Locarno 67, cronaca di una vittoria annunciata | Speciale | Ondacinema

Locarno 67, cronaca di una vittoria annunciata

Locarno 67, cronaca di una vittoria annunciata

di Carlo Cerofolini

Il condivisibile verdetto della giuria guidata da Gianfranco Rosi insignisce dei premi maggiori due grandi autori come Lav Diaz e Pedro Costa. Nel corso di un'annata in tono minore, la seconda edizione diretta da Carlo Chatrian ha riservato una selezione di titoli in concorso all'altezza

L'avevamo detto anche in sede di presentazione che questa edizione del festival di Locarno sarebbe stata caratterizzata dalla presenza di alcuni nomi forti della cinefilia mondiale. E così è stato se è vero che la giuria capitanata dal nostro Gianfranco Rosi ha in pratica inserito nel palmares che conta sia Lav Diaz vincitore del premio maggiore che Pedro Costa, miglior regista del concorso, e assegnando al cinema emergente il premio di consolazione, andato al comunque promettente Alex Ross Perry, regista del divertente e misantropo "Listen Up Philip", il premio speciale della giuria che riporta il cinema americano su posizioni di prestigio dopo un periodo che in generale è stato arido di riconoscimenti festivalieri.

Un verdetto tutto sommato giusto e anche prestigioso per il festival, se è vero che la vittoria del maestro filippino leggittima per la prima volta e in maniera ufficiale un percorso cinematografico importante ma sommerso. Un discorso che vale anche per Pedro Costa, e in anticipo sui tempi, per il manipolo di cineasti e attori che completano una lista di vincitori formata in prevalenza da volti inediti, come quello del russo Artem Bystrov, magnifico protagonista di "Durak" uno dei film più belli, e della francese Ariane Labed, interprete di "Fidelio, L'odisse d'Alice". In un contesto che ha messo in primo piano la qualità delle storie e la capacità di saperle raccontare, dispiace per il mancato riconoscimento di "Perfidia" di Bonifacio Angius, la cui prima uscita è stata comunque generalmente lodata, così come per l'assenza dal palmares di film come "Durak", "A Blast" e "Gyeongiu", diversamente sorprendenti, a testimonianza che almeno nella vetrina principale la manifestazione diretta dall'innefabile Carlo Chatrian è riuscita a compensare la tendenza di un'annata che già il festival di Cannes annunciava in tono minore.

Non tutto è andato per il meglio ma in questo caso le colpe sono da attribuire alla politica, scesa in campo in occasione dell'annunciata presenza di Roman Polanski, costretto a rinunciare per gli attacchi di una frangia dell'opinione pubblica e della carta stampata, contraria all'invito per le conseguenze dei burrascosi trascorsi del regista polacco. Alla mancata masterclass dell'autore de "Il pianista" ha fatto riscontro l'esuberante vivacità del resto degli invitati, che da Agnes Varda a Juliette Binoche e ancora Giacarlo Giannini e Dario Argento sono stati fatti oggetto di un culto festante e caloroso. Se poi a contare fossero solo i numeri, allora un Pardo bisognerebbe darlo anche a registi come Luc Besson e Lasse Hallstrom, presenti in Piazza grande, e campioni di presenze con loro rispettivi film. A ribadire come il cinema, più dei suoi spettatori, sia in grado di abbattere lo steccato che ancora separa i film d'autore da quello commerciale e mainstream.


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