla norma, in ragione del fatto che le risate suscitate dalla storia nascono all'interno di uno scenario tutt'altro che felice (c'è di mezzo la morte di un operaio, avvenuta nel cantiere del fratello del protagonista) e sullo sfondo di un paesaggio dominato dalla pianura desolata e piatta che dall'Italia conduce Easy e il suo carro funebre nel piccolo villaggio dell'Ucraina dove dovrà essere recapitata la salma. Leggi la recensione

voto 7,5

 

 

a_boas_maneirasConcorso internazionale

A Boas Maneiras di Jiuliana Rojas, Marco Dutra

Si diceva l'altro giorno, commentando il film di Tommy Wirkola di come anche un festival cinefilo come quello di Locarno si fosse aperto senza remore al cinema di genere. Neanche il tempo di finire la frase e il concorso internazionale mette in circolo il suo film più provocatorio e sperimentale, presentando al pubblico "A Boas Maneiras", horror brasiliano firmato dai registi Juliana Rojas e Marco Dutra. Una delle particolarità di questo lavoro deriva dal fatto che il tema della licantropia con cui devono vedersela i personaggi della storia sembra riversarsi sulle forma di un lungometraggio destinato a cambiare pelle più volte nel corso della proiezione. Così, se all'inizio il nodo della questione sembra celarsi nell'ambiguo rapporto tra Ana, ricca borghese in dolce attesa e la sua bambinaia rimandando a film come "L'albero del male" di William Friedkin e "La mano sulla culla" di Curtis Hanson, a seguito della terribile scoperta il film tracima nel fantastico, con rivelazioni e tragedie che ribaltano le gerarchie dei personaggi, consegnando la vicenda alla ferocia animalesca della mostruosa creatura. E qui ci fermiamo, un po' perché è impossibile tenere testa ai detour della trama senza rovinare la sorpresa provocata molti colpi di scena che attendono lo spettatore, un po' perché gli scarti narrativi a cui è soggetto "A Boas Maneiras" ci inducono ad aprire un altro tipo di discorso, e a parlare di come la paura indotta dalla visione della morte sia per buon parte annullata da una messinscena fortemente stilizzata e volutamente artificiosa (dai fondali disegnati che riproducono l'ambiente esterno alla fotografia dai colori iperreali), la quale, oltre a sabotare le fondamenta del genere di riferimento, spalanca le porte a una narrazione dominata da una tensione melodrammatica conseguente al tentativo della protagonista di salvare (ancora una volta sovvertendo le regole di genere) la nefasta progenie dalle conseguenze delle proprie azioni. Parliamo dunque di un film camaleontico e irriducibile, disposto addirittura a diventare musical pur di sfuggire a categorizzazioni che mai come per "A Boas Maneiras" risultano inadeguate a sintetizzarne i tratti più salienti. Intriso di un erotismo (lesbo) conturbante e mortifero e non esente da uno sguardo critico sulla società e sulle sue istituzioni (su tutte la Chiesa e i suoi ministri, al primo posto sul banco degli imputati) "A Boas Maneiras" entra nella lista dei possibili vincitori del premio finale.
voto 7,5

 

 

