Locarno 71: il diario del festival | Speciale | Ondacinema

Locarno 71: il diario del festival

Locarno 71: il diario del festival

di Carlo Cerofolini

Giunge al termine la settatunesima edizione del festival di Locarno, tra sorprese e nuovi talenti. Ad alzare il Pardo d'oro è quest'anno Yeo Siew Hua

Pardo d'oro
A Land Imagined di Yeo Siew Hua

Premio speciale della giuria
M di Yolanda Zauberman

Pardo per la miglior regia
Dominga Sotomayor per "Tarde para morir joven"

Pardo per la miglior interpretazione femminile
Andra Guti per "Alice T." di Radu Muntean

Pardo per la miglior interpretazione maschile
Ki Joobong per "Gangbyun Hotel" di Hong Sang-soo

Premio del pubblico
Blackkklansman di Spike Lee


Concorso Internazionale
Gangbyun Hotel di Hong Sangsoo

gangbyun_hotel_locarno71_specialeUno dei tratti principali del cinema di Hong Sang-soo è quello di saper parlare in modo semplice di argomenti complessi. In "Hotel by the River" presentato nel concorso internazionale del 71 Locarno Festival a essere di scena è la morte o, per meglio dire, la maniera per prepararsi al momento del trapasso. Come si capisce da queste poche note, anche stavolta il regista non ha alcuna intenzione di abbassare il livello delle proprie tematiche, tantomeno di adeguare i toni del suo cinema alla drammaticità dell'argomento. Così, ad andare in scena è, ancora una volta, la disarmante e spesso divertente umanità dei suoi personaggi e un racconto morale il cui messaggio si desume più dalla caratterizzazione di uomini e donne e dalla modalità con cui essi entrano in contatto tra di loro che dalla presenza di un sottotesto filosofico, peraltro rischioso da inserire in un contesto fatto di equilibri delicati come quelli che reggono le composizioni dell'autore coreano. Il quale, come aveva fatto altrove, dà l'idea di radunare davanti alla mdp personaggi che avevamo già incontrato nelle storie precedenti. Infatti se il carattere centrale, quello del vecchio poeta (Ki Joo-bong) che si sente prossimo alla fine, è di fatto inedito, a favorire il déjà vu narrativo sono personalità e occupazioni dei personaggi che gli stanno attorno e, in particolare, del più giovane dei suoi figli che di mestiere fa, per l'appunto, il regista, e delle due sorelle ospiti dell'albergo, dove vive il protagonista, arrivate sul posto per trovare la pace necessaria a lenire i tormenti amorosi di una delle due. Favorita dalla presenza dell'attrice feticcio del regista - la compagna di vita Kim Min-hee - per la sesta volta sul set di un film dell'autore e di Hong Sang-soo, già visto in "Right Now, Wrong Then", la commedia umana di Hong Sang-soo sembra riprendere il discorso lasciato in sospeso con il lavoro precedente nell'intenzione di aggiornarlo con un nuovo capitolo della stessa avventura. E di avventura si tratta perché pur non avendone la forma - troppo poco esibita e movimentata per poterlo essere - "Hotel by the River" ha anch'esso il pregio di aprirsi alle incognite dell'animo umano con una purezza stilistica e di contenuti che prende ogni volta in contropiede. Leggi la recensione.


Piazza Grande
L'ospite di Duccio Chiarini

ospite_locarno71_specialePer un regista italiano realizzare una commedia d'autore significa, tra le altre cose. trovare il modo di rendere il proprio lavoro distinguibile da quello degli altri. In tempi di crisi la saturazione del mercato causato dalla distribuzione inconsulta di titoli appartenenti al genere in questione impone la necessità di aiutare il pubblico a individuare la diversità del proprio prodotto, pena la sparizione del film dalle sale dopo la prima settimana di programmazione. Così, per esempio, se fosse toccato a noi il compito di promuovere il film di Duccio Chiarini a esserne sottolineati in fase lancio sarebbero stati due aspetti che lo diversificano dal resto del gruppo e cioè, da una parte, la scelta dei toni utilizzati per raccontare la storia, dall'altra quella degli attori chiamati a interpretarla, nella consapevolezza che la vicenda di di Guido, il protagonista de "L'ospite" messo fuori casa dalla richiesta della fidanzata di riflettere sulla loro relazione e per questo costretto a soggiornare a casa degli amici, non è certo di quelle inedite al pubblico italiano. A risaltare, nel nostro resoconto, sarebbe stata la notizia di come il regista abbia evitato di farsi prendere la mano dagli eccessi con i quali solitamente si ritrae un disamore come quello che attanaglia Guido e le coppie a cui l'uomo ha chiesto nel frattempo "asilo". Nei titoli di testa avrebbe trovato spazio una voglia di normalità inseguita alleggerendo il dramma con l'agrodolce di certe situazioni; e poi l'efficacia con cui Chiarini decide di mostrarla sullo schermo, rendendola concreta attraverso un ensemble di attori nel quale la supremazia estetica riservata ai ruoli di primo piano è sostituita da una democrazia fisiognomica che mette tutti solo stesso piano e che, per fortuna, non prevede alternative al canone estetico stabilito dalla presenza di Daniele Parisi/Guido e Silvia D'Amico/Chiara, anche quando si tratta dei ruoli secondari, ricoperti dai bravi Anna Bellato, Sergio Pierattini, Milvia Meravigliano e da Thony, sintesi perfetta della capacità del film di affascinare senza tradire le proprie prerogative.


