Venezia 69, tutti i premiati | Speciale | Ondacinema

Venezia 69, tutti i premiati

Venezia 69, tutti i premiati

di D. De Lucca, M. De Simei, G. Gangi

Dopo dieci intensi giorni di Mostra oggi al Lido è il giorno del giudizio: Leone d'oro a Pietà di Kim Ki-duk

 Tutti i premiati:

·  Leone d'Oro: "Pietà" di Kim Ki-duk

·  Leone d'Argento per la miglior regia: Paul Thomas Anderson per "The Master"

·  Premio Speciale della Giuria: Ulrich Seidl per "Paradise: Faith"

·  Coppa Volpi come Miglior Attore: Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman per "The Master"

·  Coppa Volpi come Migliore Attrice: Hadas Yaron per "Fill the Void"

·  Premio Mastroianni come Miglior Giovane Attore: Fabrizio Falco per "E’ stato il figlio" e "Bella addormentata"

·  Miglior sceneggiatura: Olivier Assayas – "Après Mai"

·  Miglior contributo tecnico - Daniele Ciprì per "E’ stato il figlio"

·  Leone del Futuro - Premio Opera Prima Luigi de Laurentiis: "Mold" di Ali Aydın

·  Premio Orizzonti per il miglior Film: "San Zimei (Three Sisters)", di Wang Bing

·  Premio speciale giuria Orizzonti: "Tango Libre" di Frédéric Fonteyne.

·  Premio Orizzonti YouTube per il miglior cortometraggio: "Cho-DE - Invitation" di Min-young YOO.


Sabato 08 Settembre - Ultima giornata di Mostra

Venezia 69 – In concorso
Passion di Brian De Palma

Dopo cinque anni di pausa, De Palma sceglie un remake recentissimo per tornare alla ribalta del grande schermo. Stiamo parlando di "Crime d'Amour" del compianto Alain Corneau, girato solamente due anni fa. Rileggendo il plot dell'ultima fatica del cineasta francese, si capisce come De Palma non potesse trovare ispirazione migliore per adattare il suo nuovo perverso gioco carico di suspense. Christine e Isabelle, interpretate rispettivamente da Rachel McAdams (tutt'altro che tenera come nell'altro film in concorso "To The Wonder") e da una Noomi Rapace straordinariamente sensuale, sono due colleghe divise dalla diversa gerarchia all'interno di un colosso multinazionale. La prima è la direttrice cinica e spietata, la seconda è la collaboratrice dall'innato talento. In un'atmosfera feticista e saffica, l'idillio tra le due donne lascerà presto spazio a una pericolosa rivalità. Perché utilizziamo la parola "gioco" in riferimento a questo nuovo lavoro depalmiano? Sicuramente perché "Passion" potrebbe semplicemente rappresentare il compendio dell'intera produzione del regista, che si diverte in un auto citazionismo esplicito delle sue opere passate. (MDS)
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Venezia 69 – In concorso
Un giorno speciale di Francesca Comencini

comencini_venezia69Terzo film italiano in concorso, dopo le buone, forse ottime uscite di Ciprì e Bellocchio.
Già in concorso nel 2009 con “Lo spazio bianco”, Francesca Comencini torna a Venezia presentando un film dai toni molto diversi, una commedia lieve, che ambisce a trattare certe italiche vergogne, schierandosi dalla parte dei giovani. Il risultato è un prodotto “piacevolmente banale”, senza coraggio, che ci pone di fronte al – sempre più frequente – interrogativo: perché certi film passano dal cinema?
Forse non esiste una risposta univoca. Nel caso specifico direi perché ci si sente assolti, dalla parte del giusto. E tutti quelli che sono disposti a pagare, per sentircisi, rappresentano un target molto redditizio. (LT)
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Venerdì 07 Settembre - Decima giornata di Mostra

Venezia 69 - In concorso
Thy Womb di Brillante Mendoza
 
Il conflitto che permea "Thy womb" è quello tra la fertilità di Madre Natura che sfama un piccolo popolo che vive nell'ecosostenibilità - senza conoscere probabilmente cosa si indichi con tale concetto - e l'infertilità della protagonista (interpretata da una delle più famose attrici filippine, Nora Aunor). Mendoza non risparmia le crudezze del suo stile e, difatti, la pellicola si apre sul parto di una donna, più dettagliatamente su una vagina che si schiude alla nascita di una nuova vita. Il valore semantico di scene sì simili è però di carattere contrastivo: all'inizio il parto include Shaleha nel consesso sociale dei Bajau, mentre nella sequenza finale la esclude, poiché la giovane moglie di Bangas aveva posto come unica limitazione il fatto che la levatrice sarebbe dovuta sparire dopo la nascita del loro primogenito. (GG)
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Fuori concorso 
Gebo et l'ombre di Manoel de Oliveira

Ci sono registi che giunti a un'età avanzata, invece, che bloccare la propria carriera hanno iniziato a girare con una frequenza fino ad allora lontana dalle loro abitudini. È il caso del signor De Oliveira che di anni ne ha 103 e ogni anno (almeno) uno dei maggiori Festival europei ospita in cartellone la proiezione di una sua pellicola. "O Gebo e a sombra", traducibile letteralmente in "Gebo e l'ombra" (o "Il gobbo e l'ombra"), tratto dall'omonimo racconto di Raul Brandão  è infatti uno dei film fuori concorso di questa mostra del cinema di Venezia. L'ultima fatica del veterano portoghese ha un cast composto da Claudia Cardinale, Micheal Lonsdale e il consueto Ricardo Trepa oltre che apparizioni di Jeanne Moreau e Luis Miguel Cintra.
"O Gebo e a sombra" narra la vicenda di un vecchio contabile (Gebo/Lonsdale) che ogni giorno deve inventare una menzogna all'altrettanto anziana moglie (Claudia Cardinale) parlando delle notizie avute da suo figlio, ormai scomparso da otto anni. Nella loro umile dimora vive anche la moglie, l'unica a conoscere la verità sul marito oltre al padre: l'uomo si è infatti dato alla macchia e, cambiando radicalmente modo di vivere, fa il ladro. I novantacinque minuti dell'opera di De Oliveira ruotano intorno al ritorno di Joao e al delitto di cui si macchia prima di scappare nuovamente, lasciando la famiglia in una situazione drammatica. (GG)
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Fuori concorso
The Company You Keep di Robert Redford

robertredford_venezia69_01Cinque anni dopo "Leoni per agnelli" sullo sfondo della guerra in Afghanistan post 11 settembre e a soli due anni dall'appello democratico di ispirazione storica di "The Conspirator", Robert Redford torna alla regia con il solito impegno civile e politico nel thriller di spionaggio "The Company You Keep", tratto dall'omonimo romanzo di Neil Gordon. La pellicola, presentata fuori concorso, presenta un gruppo di ex militanti di estrema sinistra (cosiddetti Weathermen) contro la guerra in Vietnam che trent'anni dopo devono fare i conti con le conseguenze dei propri errori avvenuti in passato. A rischiare di più è Jim Grant, avvocato vedovo e padre di una bambina. E' un film sorretto da un cast importante ed esperto, dallo script non originalissimo (anzi piuttosto prevedibile), improntato sull'amicizia, sullo spirito dei valori, sull'autenticità e la schiettezza della propria coscienza. E' soprattutto un propagandistico inno alla voglia di ribellione contro il sistema. E in mezzo non mancano frecciatine ai due più grandi social network della rete; il reporter acuto e intelligente che dà il via alla caccia all'uomo (Shia LaBeouf) non usa Twitter e un ex membro e amico di Grant, ora docente universitario dichiara: "Mi piace il mio lavoro, soprattutto quando insegno ai ragazzi le rivolte studentesche". "E loro?" gli domanda Grant/Redford, "Niente, vanno a casa e aggiornano il loro profilo facebook". (MDS)
Voto: 6