Piazza Grande

Lola Pater di  Nadir Moknèche

Non è qui il momento di ricordare la carriera di Fanny Ardant ne di come l'attrice sia stata ad un certo punto della sua vita una delle muse del grande Francois Truffaut. Acqua passata, certo, ma sufficiente viva per impedirci di rimanere indifferenti rispetto alla decisione della Ardant di partecipare nel ruolo della protagonista al film di Nadir Moknèche "Lola pater", presentato in anteprima mondiale nell'ambito delle proiezioni della Piazza Grande. Il soggetto del film è di quelli da prendere con le molle perché nel doverlo valutare, in un senso o in un altro, il rischio di essere indulgenti quando se ne scrive bene va di pari passo con quello di essere fraintesi nel momento in cui si deve esprimere un giudizio negativo. "Lola Pater" racconta infatti di un figlio. il quale, dopo la morte della madre, deve affrontare la scoperta che il proprio genitore ha cambiato sesso, assumendo le sembianze di una donna che ha il corpo e la vivacità della signora Ardant. Sin qui nulla di male, se non fosse che Moknèche nel mettere in scena una versione personale de "Tutto su mia madre" si dimentica la lezione del regista spagnolo - peraltro inimitabile - portando sullo schermo un melodramma che affronta i rapporti famigliari e il tema del gender depurandolo degli aspetti più trasgressivi e senza alcun riferimento con la realtà contemporanea. Il tempo impiegato da "Lola Pater" per fare riappacificare il figlio con il proprio genitore diventa allora un feuilleton politicamente corretto, in cui qualsiasi urgenza è sostituita da un tripudio di buoni sentimenti. Ideale per una serata domenicale passata davanti alle reti nazionali "Lola Pater" ha solo una contraddizione, rappresentata dalla presenza di Fanny Ardant, ma di questo abbiamo detto, e quindi preferiamo tacere.

voto 5

 

 

Concorso internazionale

Lucky di John Carroll Lynch 

Se mai esiste un Dio del cinema lo dobbiamo davvero ringraziare perché quello che è accaduto al Festival di Locarno durante la proiezione di "Lucky" ha quasi del miracoloso. Raccontando la presa di coscienza di un ultra novantenne costretto a prendere coscienza della propria solitudine e dei limiti imposti dall'avanzare dell'età, il film sembra infatti trasporre la vicenda personale dell'attore Harry Dean Stanton, il quale, nella parte di Lucky entra nei panni del personaggio portandovi buona parte del proprio vissuto. Ma non finisce qui, perché, a cominciare dall'ambiente in cui si svolge il film - una cittadina in mezzo al deserto, simbolo di quella frontiera americana che, prendendo in prestito l'umore del film e gli orizzonti di chi lo abita, appare sempre più ripiegata su se stessa e lontana dell'intraprendenza attribuitagli dai padri fondatori - per continuare con il taglio esistenziale impresso alla storia, pronta a lasciarsi dietro i dettagli del reale per assumere i contorni il viaggio interiore di chi è costretto a fare i conti con i fantasmi della propria vita - e continuando con i tratti caratteriali del protagonista - duro e fragile allo stesso tempo - ogni cosa in "Lucky" sembra portare dalla parti di ciò che è stato per il cinema la figura del compianto Sam Shepard. Il quale, prestato alla settima arte dalla sua attività di drammaturgo, è stato non solo sceneggiatore di quel "Paris Texas interpretato dallo stesso Stanton, ma ha più volte interpretato il ruolo di "fuorilegge" sentimentale in lotta contro la vita che oggi è Lucky/Stanton a portare sullo schermo. Questo per dire di come "Lucky", al di là delle caratteristiche che gli sono proprie, sia anche un omaggio alla carriera e all'arte delle figure appena menzionate. Leggi recensione 

voto 7,5 

 

 