Concorso Cineasti del Presente
Alles Ist Gut di Eva Torbisch

alles_ist_gut_locarno71_specialeIn un festival multilingue come quello di Locarno il cinema tedesco è da sempre di casa con selezioni distribuite con generosità nelle varie sezioni. Quest'anno la palma del miglior film tra quelli presentati spetta senza alcun dubbio a "Alles Ist Gut" della regista Eva Trobish, artefice di una delle migliori pellicole dell'intera edizione con il racconto del dramma di Janne, costretta a un rapporto sessuale forzato dal cognato del suo capo e, successivamente, a subire le conseguenze della decisione di non dare notizia ad alcuno di quanto accaduto. Come già si capisce in queste poche righe, "Alles Ist Gut" si muove dalle parti del classico dramma borghese in cui la tensione è destinata a nascere dalla frattura tra il pubblico e il privato del personaggio. Anche in questo caso, infatti, il copione non cambia, con l'adesione alle regole sociali, poi scontata in termini di disfunzione psicologica e famigliare. A impedire la convenzionalità dell'opera concorrono, però, non solo la bravura degli attori, capeggiati dalla straordinaria Aenne Scwharz, perfetta nel rendere la sofferenza interiore del suo personaggio, ma soprattutto l'efficacia con cui l'autrice riesce a dare nuova linfa a situazioni già viste, caricandole di sfumature e nuovi significati. Valga per tutti la scena dello stupro che, se tecnicamente è da considerarsi tale, dall'altra lascia emergere il dubbio che la protagonista abbia in qualche modo lasciato che ciò avvenisse, convinta - forse per presunzione, forse a causa delle circostanze - di poterne sfidare le conseguenze. L'effetto è disturbante senza che ci sia bisogno di calcare la mano anche dal punto di vista delle immagini. Tutto rimane equilibrato eppure fortemente vero, come l'esperienza vissuta dalla donna. Dire che meriterebbe una distribuzione anche in Italia è addirittura pleonastico.

Voto: 8


Concorso Internazionale
A Land Imagined di Yeo Siew Hua

land_imagined_locarno71_specialeSe nella scorsa edizione la presenza massiccia del cinema di genere era stato una delle novità più sorprendenti del programma, quest'anno a livello di concorso ufficiale la categoria in questione era ancora latitante. A rompere il digiuno ci ha pensato il regista di Singapore Yeo Siew Hua con un'opera che solo in apparenza si risolve nella messa in campo della classica indagine investigativa, giustificata dalla scomparsa di un personaggio e focalizzata sulle ricerche messe in campo da chi ha il compito di ritrovarlo. Siccome la vittima di turno è scelta nell'ambito del sottoproletariato cinese assoldato dalle compagnie industriali che lavorano nelle aree di recupero di Singapore, la storia di "A Land Imagined" si sviluppa quasi subito lungo la direzione di un doppio binario, con la trama poliziesca doppiata da un sottotesto politico che ragiona sullo sfruttamento degli immigrati e sul sacrificio di vite umane necessario alla messa in opera di nuove aree edificabili. Considerato che stiamo parlando di una città che è tra i principali centri finanziari del mondo e di una comunità in assoluto tra le più cosmopolite, la scelta di rappresentarla attraverso uno dei suoi aspetti più inquietanti e meno conosciuti non è casuale. Se poi aggiungiamo che a essere protagonisti sono due tipi umani che per scelta e predisposizione si collocano ai margini della società, si capisce quale sia la misura e la forza con cui il film in questione si oppone alla visione dominante delle cose. Ed è proprio la concezione, reale e immaginaria, dell'esistenza dei due protagonisti a far scattare il cortocircuito narrativo che spinge "A Land Imagined" verso territori in cui niente è vero e tutto è permesso. Approfittando di questa libertà, il regista alimenta un gioco di specchi nel quale a fare da filo conduttore è il tema del doppelganger abbinato tanto alla trama, replicata da punti di vista "uguali e diversi", quanto ai personaggi, destinati ad apparire come le due facce di una stessa medaglia. Detto che, come capita con i film di David Lynch, il modo migliore per gustare "A Land Imagined" non è la tentazione di mettere ordine ai suoi continui detour narrativi, ma piuttosto quello di lasciarsi trasportare dalle sensazioni prodotte dalla fantasia del suo tessuto visivo, l'impressione è però di trovarsi di fronte a un regista che si affidi un po' troppo alla cinematografia preesistente (e per esempio del primo Wong Kar-wai) invece di "rischiare" di suo. Leggi la recensione.