Giovedì 06 Settembre - Nona giornata di Mostra

Venezia 69 - In concorso
Spring Breakers di Harmony Korine

Ostentazione, provocazione, eiaculazione. Sono i tratti fondamentali della partenza metanfetaminica dell'opera numero cinque di Harmony Korine. Il primo montage, dopo i titoli di testa tamarramente floreali, dispiega una carrellata su forme femminili in esposizione: seni e sederi sodi, malamente contenuti in succinti bikini, e anche ombelichi, espressioni ammiccanti, muscoli pompati, birra e superalcolici a fiumi. Un altro giro e le forme prorompenti esplodono davanti all'occhio della macchina da presa, i capezzoli turgidi, i fisici sensuali oliati e bagnati di mare e alcool che si intrattengono nei giochi alcolici che piacciono tanto ai giovani americani, a metà tra il tentativo di aumentare gli effetti della sbornia e la pesante provocazione a sfondo sessuale - la birra schizza dalle lattine e le ragazze bevono come se fosse la pantomima di un set porno. Sono solo pochi minuti ma c'è già tutto il senso di eccesso, la voglia di vivere in un party esclusivo e senza fine.
Questa fiera della carne è l'immagine stereotipica della "festa di primavera" (spring break), dieci giorni di pausa dalle lezioni dove gli studenti universitari possono andare a divertirsi sulle spiagge più ambite, come quelle della Florida. Le quattro protagoniste, le compagne di college, sognano da tempo una vacanza del genere per poter staccare la spina e darsi solo ai bagordi che devono nascondere o reprimere: Brit, Candy e Cotty passano da un festino a un altro, bevono e si fanno di crack, mentre Faith nasconde se stessa dietro una facciata da brava ragazza, associandosi ai gruppi di giovani cattolici. (GG)
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Venezia 69 - In concorso
Bella Addormentata di Marco Bellocchio

bellocchio_addormentata_venezia69E venne il giorno anche di "Bella addormentata", probabilmente il film italiano in concorso più atteso alla 69° Mostra del Cinema di Venezia. Partendo dal fatto di cronaca di Eluana Englaro, il regista di Bobbio struttura un film corale che ripercorre le tematiche a lui più care: amore e conflitto, politica e televisione, fede e laicismo, impegno e speranza. Marco Bellocchio sornionamente lo ha definito un film semplice ed elementare ma è alquanto difficile poter pensare che uno degli avvenimenti più coinvolgenti e tristi degli ultimi anni possa essere considerato tale. "Bella addormentata" effettivamente gode di una forma asciutta e lineare, strutturalmente ordinaria perché racconta le vicende di più personaggi inventati che prendono vita dagli ultimi giorni di vita/calvario della povera Eluana. Una messa in scena corale che evidenzia gesti, pensieri e parole dei singoli personaggi, rapportandoli tra loro, alla disperata ricerca di cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ma è inutile nascondersi: il nuovo lavoro di Bellocchio è un film piuttosto complesso, come era facile attendersi, che miscela molteplici sensazioni, idee, citazioni, in un crescendo di riferimenti iconici e metaforici centellinati sapientemente.
Amore e conflittualità sono alle basi degli avvenimenti vissuti dalla coppia padre-figlia Servillo/Rohrwacher, il primo dilaniato dalla perdita della moglie e combattuto se voltare le spalle al proprio partito politico in favore della voce della coscienza, la seconda attratta da un amore tanto effimero e caduco quanto paradossale (la sua presunta vocazione in favore della vita e del credo cristiano si scontra con le idee opposte manifestate dal personaggio di Riondino, in una chiara lettura in cui l’amore vince su tutto ma allo stesso tempo in un’assurdità, un’incoerenza propria dell’ideologia contemporanea). "Bella addormentata" è l’ideologia di un tessuto sociale, il nostro, in costante regresso, dove la politica è confusa (il socialista divenuto berlusconiano) e malata di mente. Ma una malattia che impietosisce e non urla all'odio, che determina più tenerezza che rabbia e che il personaggio di Herlitzka scandisce con ironia pungente e dissacratoria. Il tutto mentre la tv aggredisce lo spettatore e il dibattito mediatico lo scompagina. "Bella addormentata" è la vita (i titoli di testa e di chiusura vertono sul personaggio della Sansa), quella non vissuta al massimo delle proprie potenzialità e a cui Bellocchio dona un inatteso squarcio di speranza, "Bella addormentata" è la fede, praticata per convenienza, comprata in attesa di un miracolo (vd. "L’ora di religione") da attori che si fanno chiamare "Divina Madre" (la Huppert) e che appaiono al limite del patologico.
Bellocchio dichiara che nel film non vengono mostrate le sue idee anche se i suoi personaggi vertono su un fronte pro-eutanasia di impronta laica (come lo è il regista) che rinnega l’accanimento terapeutico e inneggia alla libertà di un proprio e personale testamento biologico. "Bella addormentata" purtroppo non è un capolavoro come lo sono stati più lavori dell’ultimo decennio bellocchiano anche a causa dell’incommensurabile tema trattato e di una coralità che a tratti non offre ampio respiro ma è sicuramente una pellicola che può risvegliare l’Italia dal sonno della moralità. (MDS)
Voto: 7.5 

Settimana della critica
O luna in Thailandia di Paul Negoescu

o_luna_in_thailandiaEsordio nel lungometraggio per Paul Negoescu, giovane regista rumeno classe 1984. "O luna in Thailandia" (un mese in Thailandia) si svolge nell'arco di 24 ore il giorno di capodanno, con una narrazione circolare. Radu sta con Adina, la lascia nel corso della serata perché si rende conto che il suo vero amore è Nadia, la sua ex. La cerca in una peregrinazione di feste e locali notturni, vittima della sua stessa confusione e indecisione. Sulla carta è intrigante un protagonista giovane che non sa prendere decisioni, che agisce con superficialità, riconsidera la sua vita, passa la notte di capodanno col muso lungo. E allo stesso tempo, secondo il regista, rappresenta una generazione confusa, quella dei giovani rumeni, una società che sta cambiando. "Faccio parte di una generazione confusa. [...] E' un film sulle decisioni, è un film sulla mia generazione" dice Negoescu. Nadia e Adina sono anagrammi, in qualche modo sono intercambiabili, non fa nessuna differenza e tutto sembra dover continuare ciclicamente immobile com'è. Nel risultato finale, però, Negoescu paga un po' di ingenuità e la vaghezza del plot, tanto che sembra evidente come allunghi alcuni dialoghi un po' vaghi sull'amore giusto per arrivare all'ora e mezza di film. Inverosimili sembrano anche l'evoluzione del racconto e i motivi che spingono il protagonista ad agire in un certo modo. Film che a tratti intriga e a tratti annoia, risultando inconcludente. E non è chiaro quanto l'effetto fosse voluto per descrivere uno smarrimento generazionale e quanto invece fosse dovuto a carenze strutturali. Negoescu ha comunque il merito di indovinare il cast e i volti dei personaggi e un buon gusto per le inquadrature, tanto che meriterebbe una seconda possibilità. (DDL) 
Voto: 5.5


Mercoledì 05 Settembre - Ottava giornata di Mostra

Venezia 69 - In concorso
La Cinquième Saison di Peter Brosens e Jessica Woodworth