madame_hydeConcorso internazionale

Madame Hyde di Serge Bozon 

Essendo una delle attrici più hot del momento ogni film che vede la partecipazione di Isabelle Huppert diventa subito un evento. Così è capitato anche a Locarno che ha ospitato nel concorso internazionale la prima mondiale de "Madame Hyde" liberamente ispirato al celebre libro di Louis Stevenson. Serge Bozon che in Francia è amato e rispettato come critico cinematografico prima ancora che il qualità di regista per aver "militato" ne I Cahiers du Cinema, c'è la mette tutta per mancare di rispetto al grande romanziere, dapprima spostando la vicenda ai giorni nostri per collocarla a Lione (città natale del regista) e precisamente all'interno della scuola dove con scarsa autostima e poco rispetto dei suoi studenti insegna la protagonista del film. E qui veniamo al punto, poiché, trasformando il Dottor Jekyll nella timida e sprovveduta insegnante di fisica che per un esperimento andato storto si trasforma in una specie di giustiziere di quartiere, getta le basi di un'opera che a colpi d'anarchia cinematografica non nasconde la sua natura ribelle e invita a riscrivere le regole. Una dichiarazione d'intenti che "Madame Hyde" dimostra nel concreto, adottando uno stile approssimativo sia nella messinscena - caratterizzata da inquadrature piatte e volutamente approssimate - che nel montaggio, concepito in modo da evitare la ricerca di un ritmo prestabilito a favore di una calcolata casualità nelle chiusura delle singole scene. Neanche gli attori vengono risparmiati dalla furia iconoclasta del regista, il quale, all'insegna del grottesco e del surreale (valga per tutti la trasformazione di M. Hyde destinata ad assumere le forme di una torcia umana che si aggira nottambula per le vie della città) trasforma i personaggi in vere e proprie macchiette, eccessivi sia da una parte - il preside Romain Duris, sempre sopra le righe - che dall'altra - Madame Hyde, talmente sotto tono da sembrare invisibile. Politicamente scorretto anche quando si tratta di dare voce agli umiliati e oppressi, di cui sembrerebbe comunque prendere le difese, - lo studente mussulmano seguito dall'insegnante, ritratto con l'intento di non suscitare alcuna identificazione da parte di chi guarda - "Madame Hyde" è vittima della sua troppa teoria e della sua voglia di essere diverso, Non che non lo sia ma questo non basta per farne un bel film.

voto 5

 

 

Concorso internazionale

Te Peau si Lisse di Denis Cotè

Da pietra della scandalo, per essere stato il principale promotore di immagini vuote e patinate nel cinema degli anni 80, il corpo e le sue derivazioni, con l'avvento della rivoluzione digitale ha assunto un ruolo di segno opposto, diventando punto di partenza e cartina tornasole di ogni indagine volta a conoscere le manifestazioni più intime e nascoste dell'umano. Un principio che il canadese Denis Cotè fa suo per realizzare "Te Peau si Lisse", viaggio nel mondo della cultura fisica, esplorata attraverso le fasi della preparazione intrapresa da un gruppo eterogeneo di atleti in vista delle sfide che misurerà la bontà del loro lavoro. Con stile documentario Cotè organizza il film come una sorta di staffetta tra i diretti interessati, pedinati dalla mdp del regista che entra nelle loro esistenze per filmarne performance e tecniche d'allenamento, ma soprattuto per dare conto di un universo sportivo e famigliare in cui ogni dettaglio è subordinato al raggiungimento di un unico obiettivo, che per tutti, nessuno escluso, è quello di migliorare potenza fisica e massa muscolare. Eterogeneo per la diversità socio culturali dei suoi protagonisti e frammentario per quanto riguarda la progressione narrativa, "Te Peau si Lisse" deve la sua coerenza all'ossessione che distingue il pensiero e le scelte delle parti in causa, orientate a non lasciare nulla d'intentato, e pronte a soffrire le pene dell'inferno pur di rispettare gli esercizi previsti dal rigoroso training. "Te Peau si Lisse" però non si esaurisce nella fenomenologia dell'assunto, che, alla lunga, porterebbe il film a farsi carico della ripetitività dell'oggetto della sua osservazione. Come in una sorta di mantra cinematografico, Cotè, infatti, ad ogni cambio di scena riesce a spingersi sempre un pò più avanti, arrivando al punto di rendere meno scontato ciò che in partenza sembrava un dato certo, e, nondimeno, ad ottenere un'insperato effetto comico che nasce dal contrasto tra le esasperazioni delle routine dall'allenamento e la compassata stoicità di coloro che vi ci sottopongo. Una piacevola sorpresa
 
voto 7

 