Voto: 6,5


Concorso Internazionale
Yara di Abbas Fahdel

yara_fahdel_locarno71_specialeRispetto al dibattito sulla condizione femminile contemporanea la domanda a cui tenta di rispondere il festival di Locarno ragiona intorno alla possibilità di conciliare da una parte la determinazione e, in taluni casi, la durezza assunta dalle battaglie del nuovo corso femminista e, dall'altra, la necessità da parte delle donne di non perdere le prerogative della propria diversità, adeguandosi al temperamento e agli atteggiamenti della sua controparte: è quindi, in sostanza, un modo di chiedersi se il coraggio e l'eroismo messo in mostra in più di un'occasione possa andare di pari passo con gli slanci e la bellezza tipiche del proprio modo di essere. Se dovessimo tenere conto di quanto visto nel film del libanese Abbas Fahdel, la risposta oltre ad essere positiva lascerebbe intravedere un percorso di realizzazione che non ha bisogno di mezzi straordinari per potersi compiere. Un'affermazione, quest'ultima, strettamente collegata alla qualità del lungometraggio in questione, che fa della semplicità il suo tratto dominante. Si badi bene, però, che l'aggettivo è usato in termini tutt'altro che dispregiativi, sposandosi alla perfezione con il concetto di meraviglia e di purezza presenti nel cinema delle origini. Ma non basta, poiché l'altra caratteristica di "Yara", titolo ricavato dal nome della ragazza libanese che insieme con la nonna vive in una vallata ubicata nel nord del paese, è quella di porsi in contrasto - estetico e di contenuti - con la maggior parte dei film provenienti dallo stesso territorio. Se, infatti, lo scenario usuale delle storie ambientate in medioriente non può fare a meno di mostrarci la guerra e le sue conseguenze, "Yara" riesce a farne a meno, sostituendola con le atmosfere edeniche e pacificate del paesaggio naturale e con gli atteggiamenti di amicizia e di condivisione di un'umanità che non per questo è esente dai problemi e dalle sofferenze della vita. Leggi la recensione.


Piazza Grande
Un nemico che ti vuole bene di Denis Rabaglia

nemico_vuole_bene_locarno71_specialeÈ vero che la maggior parte dei comici ha un'anima nera e che molti di loro riescono con disinvoltura a passare dal dramma alla commedia mantenendo inalterata la qualità della propria arte. Di esempi ce ne sono all'infinito e basterebbero, su tutti, i casi di Tom Hanks e Jim Carrey per non avere dubbi a riguardo. Nonostante questo per la parti in causa la questione è tutt'altro che scontata, come sa bene Diego Abatantuono, il quale, abbonato a replicare la variante del terrunciello settentrionale, ha deciso di fare il grande salto, spinto più che altro dalla necessità di rilanciare la propria carriera giunta in quel momento a una fase di stallo e solo grazie all'intuito di Pupi Avati che, per la prima volta, lo ha voluto sullo schermo cinico e duro nel suo "Regalo di Natale" (1996). Nonostante non sia la stessa cosa, poiché nel frattempo la filmografia del nostro si è arricchita di personaggi a tinte forti, è pur sempre vero che vedere l'attore milanese con il viso rabbuiato e la mente occupata da pensieri poco felici è comunque un'eccezione rispetto al normale. In questa occasione a farne risaltare la vena più drammatica è Denis Rabaglia, regista di "Un nemico che ti vuole bene", per il quale Abatantuono interpreta il professore di astronomia Enzo Stefanelli, coinvolto suo malgrado negli affari di un killer su commissione a cui per circostanze casuali ha salvato la vita e che per questo lo vuole ricompensare proponendogli di far fuori il suo peggior nemico. Leggi la recensione.