Tra cinema apocalittico e videoarte, un'allegoria cinica sull'uomo e la (sua) natura ambientato in un piccolo villaggio delle Ardenne. Alice e Thomas sono due ragazzini che vivono in un villaggio delle Ardenne, insieme a loro ci sono Pol, coltivatore d'api errante accompagnato da suo figlio in sedia a rotelle e tanti altri contadini dediti al lavoro e alla famiglia. Questo piccolo quadro bucolico viene messo a dura prova da misteriosi e improvvisi fenomeni (sovra)naturali: il legno non brucia più, le mucche non producono più latte e la neve cade d'estate, sviluppando le tesi empiriste avanzate da David Hume. È l'inizio di un caos silenzioso , cinico che la natura trama ai danni dell'uomo. Diviso in quattro sezioni (una per ogni stagione), "La Cinquième Saison" è un ritratto grottesco e singolare sulla contraddizione del nostro tempo (la salvaguardia dell'ambiente in antitesi al consumismo), sull'arroganza e la violenza della natura umana. (MDS)
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Venezia 69 - In concorso
Linhas de Wellington di Valeria Sarmiento

Film di guerra corale ambientato nel Portogallo del 1810: Valeria Sarmiento porta a compimento il progetto preparato dal marito Raul Ruiz sull'invasione napoleonica arrestata dalle fortificazioni (le linee) fatte costruire dal generale inglese Wellington, alleato dei portoghesi. Sullo sfondo della ricostruzione storica si intrecciano le vicende di numerosi personaggi. Il fatto di essere un film di genere non lo fa smarcare da una certa convenzionalità, dettata anche da scelte di regia e narrative coerenti, e costituisce la forza e al tempo stesso la debolezza di "Linhas de Wellington": se l'opera della Sarmiento ne guadagna in solidità, ci rimette nel versante dell'originalità e della freschezza. (DDL)
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Orizzonti
L'intervallo di Leonardo di Costanzo

costanzo_intervallo_venezia69Si attendeva al varco la prima prova da regista di fiction del documentarista Leonardo Di Costanzo, il quale aveva finora lavorato coi documentari riportando un grande successo con "L'orchestra di Piazza Vittorio"."L'intervallo" è un'opera di un certo interesse vista l'ambientazione e un climax drammaturgico che pur divagando volutamente nel corso dei suoi 86 minuti riesce a tenere desta l'attenzione per una narrazione debole che corre sul filo dell'involuzione. Salvatore è un ragazzo di diciassette anni che vende granite per il padre, ma un giorno  viene costretto da un paio di affiliati a fare un piacere a Bernardino (il giovane capo banda della zona): dovrà sorvegliare una ragazza, confinata in un casermone abbandonato e solo dopo potrà riavere indietro il suo carrettino, oltre che un rimborso per il disturbo. Totò non può che accettare e comincia malvolentieri la sua giornata che lo vede carceriere di Veronica, una quindicenne abbastanza conosciuta nel quartiere Cos'ha fatto per subire questo trattamento e cosa ne sarà di lei alla fine del giorno sono le domande che aleggiano inquietanti durante il corso della pellicola. I due ragazzi, prima diffidenti l'una nei confronti dell'altro, finiscono per conoscersi e allacciare un rapporto di fiducia, visto che sono involontariamente legati alla stessa sorte, come gli uccelli in gabbia descritti dalla voce off nell'incipit. Di Costanzo si preoccupa in maniera quasi maniacale della composizione dell'inquadratura e della disposizione degli attori nel quadro: all'inizio si trovano sempre obliquamente rispetto al centro dell'inquadratura e poi si avvicinano man mano che passano il tempo insieme e osservano come i veri carcerieri si trovino lì fuori - operazione aiutata dall'azzeccatissima fotografia di Luca Bugazzi. Convincenti gli esordienti protagonisti. (GG)
Voto: 7 

Orizzonti
Low Tide di Roberto Minervini 

minervinilowtide_01Presentato nella sezione Orizzonti, il film dell'americano di origini italiane Roberto Minervini segue le tracce di un ragazzino che vive solo con la madre tra le lande desolate della campagna texana. La macchina da presa del regista segue ad oltranza movimenti e gesta del piccolo protagonista, lo bracca quasi fosse uno stalking invisibile. Lunghissimi piano sequenza ci conducono in una quotidianità abulica, ripetitiva, alienante. La solitudine del ragazzino e la sua infanzia negata vengono enfatizzate senza manierismi e le sequenze a contatto con la madre alcolizzata raggiungono un forte livello emotivo nello spettatore. La lentezza del film però non aiuta sino in fondo a godere delle buonissime cose espresse dal film, anche per via di una sceneggiatura quasi inesistente che rallenta non poco la fluidità della pellicola. "Low Tide" (bassa marea, la spiegazione del titolo lo capiamo solamente nel finale) è un film lucido e maturo che ha il solo demerito di risultare piuttosto freddo e tutt'altro che scorrevole. (MDS)
Voto: 6


Martedì 04 Settembre - Settima giornata di Mostra


Venezia 69 - In concorso
Après Mai di Olivier Assayas

Il protagonista diciottenne alter-ego del regista è Gilles (l'esordiente Clement Metayer, che ha la faccia e la prossemica giusta per bucare lo schermo), un ragazzo giunto all'ultimo anno di liceo, soglia verso scelte importanti e nuove responsabilità. Con Laure, la sua ragazza, condivide la passione per l'arte ed è lei la critica più sincera ai suoi primi esperimenti pittorici, mentre con gli amici insegue la via della rivoluzione con un partito autonomista liceale. Spinti ad alcune azioni dimostrative, graffitano le pareti della scuola e incidentalmente mandano in coma uno dei custodi notturni e così, mentre uno del gruppo viene indagato, gli altri si danno alla macchia facendo un viaggio presso i collettivi dei compagni italiani in Toscana. Qui si sviluppa un'altra traccia sentimentale con una compagna e Assayas inizia a sottolineare le frizioni nella dialettica interna al movimento rivoluzionario: Gilles che vorrebbe diventare un artista e a cui piacerebbe anche fare cinema non capisce la bellezza dei film agitprop proiettati nelle piazzette dei paesi toscani da collettivi di cineasti che vanno in giro per il mondo a documentare le proteste operaie e contadine contro l'imperialismo dell'Occidente capitalista. Come gli dirà un suo amico, Gilles è lontano dal movimento politico, lo osserva interessato senza esserne realmente partecipe, bensì ama l'arte che è per gli individualisti che si isolano. (GG)
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Fuori concorso - Proiezioni speciali 
Witness: Libya di Abdallah Omeish 

produttoriwitnessProdotto da Michael Mann, presidente di giuria di questa 69° Mostra del Cinema veneziana, "Witness: Libya" è un documentario di guerra guidato dal fotoreporter Michael Christopher Brown e dedicato ai colleghi Tim Hetherington e Chris Hondros, uccisi a Misurata il 20 aprile del 2011. La pellicola rappresenta la prima parte di un progetto per la HBO costituito da quattro documentari e da altrettanti fotografi di guerra (le altre zone documentate sono l'Uganda, il Messico e il Brasile) ricordando per certi versi il lavoro di Christian Frei "War Photographer" con James Nachtwey. Le testimonianze raccolte da Brown, le sue foto scattate nei vari teatri bellici del territorio libico e la regia dell'arabo Abdallah Omeish ci introducono in un Paese devastato dalla guerra e da un odio che neanche la morte di Gheddafi sono riuscite a contenere. Tra riflessioni personali e informazione nuda e cruda, il film spazia tra le piazze di Tripoli, Benghazi, Sirte, Al Brega e Towerigha. E proprio in quest'ultima tappa il regista e il fotografo riassumono forse la tristezza di un popolo costretto insignificatamente a duellare in una guerra intestina con la fazione di Misurata, in una guerra a scatole cinesi a dir poco assurda. Musiche e fotografie (bellissime) si uniscono uniformemente al video della macchina da presa in un contributo certamente non esaustivo ma pratico ed essenziale per capire cosa sta succedendo su questo spicchio di mondo che non conosce la parola "pace". (MDS)
Voto: 6.5 