 

beach_ratsConcorso Cineasti del presene

Beach Rats di Eliza Hittman

"Se lo fanno le donne è sexy, se lo fanno gli uomini è gay". E' questa la risposta della ragazza alla quale viene chiesto il parere in merito ai baci scambiati tra persone dello stesso sesso. L'affermazione, pronunciata senza troppa peso nel corso della solita serata da sballo, assume al contrario un'importanza fondamentale perché fissa in modo inequivocabile l'orizzonte (morale) all'interno del quale si muove Frankie, adolescente in crisi d'identità e maschio alfa di una generazione di giovani sbandati che senza averne consapevolezza rappresenta il termometro di una nazione che non sa prendersi cura dei propri figli. Così, se anche in "Beach Rats" come in altre storie raccontate dal cinema indie è la strada a decidere il destino dei personaggi, stabilendo la rilevanza della posta in gioco e le conseguenze di ogni azione, a fare la differenza rispetto al solito è lo sguardo adottato dalla regista newyorkese Elisa Hittman, la quale, non si limita a scoprire che l'anello debole della catena, quello che fa saltare in aria il sistema, è del tutto interno alla questione, e, dunque, centrato nel cuore dell'istituzione familiare. Questo perché invece di cancellarla dallo schermo, relegandola fuori campo nella maniera che abbiamo visto nelle opere dei vari Gus Van Sant e Larry Clark- con i quali per forza di cose "Beach Rats" entra in qualche modo in dialettica - la famiglia trova spazio e prende corpo nella presenza e nei gesti di ognuno dei suoi componenti: nella malattia terminale del genitore così come nelle attenzioni della madre, preoccupata per il malessere del figlio e, ancora, nei rapporti conflittuali con la sorella più piccola. Che poi, la percentuale di convenzionalità attribuibile a "Beach Rats" sia da addebitarsi soprattutto alla ritrovata visibilità del nucleo famigliare e alle spiegazioni che esso fornisce alle cause del problema è un altro discorso. Leggi la recensione 

voto 7,5 


 

Concorso internazionale

Winter Brothers di Hlynur Palmason

Per la nazione di provenienza e in ragione delle parole spese in sede di presentazione dal direttore artistico Carlo Chatrian che ne aveva lodato le qualità formali, l'attesa nei confronti di "Winter Brothers", del danese Hlynur Palmason era di quelle riservate ai film da non perdere. In effetti, l'inizio della storia non lascia di certo a desiderare per la sfida imposta allo spettatore da immagini che puntano tutto sullo shock visivo e la cosiddetta immersione sensoriale. Per raccontare l'esistenza di due fratelli impegnati a lavorare in un miniera sperduta chi sa dove, Palmason sceglie di giocare sul contrasto di luce e di suoni che differenzia gli ambienti in cui si svolgerà la maggior parte della vicenda. Da una parte quindi il sottosuolo, immerso nel buio e riempita dai decibel di un rumore assordante, dall'altra la superficie, silenziosa e desolata come la luce grigia che ne illumina la lunarità del paesaggio. Un espediente , questo, che il regista continuerà a utilizzare per tutta la durata del film, e all'interno del quale "Winter Brothers" prova a raccontare - perché la dimensione narrativa è molto labile - il rapporto tra i due consanguinei e le vicissitudini che uno di loro ha con gli altri colleghi di lavoro ai quali, più che la solidarietà derivante dalla precarietà delle condizioni lavorative li unisce i guadagni dalla vendita del liquore (tossico) che lo stesso produce con l'alcool rubato dai magazzini della compagnia. Costruito per ellissi e inframezzato da inserti che pescano in un repertorio a metà strada tra il surreale e il grottesco, "Winter Brother" è tanto reticente sulle biografie dei suoi personaggi (non sappiamo chi siano ne da dove vengono) quanto esplicito nel tracciarne la condizione esistenziale, favorito in questo senso dalla passione di uno dei due fratelli per le armi e l'addestramento militare (appreso dalle immagini un programma televisivo che il regista inserisce nella storia a mò di loop) che, nella mani dell'autore diventa il pretesto per fare dell'area della miniera una sorta di campo di battaglia in cui la vita assomiglia a una vera e propria guerra. A fronte di un siile sforzo creativo è un peccato che il film si areni proprio laddove vorrebbe essere più incisivo e cioè nello scavo psicologico del degrado fisico e morale idei protagonisti. Tutto rimane inevitabilmente in superficie, facendo avanzare la sensazione di trovarsi al cospetto di un'opera audace ma immatura.