Concorso Internazionale
M di Yolanda Zauberman

m_zauberman_locarno71_specialeIl film di cui stiamo andando a parlare è di quelli che in un festival sono destinati a fare scandalo. Bravi sono stati dunque i selezionatori a non farsi spaventare dalla delicatezza, anche politica, del soggetto, a riprova che la libertà del Festival di Locarno, di cui si parlava in sede di presentazione, è tutt'altro che uno spot per lanciare il prodotto. "M" di Yolanda Zauberman è infatti il diario intimo di una vittima che torna sul luogo del delitto. Il famoso interprete di canti liturgici Menahem Lang riesce nell'impresa di farsi aprire le porte della città di Bnei Brak, la capitale mondiale degli Haredì, gli ebrei ultra-ortodossi, i "timorati di Dio" in ebraico, in cui egli stesso è nato e cresciuto. In partenza la difficoltà non consisteva solo nel filmare la vita privata dei riservati cittadini, ma il fatto di farlo allo scopo di metterne a nudo la versione meno piacevole e conosciuta. Lang infatti torna nella città natale per fare i conti con chi, quando era ragazzino, aveva approfittato di lui abusandone a più riprese. Ma non basta, poiché la ricerca personale e la volontà di affrontare i propri fantasmi prendendo il diavolo per le corna diventa in maniera spontanea una vera e propria terapia di gruppo alla quale partecipano i pochi audaci che, alla pari di Lang, hanno deciso di liberarsi del medesimo fardello, parlandone a cuore aperto davanti alla telecamera della regista. Se lo scandalo degli abusi sessuali commessi da esponenti del clero almeno da noi non è una novità, è altrettanto vero che a fare notizia è che se ne riesca a parlare in un contesto così riottoso ad aprirsi verso l'esterno.
Al cospetto di un'esperienza così drammatica e per certi versi indicibile il rischio per la Zauberman era quello di tralasciarne le ragioni per inseguire i vantaggi della scontata demonizzazione. Capita invece che pur soffrendo nel ricordo di quanto accaduto e portandone addosso ancora oggi i segni (e come lui gli altri suoi interlocutori) Lang si avvicini all'inferno con atteggiamento duplice: in questo è esplicativa la frase di Kafka che più o meno recita "porto con me il coltello per uccidere i miei nemici, lo porto per proteggerlo". Lo stesso fanno "M" e il suo protagonista.

Voto: 7


Concorso internazionale
Ray & Liz di Richard Billingham

ray_liz_locarno71_speciale2Ray & Liz di Richard Billingham è uno di quei film che per essere gustati appieno ha bisogno di qualche parola in più d'introduzione poiché la famiglia disfunzionale che viene raccontata nella storia non è solo un'estensione romanzata di quella reale in cui il regista è nato e in parte vissuto, ma la sintesi di un percorso artistico avente sempre come riferimento il medesimo soggetto, seppure mediato dalle tecniche di pittura e soprattutto dalla fotografa di cui Bellingham è diventato maestro (e pure docente in un'importante università dell'Inghilterra). La premessa è significativa perché permette di capire da dove venga il sentimento d'amore e di umana pietas che il regista riserva ai protagonisti, colpevoli agli occhi dello spettatore, ma non a quelli di Bellingham, di una degradazione morale e materiale che neanche l'indigenza della propria condizione sociale potrebbe giustificare. E ancora, per capire come la visione della galleria degli orrori che il film generosamente ci riserva (alcuni dei quali davvero insopportabili e ci riferiamo per esempio alla scena in cui il cane si precipita a saziarsi del vomito uscito di bocca dall'uomo riverso sul divano) non sia una furbizia escogitata dall'autore per fare scandalo, ma una sorta di terapia psicanalitica in cui l'accumulo degli episodi raccapriccianti altro non è che il modo per accelerare una catarsi che diventa pubblica solo in un secondo momento, collegandosi innanzitutto al vissuto personale del regista.
Ciò non toglie che "Ray & Liz" sia un film duro e provocatorio, pensato per mettere lo spettatore a disagio, spiazzato non solo dagli effetti dello shock visivo che il film gli somministra ma anche dal fatto di ritrovarsi di fronte alla versione lisergica del cinema dei vari Ken Loach, Mike Leigh e via dicendo. Questo perché la periferia di Birmingham e i suoi slum diventano un'installazione permanente in cui le soluzioni formali adottate da Billingham (a partire dal formato ridotto dell'inquadratura), cosi come la frantumazione della linearità narrativa, destinata a perdersi e ricongiungersi senza soluzione di continuità, altro non solo che le modalità con le quali il film riesce a far sentire, oltre che vedere, cosa significhi vivere in una dimensione esistenziale in perenne disfacimento. Per chi scrive, una delle sorprese del festival.

Voto: 8


Piazza Grande
Blackkklansman di Spike Lee

blackkklansman_locarno71_specialeCome si sa la presenza a Locarno nella sezione Piazza Grande di "BlacKkKlansman" non è un'anteprima assoluta poiché nel maggio scorso il film di Lee è passato nel concorso ufficiale del festival di Cannes portandosi a casa il premio per la miglior regia. Le notizie della buona accoglienza ricevuta dal film e la vittoria di un premio importante non sono però sufficienti a restituire la qualità del lavoro messa in campo per l'occasione dal regista americano, il quale da un po' di tempo sembrava aver perso l'ispirazione, fiaccata dalle polemiche che da sempre contraddistinguono i rapporti del regista con lo show business americano e dalla scelta di progetti che almeno per quanto riguarda il cinema di finzione erano apparsi quanto meno discutili (su tutti il remake di "Oldboy" per la scarsa attinenza con l'identità della sua filmografia). Al contrario, la prima cosa che emerge in "BlacKkKlansman" è la volontà di recuperare il tempo perduto ripristinando il paesaggio poetico e sociale presente nelle opere migliori. La prova ci viene dall'utilizzo della trama, poiché la vicenda del poliziotto di colore che si infiltrata nelle file del Ku Klux Klan non risolve le sue prerogative nella fabbricazione dell'indagine dei poliziotti determinati a smascherare le nefandezze della famigerata organizzazione, tantomeno nell'avallo della matrice razzista della Nazione americana raccontata attraverso fatti (storici) realmente accaduti. Leggi la recensione.