Venezia 69 - In concorso
Outrage Beyond di Takeshi Kitano

kitano_venezia69Nelle considerazioni intorno ad “Outrage” ci chiedevamo, alla fine, se un progetto così cupo, freddo e per certi versi impersonale non potesse rappresentare una svolta nella carriera del maestro Kitano. E l’idea di un sequel solleticava le speranze per un film più libero dove, visto l’insperato successo commerciale del primo capitolo, avrebbe potuto avere carta bianca nella sceneggiatura. Dopo aver visto “Outrage Beyond” la domanda sorge spontanea: dobbiamo rassegnarci a un Kitano pulito esecutore di yakuza eiga dagli ottimi incassi. Confezionatore pregiato, capace di personalizzare opere che riprendono le lotte senza codice d’onore di Fukasaku? Forse, per il momento, dobbiamo accontentarci di ciò che ha detto il regista in conferenza stampa: ovvero che se avesse continuato a fare i film che voleva, non avrebbe incassato uno yen e questo non poteva più permetterselo; e se ora aveva la possibilità di operare su film più smaccatamente di intrattenimento (nei quali evidentemente si diverte parecchio), forse un domani potrà riprendere il suo cinema più personale e originale. Chi vivrà vedrà. (GG)
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Venezia 69 - In concorso
Pietà di Kim Ki-Duk

kiduk_venezia69Denaro, vendetta, famiglia. Il 18° film di Kim Ki-Duk riafferma il talento visionario del regista coreano dopo i passi falsi delle sue ultime pellicole in un dramma intenso e avvincente sul mondo del parassitismo usuraio. Kang-do è un trentenne solitario che lavora per uno strozzino, la sua missione è recuperare il credito maturato in esponenziali interessi dai poveri debitori della zona, tutti lavoratori in stato di precarietà economica. Crudeltà e sadismo alimentano le azioni del giovane sino a quando un giorno gli si presenta dinanzi a lui una donna che sostiene di essere sua madre. Kim filma con fervore una parabola sul capitalismo estremo e sulle conseguenze che questo riflette sulle relazioni umane e interfamiliari. Adottando una messa in scena che sfiora più volte la tragedia greca, il regista si sofferma su un sentimento di pietà che sgorga dalla società contemporanea, soggiogata da violenza e soprusi e che trova nel dio denaro l’origine e la fine di tutte le cose. (MDS)
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Lunedì 03 Settembre - Sesta giornata di Mostra

Venezia 69 - In concorso
To The Wonder di Terrence Malick

Di cosa parla "To the Wonder" sarà una domanda che assillerà molti spettatori ed è anche la domanda che si sente nella sala stampa della Mostra del Cinema di Venezia, dove nelle pur contrastanti reazioni alle proiezioni hanno prevalso i fischi e i boati di scherno. Del resto, canzonare cosa non si comprende è la via più facile e sbrigativa...
Terrence Malick a partire dal suo clamoroso ritorno al cinema con "La sottile linea rossa", dopo vent'anni di silenzio, ha potenziato uno stile di cui era già unico possessore e iniziato una ricerca sul linguaggio cinematografico che ha toccato con "The Tree of Life" il suo zenit. A questo punto è certo: Malick ha coniato un linguaggio suo, personale, nel quale la sala montaggio occupa una posizione regina nella gestione del progetto filmico. (GG)
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Orizzonti
Blondie di Jesper Ganslandt

blondieRiunione di famiglia. La famiglia si disintegra. L'altra famiglia. Sono i tre atti in cui si svolge il film di Jasper Ganslandt e i passaggi sono sottlineati da un piano fisso dove il cast è come in posa per una virtuale fotografia, in un modo che può ricordare le presentazioni wesandersoniane. Ma "Blondie", nonostante provi a flirtarci di tanto in tanto, non è una commedia, bensì un dramma (quasi un dramma da camera) che inizia con un montaggio di brevi sequenze della vita delle tre sorelle: Elin che fa la modella a Milano (interpretata da una giunonica ex-modella e star del GF svedese), tra servizi fotografici e sniffate di coca, Katarina, la primogenita, medico, madre di due figli ma con un amante che è il suo tirocinante, e la giovane Lova che studia a Londra. Le tre problematiche sorelle si ritrovano nella grande casa della madre per preparare i festeggiamenti per il suo settantesimo compleanno. Le premesse davano per scontato che fosse la versione uterina di "Festen", magifico esordio del Dogma targato Vintenberg/Von Trier, invece è un'opera che dissolve in una nuvola di fumo le tensioni accumulate. Soprattutto il secondo capitolo spegne qualsiasi velleità di graffiare o fare del male all'istituzione familiare, preferendo un immediato quanto patetico rientro nei ranghi e rinsaldamento dei rapporti tra le sorelle dovuto al provvidenziale ictus che colpisce la madre-famiglia. La forma limpida e laccata, quasi di stampo televisivo, e le musica troppo invasive rendono "Blondie" un film dove c'è poco da salvare: forse giusto le bionde protagoniste. (GG)
Voto: 4.5

Fuori concorso
Disconnect di Henry Alex Rubin

disconnect_rubinSembra quasi necessario, se non ovvio, un film come quello di Rubin che parla dell'invasività di internet in tutte le sue forme. Quattro storie intrecciate che riguardano un furto d'identità con relativo prosciugamento del conto in banca ai danni di una coppia, un ragazzino vittima di uno scherzo crudele perpetrato attraverso Facebook da parte di un paio di coetanei, una giornalista che contatta un ragazzo appena maggiorenne che si esibisce nelle chat erotiche, e un detective che si occupa di casi legati alle frodi su internet.
Rubin viene dal documentario e più volte in conferenza stampa sottolinea come abbia ricercato la verosimiglianza del racconto. Colpisce, infatti, l'attenzione dedicata a tutti i modi in cui internet viene declinato nel film. Forse troppi: i forum di sostegno, i giochi online, le chat line erotiche, i social network. L'idea del film è venuta allo sceneggiatore Andrew Stern quando una sera a cena ha visto sette persone allo stesso tavolo parlare contemporaneamente al cellulare. "Disconnect" è il frutto di molte ricerche che sono state fatte in rete, dove sono stati ritrovati molti omologhi dei personaggi - Frank Grillo, ad esempio, per il suo ruolo di detective ne ha frequentato uno reale per qualche mese. Rubin ha lasciato molta libertà di interpretazione agli attori e spesso ha utilizzato due macchine da presa; la sua regia gioca molto con la messa a fuoco, si preoccupa di trovare spesso un'angolazione particolare, ponendo anche degli oggetti di quinta e utilizzando molta camera a mano; uno stile moderno che potrebbe rischiare di dare un'impressione di troppa accademia, ma che in realtà risulta gradevole se non per un ralenti nel climax finale di cui avremmo fatto anche a meno. Viene evidenziato il rapporto genitori-figli, il pericolo che rischiano di correre questi ultimi e la latitanza dei primi, ma in realtà uno degli elementi che accomuna molti personaggi è la mancanza di cautela, senza la quale qualunque medium, qualunque situazione rischiano di degenerare. Vittime e carnefici sembrano confondersi, scambiarsi i ruoli, pagare ognuno per le proprie mancanze. Soltanto con l'evolversi del racconto i personaggi cominciano a guardarsi negli occhi, mentre nella prima parte - fa notare Rubin - volutamente evitano il contatto visivo. Il regista ha raccontato di aver voluto realizzare un film sincero e veritiero sul modo di comunicare moderno e su come è mutato nel corso degli ultimi anni. Sulla bontà e sull'onestà dell'approccio non ci sono dubbi, ma il film evidenzia qualche carenza e rischia di non coinvolgere e di non affondare il colpo come vorrebbe. (DDL)
Voto: 6.5