voto 7

 

 

Concorso internazionale

Demain et Tous Le Autres Jours di Noemie Lvovsky
Le presenza di tre politici di fama quali Ronald Reegan, George Bush Sr. e Michail Gorbačëv, sorridenti e festanti su uno dei tanti poster del festival che campeggiano nelle vetrine dei negozi la dice lunga sull'intenzione degli organizzatori di non abdicare alla funzione critica del cinema nei confronti del reale. Ed è proprio questa forte immanenza sui fatti del presente a consigliare ai selezionatori un inizio di rassegna più soft, quasi a voler compensare con un overdose di buoni sentimenti l'ondata di temi caldi e il clima da tragedia preannunciati dalle trame dei titoli presenti fuori e dentro il concorso. D'altronde tra le sezione del festival quella della Piazza Grande è da sempre rivolta a un pubblico meno cinefilo e più popolare in fatto di gusti cinematografici, come peraltro dimostra l'attesa di un titolo come "Atomic Blonde", punta di diamante tra quelli previsti nel cartellone di quest'anno . Raccontando le vicissitudine di Mathilde, la piccola protagonista coinvolta suo malgrado nella separazione dei genitori e scontata attraverso le fragilità psicologiche della tormentata madre che non riesce ad occuparsi di lei, "Demain e tous le âtres jours" si piazza in ogni caso nel solco di una tradizione - quella dei vari Jean Vigò e Francois Truffaut - che più di altre ha saputo raccontare l'infanzia con la dignità e l'importanza dovute a una delle fasi più importanti dell'esistenza umana. Leggi la recensione

voto 5,5


scary_motherConcorso Cineasti del presente

Scary Mother di Ana Urushadze

Tra le sezioni del Festival quella dedicata ai Cineasti del presente rappresenta l'opzione più sperimentale e coraggiosa, deputata a tenere a battesimo e a segnalare a pubblico e addetti ai lavori i titoli più coraggiosi della rassegna. In tale ambito non è dunque una sorpresa trovare un film come "Scary Mother" destinato per natura a tenersi lontano da un certo tipo di convenzionalità cinematografica. Il tentativo dell'autrice infatti è quello di raccontare alla propria maniera uno dei topos più tipici dell'essenza artistica, che, come sappiamo, è fatta per nutrirsi delle proprie ossessioni, anche a costo di sacrificare tutto il resto. Così infatti accade alla protagonista film, la quale, nel tentativo di dare seguito al proprio talento di scrittrice, abbandona progressivamente le consuetudini famigliari per inseguire i fantasmi del proprio estro, colpevoli di relegarla in un universo più fittizio che reale. Guardando a Kafka e a David Lynch (ripreso più di tutti nella camera rossa dove ad un certo punto la protagonista decide di rimanere segregata per favorire l'efficacia della sua scrittura) la regista georgiana costruisce un kammerspiel surreale e grottesco, popolato com'è di personaggi "lombrosiani", definiti sulla base di modalità espressive e devianze psicologiche degne dei migliori freak della cinematografia contemporanea, e a partire dai quali prende piede la visione di un universo che ne riflette le rispettive anomalie. Interessato più alla messinscena del malessere che alla sua spiegazione, "Scary Mother" deve il fatto di essere stato qui selezionato alla sue qualità visive, e, nella fattispecie, nel modo con cui i personaggi occupano l'ambiente, alternativamente utilizzato per rompere o favorire le simmetrie ricavate dalla geometrie dell'impianto scenografico. Alla luce di ciò, è davvero un peccato che a sconfessare la fede nelle possibilità del dispositivo intervenga la scelta (della regista) di fornire ulteriori spiegazione, raddoppiando le informazioni sull'origine del male con le parole di una sceneggiatura troppo scontata per tenere testa alla forza delle immagini.

voto 6

Locarno 70. Il diario dal Festival