Piazza Grande
The Equalizer 2 - Senza perdono di Antoine Fuqua

equalizer2_locarno71_specialeTra i registi del mainstream americano Antoine Fuqua è uno di quelli che ci stupisce di più. Ogni volta crediamo di averne inquadrato le strategie e di poterne prevedere le mosse e invece lui è pronto a smentirci con diversivi poco prevedibili. Dopo quelli che lo avevano catapultano non senza sorpresa alla ribalta delle cronache (dopo due film dimenticabili), consentendo a Denzel Washington di vincere il suo primo - e finora unico - Oscar come miglior attore protagonista del sorprendente "Training Day", il regista afroamericano si è reso artefice di un cupio dissolvi messo in pratica nella tendenza oramai acclarata di dilapidare i crediti di stima guadagnati con la prova precedente. Era successo con il film del 2001, seguito a ruota dai flop de "L'ultima alba" e di "King Arthur" e si era ripetuto con i film venuti dopo la buona prova offerta con "Brooklyn's Finest" e ancora con quella del primo "The Equalizer - Il vendicatore" (almeno in termini di incassi), entrambe seguiti da lavori più incerti come "Southpaw - L'ultima sfida" e addirittura inguardabili come lo è stato "I magnifici sette". In questo senso "The Equalizer 2 - Senza perdono" aveva dunque una doppia responsabilità: la prima era quella di ristabilire la parte positiva del trend, interrotto dal remake del film diretto da John Sturges, la seconda, più ai fatti del presente, era quella di superare gli incassi del primo capitolo che, solo nel mercato domestico, era stato capace di incamerare oltre 100 milioni di dollari. Per farlo Fuqua poteva contare sulla continuità del sodalizio con il suo attore feticcio (Washington) e sull'appoggio di un colosso come la Sony, subentrata in fase produttiva all'indipendente Village Roadshow Pictures, che oltre al divo rivedeva al proprio posto i caratteristi Melissa Leo e Bill Pullman. Leggi la recensione.


Concorso Internazionale
Menocchio di Alberto Fasulo

menocchio_locarno71_specialeQuando il cinema si rivolge al passato, spesso lo fa per trovare una risposta ai problemi del presente. Spostarsi con la mente in un'epoca diversa da quella in cui si vive permette infatti di prendere le distanze dal contingente e di guadagnare la distanza necessaria a distaccarsi dalle cose per riuscire a giudicarle in maniera meno parziale. Ma non è tutto, poiché la conoscenza delle vicende di coloro che ci hanno preceduto ha, tra i molti pregi, quello di farci capire cosa siamo diventati e soprattuto la direzione in cui stiamo andando. In questo senso il nuovo lavoro di Alberto Fasulo, il primo di finzione in una filmografia dedicata al documentario (anche "TIR" in parte lo era), appare addirittura esplicito nel suo farsi strumento di conoscenza nei confronti di chi lo guarda. Collocato nell'Italia di fine Cinquecento e ambientato in un villaggio sperduto sui monti del Friuli, "Menocchio" è molte cose messe insieme: innanzitutto la storia di un "processo alle intenzioni", quelle del vecchio mugnaio incapace di rinunciare alle proprie idee anche quando si tratta di andare contro l'ipse dixit religioso; è poi la rappresentazione del Potere che difende se stesso e il proprio status, convinto di poterlo fare disciplinando i comportamenti e le coscienze della compagine sociale; ancora, è la messinscena di una resistenza che diventa ribellione quando si tratta di non abiurare alle verità dei fatti, quelle che nell'epoca del film vedevano l'istituzione religiosa al centro dello scandalo per il fatto di tradire il messaggio evangelico opprimendo l'esistenza di umiliati e offesi. Infine, se ciò non bastasse, è anche la sintesi di una ricerca storica e filologica operata ad ampio raggio (non solo documentaria ma anche artistica e sociale) e con una scientificità in grado di investire tutti gli aspetti del periodo preso in esame. Come peraltro dimostra la notizia che i risultati dell'indagine messa insieme da Fasulo per preparare il film sarà pubblicata in forma di saggio storico. Leggi la recensione.