Venezia 69 - In concorso
Fill The Void di Rama Burshtein

rama_venezia69L'esordio alla regia della newyorkese di origini ebraiche Rama Burshtein è di quelli che lasciano il segno. L'unico film israeliano in concorso alla Mostra di Venezia narra le vicende di una famiglia ebrea ortodossa alle prese con l'imminente matrimonio di Shira, la figlia ultimogenita, appena diciottenne. Ma il destino, doloroso, è dietro l'angolo. Il film, fotografato e diretto magnificamente, è alla ricerca perenne di un “vuoto da riempire” come suggerisce giustamente il titolo, un vuoto creato dall’insicurezza dell’adolescenza e dall’impossibilità di definire i limiti dell’amore, in una cultura così conservatrice e rigorosa come quella ortodossa radicale.
"Mi sono lanciata in questa avventura per un profondo dolore che portavo dentro - ha spiegato - Sentivo che la comunità ultra-ortodossa non aveva alcuna voce nell'ambito del dialogo culturale. Si potrebbe dire che siamo muti. La nostra voce sul piano politico è forte, perfino roboante, ma sul piano artistico e culturale resta debole e soffocata". "Fill The Void", accolto con dieci minuti di applausi in Sala Grande al termine della proiezione è un piccolo gioiello che impreziosisce e rigenera una Mostra sino ad ora piuttosto fredda dal punto di vista delle emozioni suscitate. (MDS)
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Domenica 02 Settembre - Quinta giornata di Mostra

Venezia 69 - In concorso
The Master di Paul Thomas Anderson

andersonmasterL'attesissimo film di Paul Thomas Anderson lascia un po' freddo il pubblico di Venezia. Il film, ambientato negli anni 50, racconta la storia del rapporto fra Freddie Quell (un superbo Joaquin Phoenix) e Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman). Il primo, un marinaio violento e disadattato, il secondo, fondatore di un gruppo che tenta di guarire i mali personali, fisici e morali, e quelli del mondo, attraverso un viaggio interiore di regresso alle vite precedenti.
Anderson in conferenza stampa non nasconde che il personaggio di Dodd sia basato sul fondatore di Scientology, L. Ron Hubbard. Gli Stati Uniti degli anni cinquanta, col peso della guerra appena passata e con le grandi speranze del futuro, fanno da sfondo a una vicenda che si focalizza sul rapporto tra i due protagonisti, su quella che Anderson definisce una storia d'amore. Amy Adams interpreta la moglie di Dodd, che per alcuni versi potrebbe essere il vero Master della setta. "The Master", ne siamo certi, sarà uno dei pochi veri eventi di questa mostra del cinema che ha scelto (o ha fatto di necessità virtù?) il basso profilo per una selezione che finora non ha fatto gridare al miracolo. Il regista losangelino compone un grande scontro psicologico tra due modi d'essere dal quale nessuno esce vincitore, tutti padroni e maestri anche se in maniera differente. Il duello attoriale messo in campo da Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix dà le vertigini per il livello di talento espresso. Anderson gira con lo stesso sguardo gelido e anaffettivo mostrato per "Il petroliere" e la riesumazione del 70mm rende lo schermo un buco temporale attraverso il quale bisogna passare, proprio come le regressioni durante "la procedura" della setta.
Nota a margine: in conferenza stampa, Hoffman si è presentato in maglietta e berretto, mentre Phoenix, completamente disinteressato e distante dalla scrivania, fuma un paio di sigarette senza disturbarsi troppo a nasconderle e si assenta per qualche minuto. Il regista risponde sempre in maniera vaga ed evasiva, perché non sa, non ricorda, non ne è sicuro: probabilmente, volevano solo andare a mangiare. Il film uscirà in Italia l’11 gennaio, distribuito da Lucky Red. (DDL, GG)
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Venezia 69 - In concorso
E' stato il figlio di Daniele Ciprì

ciprfiglioPerché proprio Ciprì per trarre un film dal romanzo di Roberto Alajmo? Per avere un film vero, per evitare che la storia diventasse una fiction, spiegano i produttori. E la materia narrativa è stata appositamente trasformata per assecondare lo stile del regista siciliano, al suo esordio da solista dopo la fine del sodalizio con Maresco. Toni Servillo è Nicola, capo di una famiglia governata da leggi arcaiche, specchio, dice l'attore, di una società dall'alienante consumismo. Un capo famiglia che fa pena, fa eco Ciprì, che definisce il film "mortuario ma sorridente". L'attore napoletano, inoltre, evidenzia il simbolismo del rapporto tra la Mercedes acquistata dal protagonista e "la roba" della letteratura verghiana e, commentando il finale, sottolinea come derivi dall'origine matriarcale della mafia. Un film dall'umorismo grottesco, che mette al centro dei personaggi mostruosi coinvolti in una vicenda drammatica, e dall'andamento particolare: una prima parte vivace interrotta da un evento drammatico, a cui segue un altro segmento da commedia per chiudersi poi in modo toccante ed emozionante. Presente anche Alfredo Castro, attore per Pablo Larrain di "Post Mortem" e "Tony Manero".
"E' stato il figlio" porta Ciprì a dover scendere a compromessi: copromessi tra la propria idea di cinema immaginifico e originale, dove il grottesco traduce una realtà più vera e autentica, con un modo di narrare che rimane tutto sommato lineare e, in dirittura d'arrivo, persino prevedibile. Il risultato finale è bizzarro, non privo di fascino e con alcun grandi momenti (oltre che un comparto attoriale molto in sintonia sul quale spicca il solito Servillo), ma avrebbe giovato una maggiore incisività da parte del regista perché si appropriasse completamente della storia della famiglia Ciraulo. (DDL, GG)
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Fuori Concorso - Proiezioni Speciali
La nave dolce di Daniele Vicari

vicari_nave_venezia69Una Sala Grande semivuota (la maggior parte dei giornalisti si sono accalcati per la prima proiezione di "To the Wonder", poi fischiatissimo) ha accolto con un convinto applauso "La Nave Dolce" di Daniele Vicari, presente in sala, anche se entrato come un normale accreditato. L'opera documentaria del regista di "Diaz" si concentra sulla settimana che ha visto l'approdo nelle coste pugliesi della nave "Vlora", che straripava di vite umane. All'incirca ventimila albanesi si imbarcarono il 7 marzo del 1991 a Durazzo, con la speranza di raggiungere la loro terra promessa, l'orizzonte che sognavano da anni - grazie/a causa della tv italiana che vedevano -  e che la caduta del muro di Berlino e del regime comunista rendeva ora possibile.
La pellicola di Vicari documenta questa storia recente con un'impostazione classica: da una parte una grande ricerca di immagini d'archivio e dall'altra il racconto alcuni protagonisti che vissero direttamente quella vicenda (gente comune ma anche il ballerino Kledi Kadiu e il regista Robert Budina). Il coro che accompagna lo spettatore ricorda antefatti e aneddoti correlati all'avventura, inizialmente eccitante e conclusasi in in maniera drammatica. Vicari fa un lavoro di rianimazione della memoria storica non così diverso da quanto operato con "Diaz" che, pur essendo un'opera di fiction, era costruito basandosi sui verbali delle inchieste. Il carico umano che vide infrante le speranze di una generazione, dovette subire l'umiliazione di essere trattati al pari di criminali, da confinare (allo stadio, militarmente sorvegliato) e poi rimpatriare, per volere di Cossiga, allora Presidente della Repubblica, che biasimò le iniziative umanitarie e generose della città di Bari. Il resoconto di Vicari e corretto e sentito ma, come direbbe un docente di un tema scolastico, manca di rielaborazione. (GG)
Voto: 6 


