Meryl Streep - Speciale The Iron Lady | Speciale | Ondacinema

Meryl Streep - Speciale The Iron Lady

Meryl Streep - Speciale The Iron Lady

di Silvia Di Paola

Meryl Streep, fresca di nomination all'Oscar, spiega la sua metamorfosi cinematografica nella lady di ferro Margaret Thatcher nel film di Phyllida Lloyd

ROMA - "Le perle sono assolutamente non negoziabili" dice la Lady di Ferro, al secolo Margaret Thatcher, quando comincia a studiare da Primo Ministro e c'è una frotta a lavorare alla sua immagine. La determinazione non è acqua e la signora, ancora giovane signorina solo figlia di un droghiere, ne mostra tanta e da subito. Non meno la Meryl Streep (fresca di nomination all'Oscar) che le dà volto e corpo in "The Iron Lady", non biopic ma film-riflessione su una vita intera partendo (e questo fa la differenza) dalla fine. Dal buio della mente di una donna che ha guidato per oltre un decennio centinaia di menti.
Quando il film si apre, la signora di ferro è un'ottantenne che confonde presente e passato, brancola nel buio della memoria ed è perseguitata da voci di chi non c'è più. Insomma, il racconto comincia dalla fine e non si srotola all'indietro, ma cavalca i dolorosi andirivieni del cuore e della mente malandata della signora spezzata dagli anni. Ma il fascino di questo film di Phyllida Lloyd stava qui. Proprio qui, dice la Streep: "Sicuramente ciò che più ho amato della pellicola e da subito era l'opportunità di guardare una vita intera, perché nella fase della vita in cui sono io capita di guardarsi alle spalle e di ripensare a tutta la propria storia e accorgersi che moltissime cose sono importanti solo nel momento in cui le vivi, che il presente è tutto. Dunque, partire dalla fine è un'ambizione insolita per un film che solitamente tende verso qualcosa di più alto, un culmine. Qui questa tensione non c'è, solo l'essenza di cosa significa aver vissuto una vita enorme, esagerata, intensissima e vederla poi sprofondare. Per questo lo trovo bello e, soprattutto, poetico. E per questo abbiamo lavorato tutti molto per mantenere gelosamente la sua visione. Tra l'altro, lei è incredibilmente coinvolgente: ti sollecita e ascolta qualsiasi proposta collaborativa tu le faccia e spesso ne tiene conto, anche se questo non la porta a modificare la destinazione originale del film che ha in mente".

Dal canto suo, la regista racconta così la genesi del film: "Il mio primo pensiero è stato ‘Margaret Thatcher è la più importante leader che la Gran Bretagna abbia avuto dai tempi di Elisabetta I'. Nutro un interesse appassionato per Elisabetta I sulla quale ho diretto sia un film che un'opera teatrale ed è proprio da questo che sono partita. Mi piaceva molto il fatto che la sceneggiatura non fosse un biopic convenzionale. È molto complesso realizzare un film nella forma del biopic: come fai a destreggiarti con un simile catalogo di fatti? Ma questa era una creatura completamente diversa, grazie a una scrittura brillante, in particolare nel descrivere Margaret anziana, che vive in un presente in parte puro frutto della sua immaginazione".
Ma la storia va molto oltre il personaggio e la statista. La storia vuol diventare universale: "Ho immediatamente capito che non si tratta di un film politico, ma di un film quasi shakespeariano. È la storia di una grande leader, al tempo stesso meravigliosa e imperfetta in tutti i sensi. È una storia sul potere, sul tracollo a causa del potere e sull'epilogo della vita di un individuo che ha condotto un'esistenza traboccante di intensità sul piano professionale che all'improvviso finisce. Ma per molti aspetti è una storia universale, è uno specchio dell'esistenza di ognuno di noi, amplificata dalle dimensioni enormi ed epiche della vita che ha vissuto lei. È la storia di quello che accadrà a tutti noi quando le nostre carriere si concluderanno, quando perderemo le nostre capacità e dovremo affrontare la vecchiaia. Non abbiamo condotto una vita pubblica, importante e sempre in primo piano come la sua, ma comprendiamo tutti le difficoltà con i partner, i familiari, l'accettazione, l'elaborazione e la rassegnazione, le perdite e i lutti e la necessità di sostenerci reciprocamente nei momenti di bisogno".

E la Streep sa di cosa si parla: "Credo che lo spettatore si stupirà di quanto sia apolitico, di quanto parli di tutti noi e di un momento finale della vita che riguarda  davvero tutti. D'altra parte io non ho iniziato a lavorare al film con un'opinione politica su Margaret Thatcher. In tutta sincerità, sapevo scandalosamente poco dei suoi programmi politici. Sapevo che erano in linea con molti dei programmi del presidente Reagan, che conoscevo meglio, ma non con tutti. Quindi non mi interessava tanto approfondire gli obiettivi che ha perseguito quanto il costo che le sue scelte politiche hanno avuto su di lei come persona. Quello che abbiamo cercato di illustrare, con tutta l'accuratezza di cui siamo stati capaci, sono stati i motivi dell'odio viscerale da un lato e dell'ammirazione profonda dall'altro suscitati dalle sue decisioni politiche. Ma ci preoccupava soprattutto raccontare il prezzo che deve pagare un individuo che prende decisioni così cruciali".
Ma lungo oltre 40 anni di vita: "Questo però è stato non facile da interpretare, è una sfida, ma quando arrivi alla mia età, ti sembra di avere ancora 20 anni, quindi non è stato un grande problema. Una parte di me si sente ancora la stessa persona che ero quando avevo 16 anni o 26 o 56 anni. Quindi hai accesso a tutte le persone e a tutte le età che hai già vissuto. Credo sia il grande vantaggio, se ne esiste uno, di diventare vecchi".
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