Concorso Internazionale
Diane di Kent Jones

diane_locarno71_specialePer l'esordio nel lungometraggio di finzione Kent Jones si è trovato due padrini d'eccezione, figurando Oren Moverman e Martin Scorsese nelle vesti di produttori di "Diane" presentato ieri nel concorso ufficiale in una giornata interamente dedicata a personaggi femminili che in diverse maniere ma con la stessa determinazione lottano per raggiungere i propri obiettivi. A fare la differenza nella storia di Diane sono senza dubbio l'età oramai avanzata e l'assenza di orizzonti, che non sono riusciti ad andare oltre i dispiaceri procurati alla protagonista dal piccolo mondo antico della cittadina del Massachusetts dove la principale attività che le è rimasta è quella occuparsi delle vite degli altri e soprattutto di quella del figlio, drogato, nulla facente e, ultima di tutte le contraddizioni, pervaso da una farneticante ortodossia religiosa. Il reiterarsi inalterato e stanco di queste liturgie e la constatazione di una solitudine incapace di essere colmata di fatto costituiscono la trama di un film che fa del minimalismo la principale caratteristica, formale e contenutistica.
Immerso in un paesaggio invernale che è il riflesso dell'interiorità della malinconica protagonista, "Diane" si regge per la maggior parte sulla performance di Mary Kay Place, caratterista americana che del film di Jones è autentico motore, oltreché icona di una femminilità lontano dai cliché dominanti. Il regista infatti ce la mostra senza nascondere sul suo volto il passare dell'età e, in controtendenza ai recenti modelli in voga in certo cinema americano, priva della spavalderia e del super-io che sulla scia del nuovo femminismo furoreggia (si veda il recente "Ocean's 8") sugli schermi cinematografici. L'obiettivo di Jones è quello di scavare nell'anima del personaggio partendo da una messinscena classica in cui lo scarto interiore dovrebbe emergere dalla capacità del regista di rendersi invisibile e di lasciare che la rivelazione si compia attraverso la circolarità delle azioni e dalla capacità degli attori di far emergere la verità attraverso la scarnificazione del segno cinematografico che li riguarda. Jones lo porta avanti con determinazione e senza mai farsi prendere la mano dal patetico e dal sentimentale, ma non sempre riesce nell'intento di creare le differenze psicologiche ed emotive in grado di far decollare la storia, al termine della quale la sensazione è quella di essere rimasti al palo e che il viaggio esistenziale Diane lo abbia fatto da sola, senza portarsi dietro lo spettatore.

Voto: 6


Concorso Internazionale
Sibel di Çağla Zencirci e Guillaume Giovanetti

sibel_locarno71_specialeDi tutt'altra pasta - rispetto al film di Jones - è quello della coppia di registi franco turca Çağla Zencirci e Guillaume Giovanetti, i quali per raccontare il romanzo di formazione della loro giovane eroina ci portano in un territorio dimenticato da Dio e dagli uomini e, nella fattispecie, in un villaggio isolato nella montagna della costa del Mar Nero in Turchia, dove la venticinquenne Sibel condivide la propria vita insieme alla sorella e al padre che è anche sindaco della comunità. Privata della voce in tenera età per i postumi di una febbre malcurata, Sibel comunica con gli altri modulando il suono dei suoi fischi, Una caratteristica, questa, che però non la salva dall'isolamento a cui la relega non solo la particolarità della sua condizione fisica ma anche e sopratutto le manifestazioni di una personalità - ancora acerba ma consapevole della propria indipendenza - che la ragazza esprime nella libertà (non concessa alla sorella) di entrare e uscire da casa a proprio piacimento e di passeggiare nel bosco alla stregua di un uomo, armata di fucile e pronta a uccidere il fantomatico lupo che vi si aggira. Leggi la recensione.



Piazza Grande
L'Ordre des Médecins di David Roux

ordremedecins_01Rispetto al rigore e all'austerità messi in campo dalle opere del concorso ufficiale i film della Piazza Grande continuano a segnare il passo adagiandosi sulle sicurezze di un conformismo che non riesce a coinvolgere. La coincidenza vuole che sia un altro film francese a salire sul banco degli imputati e che il reato contestato all'esordiente David Rioux sia più o meno simile a quello commesso dal suo collega. "L'Ordre des Médecins" non è un brutto film: la messinscena della routine ospedaliera del medico protagonista, turbata dal ricovero della madre gravemente malata e messa in crisi dalle aspettative che il resto dei famigliari ripone nei suo confronti e nelle cure da lui proposte, è di quelle in cui non è possibile trovare alcuno strafalcione. Allo stesso modo la recitazione del dardenniano Jérémie Renier, perfettamente calato nell'umanità del giovane medico, e quella di Marthe Keller, nei panni della madre morente, sono equilibrate e coinvolte quanto serve. Ciò che manca al film, però, va ricercato nella prevedibilità con cui Rioux ricalca gli stereotipi del filone ospedaliero, quello che a partire da ER continua a spopolare nei cinema e soprattutto in televisione. Prova ne sia il confronto con "Ippocrate" di Thomas Lilti uscito di recente nelle nostre sale, di cui il film di Rioux ripropone non solo il contesto ambientale ma anche lo svolgimento narrativo, replicato nel rapporto tra il pubblico e privato dei protagonisti, coraggiosi e determinati nelle corsie degli ambulatori, fragili ed esistenzialmente precari nelle relazioni con il resto del mondo. Il loro dolore è reale ma fin troppo telefonato, così come le considerazioni sulla caducità della vita che di tanto in tanto vengono messe in bocca ai personaggi.