Sabato 01 Settembre - Quarta giornata di Mostra

Fuori concorso
Bad 25 di Spike Lee

spike_lee_venezia69Lontano dal lirismo e dalla sensibilità con cui Scorsese ha ritratto George Harrison ("George Harrison: Living in the Material World") Spike Lee regala alle orde di fan di Michael Jackson un documentario che racconta l'album "Bad". Una raccolta di interviste a commento di tutte le tracce e che vede alternarsi discografici, ingegneri del suono, coreografi, collaboratori, amici, registi dei videoclip (pardon, cortometraggi) - come Scorsese -, deejay e musicisti - Sheryl Crow, Stevie Wonder e Justin Bieber (sic). Non potendo non celebrare il re del pop, in oltre due ore Spike Lee consegna il ritratto di un artista completo: autore, coreografo, interprete, produttore, attento tanto ai dettagli quanto aperto all'influenza dei film, dei musical e della musica del passato; contraddistinto da una grande fragilità e timidezza, intrappolato fin da bambino nei meccanismi dello show business e vittima del suo stesso essere personaggio pubblico senza spazi di intimità. Si alternano aneddoti e ricordi a interviste datate allo stesso Jackson e al sodale Quincy Jones, oltre alle immagini di short film delle canzoni e dei concerti. Come è logico attendersi, non manca il momento della lacrima quando viene rievocato da tutti il giorno della scomparsa di Jackson. Spike Lee ci mette grande partecipazione e ne esce un documentario godibile, agiografico, ottimamente realizzato e da guardare a tutto volume, ma nulla più di quello che potrebbe offrire un prodotto televisivo ben confezionato. (DDL)
Voto: 6.5

Fuori concorso
The Iceman di Ariel Vromen

shannon_venezia69Il "gangster movie" di Vromen lascia boss e famiglie in secondo piano e si concentra invece sul terminale, il killer che esegue senza domande, come una specie di automa. Probabilmente è proprio il particolare soggetto, "un outsider" lo ha definito Vromen, unita alla scelta di del regista di edulcorare la figura del vero Klukinski,  a spiegare il successo che "The Iceman" ha ottenuto dal pubblico di Venezia. Un film di per sé  visto e rivisto, ma che trova nell'interpretazione di Michael Shannon (già inquietante protagonista in "Take Shelter" di Jeff Nichols e in "My Son, My Son, What  Have Ye Done" di Herzog) un indiscutibile valore aggiunto. Dal volto impassibile e sofferente dell'assassino emerge il lato "buono", quel dr Jekyll che ha perso il controllo forse (il film vi fa soltanto un accenno) per via di un'infanzia difficile e un padre a sua volta spietato. Si genera così quell'effetto transfer che condiziona al punto da indurre lo spettatore  a schierarsi dalla parte del male. L'anti-eroe diventa eroe, il carnefice mostra i suoi punti deboli, diventa persino vittima, essere umano, e come tale degno di umana comprensione. (LT)
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Fuori concorso
Cherchez Hortense
di Pascal Bonitzer

isabellecarrepascalbonitzercherchezhortense_01Fare un favore a qualcuno a volte può risultare difficile. Chiedere al proprio padre, membro del Consiglio di Stato, di farne uno per una persona che non si conosce può esserlo ancora di più. Soprattutto se il proprio padre è una persona un po' particolare, in tutti i sensi - e lo scopriremo in una delle scene più divertenti del film. Lo sa bene Damien (Jean-Pierre Bacri) insegnante universitario di sinologia: sua moglie Iva, regista teatrale (Kristin Scott Thomas) gli chiede di contattare il proprio padre per evitare che venga espulsa Zorica, una ragazza di origini balcane - "Non la finiremo mai coi Balcani!", dicono due personaggi. Il nuovo film di Pascal Bonitzer, storico sceneggiatore di Rivette, è una commedia divertente e garbata ambientata in alcune delle zone più belle di Parigi. Ha per protagonista un intellettuale che, per fare un favore, viene coinvolto in una serie di malintesi, subisce angherie e finisce per cambiare la propria vita. Bonitzer riesce confezionare un film perfettamente equilibrato tra momenti da commedia e più introspettivi, con un plot semplice, che potrà sembrare anche scontato, e dialoghi brillanti. Uno splendido cast, che oltre a Bacri e la Thomas (sempre un piacere vederla, non ci stancheremo mai di dirlo) vede anche Isabelle Carré nel ruolo di una ragazza fragile, incasinata, che tenta di sistemare la propria vita. Non sono dei personaggi ordinari o degli eroi che sono spinti da delle volontà, ha spiegato Bonitzer, sono dei personaggi che sono spinti di qua e di là dagli eventi, e travolti da ciò che succede. (DDL)
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Settimana della critica
Welcome Home di Tom Heene

welcomehomeSebbene il montaggio cerchi di nasconderlo e di ingannare lo spettatore tirandola per le lunghe, la copertura graduale delle ellissi e degli stacchi con cambio di ambientazione ci fa capire che “Welcome Home” è in realtà ambientato nell’arco di ventiquattr’ore. Il giorno del ritorno a casa, nella città di Bruxelles, di Lila una donna viva e indipendente che  per capire cosa cercava nella relazione col fidanzato Benji era stata in viaggio per tre mesi. In questo giorno per lei campale, si trova a fare da guida a un uomo d’affari persiano che torna in città per un solo giorno dopo quarant’anni e vorrebbe ritrovare la casa dove aveva convissuto felicemente con una coppia di amici; poi ritorna dal fidanzato col quale si impegna in una torrida scena di sesso (in realtà molto meno rimarchevole di quanto il regista lasciasse presagire nell’intervista per il pressbook) e in un’altra dove litigano furiosamente (per poi fare un’altra volta sesso, ma in maniera fredda e meccanica); infine, un auto con dentro 5 yuppie che discorrono di lavoro e droghe ricreative la mettono sotto e nascondono il fanale della bici di Lila per dimostrare che non l’avevano vista: solo uno del gruppo si sente in dovere di andare a controllare le condizioni della ragazza in ospedale.
L’idea di Heene non è molto difficile da decriptare: Bruxelles è passata da piccola capitale di un piccolo stato a capitale politico-economica d’Europa. Questo suo ingigantimento sul piano astratto ha comportato vaste trasformazioni nella struttura urbanistica della città. Ma non solo: anche l’umanità che abita Bruxelles si è modificata. Il trauma dell’ingigantimento urbano ha provocato un cedimento delle fondamenta morali e umane in quella che è per il regista una nuova Babele; non a caso il film passa dall’inglese (la maggior parte dei dialoghi sono recitati in questa lingua) al francese e l’olandese. Peccato che i 73 minuti di pellicola siano scoordinati, l’esposizione della tesi banale e retorica: “Welcome Home” è un’opera che vuole far parlare di sé ancora prima di dire qualcosa. Anzi, si guarda bene dal farlo. (GG)
Voto: 3  