Voto: 5,5


Fuori concorso
Ora e sempre riprendiamoci la vita di Silvano Agosti

agosti_speciale_locarno71Da molti anni a questa parte, o almeno da quelli in cui abbiamo incominciato a seguire le vicende del festival è apparso subito chiaro che per certo cinema italiano - indipendente e lontano dai poteri forti - la manifestazione svizzera costituisce uno spazio anomalo e insperato dove la possibilità di un pensiero libero e non preconfezionato può ancora trovare le attenzioni che gli spettano. Una sorta di asilo cinematografico in cui gli autori più scomodi e meno convenzionali hanno trovato, e ancora trovano, un'insperata e quanto mai preziosa immunità intellettuale. In questa edizione è toccato a Silvano Agosti beneficiare della vetrina festivaliera con uno di quei film che un tempo si sarebbero definiti necessari. "Ora e sempre riprendiamoci la vita" è infatti qualcosa di più che un semplice (per quanto la parola sia poco corretta di fronte al genere in questione) documentario perché l'idea di Agosti, e delle immagini messe in campo dal suo film, è quella di far riflettere lo spettatore sull'eccezionalità - storica, politica e sociale - degli eventi accaduti nel decennio a cavallo tra il 1968 e il 1978. Per essere più specifici ed entrare nel merito dei contenuti trattati, degli anni che si aprono con la battaglia di Villa Giulia a Roma in cui gli studenti romani si scontrarono con la polizia nel tentativo di riconquistare la facoltà di architettura a quelli conclusisi con l'omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. Leggi la recensione.


Piazza Grande
Liberty di Leo McCarey

libertyoc_03Parlavamo proprio ieri delle peculiarità che fanno di Locarno un festival unico nel suo genere. La giornata inaugurale, aperta dal cortometraggio (23') in bianco e nero diretto da Leo McCarey e interpretato da Stan Laurel e Oliver Hardy ne è la contro prova. Trattandosi di una vera e propria comica, appena successiva a quella che nel ventisette ("Putting Pants on Philip", diretta dallo stesso McCarey) avrebbe inaugurato la nascita artistica del celebre duo, non era poca la curiosità per la scelta di aprire la manifestazione con una tipologia cinematografica mai vista in questo genere di contesto. Al contrario la purezza di "Liberty" e ancora, la capacità dei partecipanti - attori e regista - di creare divertimento e spettacolo lavorando su un'unica variante, è la dimostrazione che nel cinema non esistono confini che non possano essere abbattuti. In questo modo l'evasione dal carcere dei protagonisti e i maldestri tentativi di scambiarsi i pantaloni erroneamente indossati danno il La a un'esilarante quanto acrobatica avventura sulle pericolanti impalcature di un grattacielo in costruzione, con Stanlio e Olio impegnati a salvarsi la vita in un continuo scambio di ruoli e di situazioni. Se in un scenario simile la trama appare il pretesto per innescare la comicità dei funambolici attori, a stupire è la modernità della confezione tanto sotto il profilo del ritmo, scatenato ma perfettamente consequenziale allo sviluppo delle vicenda, quanto degli effetti speciali, straordinari nel rendere credibile la "danza sul vuoto" degli sciagurati evasi. Ma non basta, perché a fare di "Liberty" un oggetto meravigliosamente alieno concorre la scelta degli organizzatori di accompagnare le immagini con una partitura musicale eseguita dal vivo il cui mix di suoni - elettronici e tradizionali - completa lo straniamento sensoriale prodotto dal film in questione. Meglio di così non si poteva iniziare.