Venerdì 31 Agosto -  Terza giornata di Mostra

Giornate degli autori
Pinocchio di Enzo D’Alò

pinocchio_veneziaEnzo D’Alò, regista napoletano che ha oggi quasi sessant’anni, esordì nel 1996 con “La freccia azzurra” che fu un sorprendente successo, ancor più rilevante se consideriamo lo scarso interesse delle produzioni italiane per il cinema d’animazione. Dopo sedici anni la situazione non è cambiata molto e D’Alò si ripresenta con un progetto che insegue da sempre (fece un trailer di “Pinocchio” già nel 2000), liberamente ispirato al classico per l’infanzia di Collodi. Fondali e personaggi sono stati disegnati da  Lorenzo Mattotti, uno dei fumettisti e illustratori più premiati degli ultimi tempi. E infatti l’arte di Mattotti non si smentisce nemmeno confrontandosi col cinema: i colori dei paesaggi che si confondono illuminando le scene di magenta e giallo, azzurro e verde, diventando il cuore visivo dell’operazione. Al contrario il character design ha i tratti morbidi tipici dei personaggi di D’Alò, sono immediatamente simpatetici e strizzano l’occhio a un modo di fare cinema d’animazione forse fuori tempo massimo, rivolgendosi strettamente a un pubblico infantile. Quest’atmosfera la si respira a partire dalle canzoni di Lucio Dalla, che sono filastrocche un po’ patetiche che i bambini possono subito memorizzare. Inoltre vale la pena aprire una parentesi sulla dicitura “liberamente ispirato all’opera Pinocchio di Carlo Collodi”: D’Alò si è preso alcune libertà ma in realtà sono poche e, soprattutto, sembrano per contrasto voler sottolineare i momenti ormai mitici dell’opera originaria. Le peripezie di Pinocchio hanno accelerazioni frettolose e il ritmo segue un andamento discontinuo, pertanto la sceneggiatura presenta il grosso limite di non aver voluto andare oltre nella personale rilettura dell’opera originale. Rimarchevoli alcune immagini e alcune sequenze in cui la fantasia di Mattotti si sprigiona (pensiamo a quella onirica con una stilizzazione da incubo) e, tirando le somme, D’Alò si dimostra ancora coraggioso nel voler tentare ancora un progetto del genere nel contesto italiano. Un’opera importante e ambiziosa, purtroppo solo parzialmente riuscita.
Il film è dedicato alla memoria di Lucio Dalla che ha finito di comporre la colonna sonora poco prima di morire di infarto nella notte del 1° marzo 2012. (GG)
Voto: 6

Venezia 69 - In concorso
Paradise: Faith di Ulrich Seidl

Dopo "Paradise: Love", primo segmento di una trilogia sulla ricerca del paradiso sulla Terra presentato in concorso a Cannes, arriva il secondo capitolo dedicato alla Fede. Dietro la macchina da presa, l'austriaco Ulrich Seidl, un autore che non ha perso la passione per la provocazione e per i progetti scomodi. L'austerità della regia di Seidl non concede nulla allo spettatore, né in termini di immaginazione né di respiro cinematografico: il suo è uno stile frontale e senza orpelli, che mostra in tutta la sua impietosa fragranza umana la deriva degli eccessi. (GG)
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Venezia 69 - In concorso
Betrayal di Kirill Serebrennikov

"Izmena" (Tradimento) di Kirill Serebrennikov, affronta uno dei luoghi più comuni del cinema - e della vita - riuscendo inaspettatamente a essere originale.
Pur nascendo da un'esperienza personale, come ha dichiarato lo stesso regista di Rostov sul Don, la storia è priva di nomi e luoghi precisi, in modo da facilitare l'immedesimazione dello spettatore, lasciare che certe emozioni possano potenzialmente appartenere a tutti. Un uomo e una donna, lui (Dejan Lilic) e lei (Franziska Petri), s'incontrano per caso e scoprono che i rispettivi coniugi sono amanti. Il tradimento porta al tradimento. Passione, vuoto, e morte.
Una tragedia surreale, mai melodrammatica. Un film che parla di morte da mancanza d'amore, riuscendo persino ad essere ironico. (LT)
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Venezia 69 - In concorso
At Any Price di Ramin Bahrani

Un po' deludente il film di Baharani che ci porta nell'Iowa tra campi di grano e piste per auto da corsa, mostrandoci la provincia americana moderna come siamo già abituati a conoscerla. Interessante nella costruzione dei personaggi, ma sa un po’ di già visto, quasi avrebbe potuto essere girato cinquant'anni fa. Henry, Dennis Quaid, è il capofamiglia proprietario di una fattoria intenzionato a passarla a figli, che però sembrano poco propensi a proseguirne il lavoro. Un racconto che si concentra sulla famiglia, sul rapporto generazionale e sul male di vivere della provincia americana. (DDL) 
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Orizzonti
Tango Libre di Frédéric Fonteyne

tangolibreIl tango è un pretesto per fare nuovi incontri e in questo caso è anche un pretesto narrativo, che, se doveva essere una metafora, viene dimenticato presto. JC è una guardia carceraria un po' impacciata, che si muove male quando cammina e balla peggio. Conosce l'intrigante Alice durante un corso di tango, ma il giorno dopo la trova in carcere in visita a un uomo. E poi a un altro. Perché la vita sentimentale di Alice (Anne Paulicevich, co-sceneggiatrice con Fonteyne) è piuttosto ambigua, promiscua. Ha un figlio, un ragazzino incasinato e agitato, e due amanti (compagni, mariti? e qual è il ruolo dell'uno e quale dell'altro?) entrambi in carcere. Uno di loro, geloso, decide di imparare a ballare il tango e si fa dare lezioni in carcere da un detenuto argentino. Gli sviluppi del plot procedono, un po' lenti, un po' inverosimili - soprattutto il finale - con alcuni cali di ritmo alternando toni più cupi e momenti da commedia. E in quest'ottica il finale potrebbe infatti funzionare meglio. Dopo una prima parte che fatica un po' a ingranare, la trama giunge a un crescendo drammatico che rende il film più coinvolgente. Oltre a una buona prova d'attori, la colonna sonora, che mescola il tango argentino ad Agnes Obel e The Supremes, e la regia di Fonteyne sono le cose da salvare. In particolare alcune sequenze di montaggio riuscite e la capacità di Fonteyne di piazzare la macchina da presa. "Tango Libre" è l'ultimo film della trilogia romantica del regista belga. Girato tra carcere, quartieri di periferia e interni di case popolari, è soprattutto un film sull'amore: "L'amore è la cosa più forte e complessa che ci sia. E' quello che ci può salvare, malgrado tutto. E' questo che volevo dire" - ha spiegato Fonteyne. (DDL)
Voto: 6


Giovedì 30 Agosto - Seconda giornata di Mostra

Settimana della critica
La città ideale di Luigi Lo Cascio

locascio_01Esordio dietro la macchina da presa per Luigi Lo Cascio, con un film da lui scritto, diretto e interpretato. Michele Grassadonia è un architetto palermitano emigrato a Siena, quella che lui, ecologista convinto e un po' fissato, considera la città ideale. In una notte di pioggia, guidando un'auto ecologica, si ritrova coinvolto in un incidente e viene ingiustamente accusato di omicidio colposo. Dopo un avvio interessante, la storia di Lo Cascio sembra un po' smarrirsi e terminare il carburante. Ci racconta il tormento di un uomo onesto, accusato ingiustamente, e desideroso di scagionarsi, ma che allo stesso tempo accoglie con una certa pacatezza la valanga che gli rotola contro. L'esordio di Lo Cascio testimonia comunque la maturità di uno dei migliori attori italiani capace di muoversi a proprio agio anche come regista e sceneggiatore, pur perdendo per strada qualche pezzo. Rimane un prodotto coraggioso e allo stesso tempo un film semplice, che mescola il thriller a momenti surreali e onirici. Forse un accostamento azzardato, ma a tratti lo stile di regia potrebbe ricordare Bellocchio. Un film piacevole seppure imperfetto e forse acerbo, che fa ben sperare per un nuovo tentativo da parte di Lo Cascio, uno dei talenti più preziosi del nostro cinema. (DDL)
Voto: 6.5

Venezia 69 - In concorso
Superstar di Xavier Giannoli

Un uomo qualunque ingoiato dall'incubo della celebrità improvvisa: Martin Kazinski, una mattina in metropolitana, viene riconosciuto da tutti, fotografato e inseguito. Tutti i suoi perché sembrano non trovare risposta: la gente l'ha scelto e lo cerca. Ma Martin, ingenuo e incapace di reagire, non vuole la celebrità e paga tutte le conseguenze del caso. Il film di Giannoli riflette sulla viralità della fama nell'epoca dell'invasività dei media, della tv e di internet 2.0 facendo calare il suo protagonista in un incubo tra Hitchcock e Kafka (DDL)
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Mercoledì 29 Agosto - Prima giornata di Mostra

Fuori concorso - Film d'apertura
The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair

Mira Nair torna a Venezia con un film che ragiona sul senso di appartenenza e sul peso delle scelte. Ritmato, diviso nello spazio tra tre continenti, nel tempo tra il Pakistan di oggi e la New York a cavallo dell'11 settembre, poggiato su una solida materia narrativa, ci restituisce una regista in forma e a proprio agio con un tema complesso. (DDL)
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Giornate degli autori
Stories We Tell di Sarah Polley

stories_we_tell_1Un progetto intimo e personale quello di Sarah Polley. L'attrice e regista canadese, classe 1979, giunta al suo terzo lungometraggio, sceglie di raccontare la storia della propria famiglia attraverso le testimonianze dirette del proprio padre, dei fratelli, delle sorelle e del padre biologico. Il tutto ruota attorno alla figura della madre di Sarah, donna energica e piena di vita, venuta a mancare per un cancro quando Sarah, ultima nata della famiglia, era ancora una ragazzina. La Polley dimostra grande lucidità nell'alternare le interviste con spezzoni ricostruiti in stile Super 8 della vita della madre e della sua stessa famiglia. Ne esce un prodotto a metà strada tra la finzione e la cronaca, sentito e a tratti commovente, che non sconfina mai nel banale o nel patetico come potrebbe rischiare vista la materia e il coinvolgimento diretto. Allo stesso tempo restituisce un'interessante riflessione non solo sulla ricostruzione del prodotto audiovisivo, ma su come una storia potrebbe essere raccontata da più punti differenti. Ed è proprio qui che si concentra la Polley, non tanto sulle diverse versioni dei fatti, ma su come si sedimentano i ricordi e quali sentimenti restano, ancora vivi, anche a distanza di anni. Allo stesso tempo è anche un racconto sull'amore, sui rimpianti e sul sacrificio. Ci rende partecipi dell'umanità dei personaggi e della loro sofferenza, e allo stesso tempo pone degli interrogativi sulla memoria, sul raccontare e sul senso del racconto, non solo cinematografico. (DDL)
Voto: 7


barberaDopo gli otto anni di gestione Marco Müller, Alberto Barbera torna a dirigere la Mostra del Cinema di Venezia che aveva già presieduto dal 1989 al 1998. Un Festival che si preannuncia più sobrio e asciutto, in sintonia con i tempi e con lo stile Barbera, meno caotico e trasversale nelle scelte rispetto a quello del suo predecessore Müller, ora in carica al Festival di Roma. Oltre all'abolizione del "Controcampo italiano", il nuovo direttore annuncia una linea editoriale più snella già nel numero di film selezionati: su 3231 titoli visionati sono stati scelti poco più di 50 lungometraggi divisi tra Film in Concorso, Fuori Concorso e sezione "Orizzonti" (dedicata alle nuove correnti del cinema mondiale), oltre a 9 documentari e 15 cortometraggi.
Non potrebbe essere altrimenti viste le ricadute che sta avendo sul nostro presente, ma sarà una Mostra che si occuperà di crisi: economica, ecologica, socio-culturale, di valori, "la crisi in tutte le sue declinazioni", ha risposto Barbera per indicare quello che sarà un tema comune.
Spiccano i nomi di Paul Thomas Anderson, Bellocchio, Assayas, Ciprì, Francesca Comencini, De Palma, Kim Ki-Duk, Kitano, Malick, Mendoza, Mira Nair, De Oliveira, Robert Redford, Jonathan Demme. Non solo una passerella di celebrità, ma "uno scandaglio" alla scoperta di nuovi autori e cinematografie giovani: nessuna rivoluzione rispetto ai proclami standard di un inizio festival, Barbera spiega che il ruolo di un festival oggi rimane quello di scegliere cosa vedere all'interno di un'offerta smisurata, confrontandosi con le logiche di mercato, ma consapevoli del proprio ruolo all'interno dell'industria culturale.

Per farlo, Venezia ha intrapreso un progetto quadriennale di rinnovo delle proprie strutture: quest'anno sono state integralmente ristrutturate le Sale Zorzi e Pasinetti, è stato ripristinato il foyer della Sala Grande e coperto l'angosciante buco stile post-bellico di fronte al Casinò. Grande peso è stato dato all'"Industry Office", zona mercato di scambi commerciali per far incontrare la natura artistica e quella economica della Mostra, e alla "Biennale College for Cinema", progetto che vuol coltivare nuovi talenti configurandosi come un laboratorio per le nuove generazioni. Sempre rivolto ai giovani, "Venezia Classici" riporta su grande schermo film restaurati di Bergman, Cimino, Hawks, Mankiewicz, Pasolini, Petri, Rosi, Rossellini, Wilder e Welles, per ricordare (banalmente?) che "senza il passato non ci sarebbe neppure il futuro del cinema". Il Leone d'oro alla carriera quest'anno andrà a Francesco Rosi e madrina della mostra sarà Kasia Smutniak.
E' una mostra che si apre anche a internet con un interessante progetto sperimentale. Infatti, novità assoluta, i 10 lungometraggi e i 13 cortometraggi della sezione "Orizzonti" saranno disponibili in streaming in contemporanea alla proiezione ufficiale al Lido.

Ondacinema è pronta a immergersi per voi nelle calde acque del Lido. Nell'afa delle strade su cui transitano curiosi e infiltrati, saccenti e neofiti; nel fresco dell'aria condizionata delle sale e tra le chiacchiere delle code agli ingressi; nelle conferenze stampa tra giornalisti appisolati ed entusiasti; sopra il red carpet, ma - ahinoi - lontano dalla mondanità delle feste vip, vi racconteremo la Mostra di quest'anno che prende il via oggi.

Venezia 69, tutti i premiati