Voto: 10


Piazza Grande
Les Beaux Esprits di Vianney Lebasque

beaux_esprits_speciale_locarno71Di una pasta più convenzionale è fatta "Les Beaux Esprits", la commedia di Vianney Lebasque ispirata alla storia (vera) della squadra francese di Basket per disabili e al suo allenatore (Jean Pierre Daurrossin) che alla vigilia dei giochi paralimpici decise di convocare giocatori normodotati per ovviare alla defezione degli atleti titolari. Se il cinema francese ha la "competenza" necessaria per trattare con ironia e leggerezza un tema delicato e discusso come quello dell'handicap fisico ("Quasi amici") è altrettanto vero che nel caso di "Le Beaux Esprits" il modello cinematografico è tutt'altro che autoctono ma per lo più prelevato dal corrispettivo americano. A farcelo dire non sono solo la presenza di immagini rutilanti e concitate ma soprattutto l'enfasi con la quale Lebaque mette in scena i contenuti della storia. In questo caso infatti invece di lavorare sul crinale che divide l'eccezione dalla normalità "Les Beaux Esprits" si pone in maniera schematica rispetto a ciò che racconta, da un lato concentrandosi sugli aspetti agonistici della questione e quindi sulla ricerca del successo a tutti i costi (la conquista della medaglia d'oro), dall'altra demonizzando le azioni dei protagonisti con un moralismo che, alla maniera di certo cinema americano , sembra più che altro il modo per far tacere il senso di colpa che scaturisce dal sapersi non migliore degli altri. Rispetto al film d'esordio ("Les Petits Princes") Lebasque affronta la malattia con piglio meno drammatico e con l'intento di realizzare un cinema scacciapensieri. In questo senso l'obiettivo è raggiunto ma la sensazione di deja-vù regala al film una normalità destinata a entrare in contraddizione con le caratteristiche delle sue premesse.

Voto: 5,5


Locarno Festival 71: un'edizione tutta da scoprire

E' tipico dei festival, soprattutto di quelli maggiori, sottolineare la propria cinefilia menzionando il numero di opere prime e di registi sconosciuti presenti in cartellone a discapito dei "soliti noti". La realtà, come sappiamo, è ben diversa perché è oramai acclarato che, accanto al gusto artistico dei selezionatori, i festival per prosperare o anche solo per sopravvivere debbano tenere conto delle logiche industriali e di potere che spesso impongono la presenza di titoli prodotti dalle Major e dai grandi network di distribuzione via internet, per i quali le kermesse festivaliere sono sempre di più una rampa di lancio per promuovere i propri film. In questo senso la 71esima edizione del Locarno Festival che sta per iniziare - l'ultima diretta da Carlo Chatrian - ci ricorda che esistono ancora delle eccezioni rappresentate appunto da una manifestazione come quella ticinese, nella quale lo scouting di nuovi talenti funziona meglio che da altre parti. Se non ci credete, provate a dare un'occhiata al concorso internazionale, quello che assegna i premi maggiori, e vedrete che a parte "Gangbyun Hotel" del coreano Hong Sang-soo, beniamino del festival e qui vincitore nel 2015 ("Right Now, Wrong Then") è difficile, se non impossibile, trovare riferimenti a qualcosa di conosciuto o di già visto. Una radicalità che si segnala anche nella fruizione stessa delle opere selezionate se è vero che la durata fiume (338') di un film come "From What is Before" di Lav Diaz (vincitore nel 2014) rischiano di essere poca cosa di fronte agli 808' minuti dell'argentino "La Flor", vera e propria sfida anche per gli appassionati più incalliti.

A fare da antidoto a cotanto rigore non mancano le alternative più leggere che qua e la fanno da contorno al programma e funzionano da grancassa in grado di attirare le attenzioni di giornali e televisioni. Da una parte quindi gli incontri con il pubblico di una (ex) star come Meg Ryan e con un beniamino del cinema indipendente del calibro di Ethan Hawke, presente fuori concorso con la regia di "Blaze" e ancora con uno dei massimi autori del cinema europeo, Bruno Dumont di cui si avrà modo di vedere in prima mondiale la serie "Coincoin et les z'inhumains".

A confermare il trend del festival concorre la squadra degli autori italiani abituati a frequentare Locarno con film scomodi (ricordate "Sangue" di Pippo Del Bono?) e poco accondiscendenti rispetto al pensiero dominante in voga nel nostro paese. Quest'anno toccherà ad Alberto Fasulo mantenere alta l'intransigenza con il suo "Menocchio" nel quale si racconta l'Italia della Controriforma e del Concilio tridentino attraverso la storia di un presunto eretico realmente vissuto nella fine del Cinquecento. Tra i titoli che non mancheranno di far discutere segnaliamo "Ora e sempre riprendiamoci la vita", documentario sugli anni 70 che segna il gradito ritorno di Silvano Agosti, autore di quelli che oramai non esistono già. Chiudono la partita Diego Abantantuono protagonista (in Piazza Grande) de "Il mio miglior nemico" e, tra gli altri, "L'Ospite" di Duccio Chiarini (sempre in Piazza Grande) incentrato sulla crisi di un rapporto sentimentale e ancora (Fuori concorso) di "Sembra mio figlio" dramma famigliare di Costanza Quatriglio ambientato nell'Afghanistan dilaniato dalla guerra. I consuntivi si faranno alla fine, ma anche quest'anno siamo di fronte a un'edizione del Locarno Festival tutta da scoprire e noi come sempre ve la racconteremo con il nostro diario giornaliero.

Locarno 71: il diario del festival