Non ci resta che... | Speciale | Ondacinema

Non ci resta che...

Non ci resta che...

di Davide De Lucca

A 20 anni dalla scomparsa di Massimo Troisi e a 30 dall'uscita di "Non ci resta che piangere", ricordiamo il film diretto dal comico napoletano e da Roberto Benigni che li consacrò nel 1984, e passiamo in rassegna la commedia di casa nostra, i suoi sviluppi degli ultimi decenni e alcuni dei suoi protagonisti

Totò e Peppino, prima. La rivoluzione della commedia italiana, poi. O "all'italiana", se si voleva fare un po' gli snob. Per differenziare i film dei vari Monicelli e Risi dai temi alti e altolocati dell'alienazione e dell'incomunicabilità nei ritratti dei salotti borghesi di Antonioni, dall'impegno civico e civile delle strade di Pasolini, e dall'universo felliniano che incantava gli americani. La commedia degli anni sessanta consegna alla storia del nostro cinema le icone di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni. Passa il testimone ad autori che negli anni settanta terranno vivo lo spirito "politico" di quelle commedie, come Ettore Scola, si radicalizzeranno come Marco Ferreri, o continueranno il loro percorso come gli stessi Risi e Monicelli. Ma sfociano anche in quei film che troviamo in seconda serata d'estate, tra le terga di Edwige Fenech, la faccia da schiaffi di Alvaro Vitali, il vigore maschio meridionale di Lando Buzzanca, la capoccia di Lino Banfi, situazioni gratuite e volgarità per quella che fu poi chiamata "commedia sexy". Di qui a veder scendere Massimo Boldi seduto su un water lungo una pista da sci e alle commedie di Natale degli anni novanta - i "cinepanettoni", visto che stiamo attaccando etichette - il passo è breve. Generalizzando, la commedia critica e pungente degli anni sessanta era politicamente di sinistra, quella disimpegnata e volgare degli anni settanta e novanta, di destra. E in mezzo?

In mezzo c'erano gli anni ottanta, che, per chi si fosse distratto, in Italia furono l'affermazione della televisione commerciale privata. "Stiam diventando tutti scemi, stiam diventando tutti coglioni, con Berlusconi o con la Rai", cantava Giorgio Gaber. La TV, già negli anni sessanta, era l'altra ribalta, quella controllata dalla DC con una censura rigida (ricordiamo il "Chi ti credi di essere?" che costò caro a Vianello e Tognazzi), la TV dei mattatori, dei mostri sacri della nostra comicità, a cui aggiungere almeno Aldo Fabrizi, Walter Chiari, Gino Bramieri e Raimondo Vianello; oltre a un giovane Paolo Villaggio, che nei due decenni successivi darà un corpo maldestro, una grammatica claudicante ed espressioni gutturali al ragioniere Ugo Fantozzi, soffocato dalla routine aziendale e familiare.
Allora la TV diventa una palestra per comici che, non solo passeranno al cinema come attori, ma anche dietro la macchina da presa. Come se il nostro cinema volesse formare degli autori-attori completi; o forse, più prosaicamente, al di là di nobili intenti, puntare su un investimento sicuro, spostando il pubblico dal divano di casa alla poltroncina del cinema. Non più differenziando il regista e gli interpreti, ma identificando il film con un personaggio unico e popolare. È il caso di Carlo Verdone, ad esempio, tenuto a battesimo da Sergio Leone nel 1980, Roberto Benigni, Francesco Nuti, e di un ragazzo magro e coi capelli ricci, dall'umorismo logorroico e surreale, dall'accento, a tratti incomprensibile, chiaramente partenopeo.

non_ci_resta_01_01Massimo Troisi comincia a farsi strada con i compagni della Smorfia, il trio comico composto da lui, Enzo Decaro e Lello Arena, prima a teatro e poi in TV, con gag in vari programmi - citiamo almeno lo sketch de "L'annunciazione". Esordisce come regista con "Ricomincio da tre" nel 1981, a cui fa seguito "Scusate il ritardo". Commedie con scene lunghe, dialogate, intrecci sentimentali, personaggi confusi, indecisi, e l'umorismo del comico napoletano che impone il proprio stile. La commedia italiana sembra radicalizzarsi in senso geografico a seconda della provenienza degli autori. E quindi se a rappresentare il sud c'è Troisi, a Roma c'è Verdone, e in Toscana ci sono Benigni e Nuti. A Milano  invece, sotto i riflettori del Derby, già dagli anni settanta si esibiscono Cochi e Renato, e negli anni ottanta si sviluppa quel cabaret che risente dell'influenza della comicità demenziale americana sul modello del "Saturday Night Live" che influenzerà il "Drive In" di Antonio Ricci. Una tradizione che è matrice di gran parte della comicità televisiva attuale.
L'accento, che era sempre stato caratteristica peculiare della commedia (ogni componente della banda de "I soliti ignoti", ad esempio, ne ha uno differente), diventa ancora più distintivo, soprattutto al cinema. Sull'entusiasmo suscitato dal successo di alcuni comici-registi, vengono fatti esordire anche altri, come i Gatti di vicolo miracoli, e Diego Abatantuono, principalmente diretti da Carlo Vanzina, con risultati discutibili. Non succede per altri, come il Trio (Lopez-Marchesini-Solenghi), nonostante i clamori televisivi, come i memorabili Promessi sposi.

Chi gode di grande fama, anche grazie alla conduzione di un famoso San Remo (1980), è Roberto Benigni che non è solo la parlata toscana: è una fisicità incontenibile, riferimenti sessuali, orientamento politico dichiarato e una carica contagiosa. L'incontro con Troisi mescola l'estroversa e anarchica maschera del comico toscano con quella timida, lamentevole, ipocondriaca, legata alla ricchissima tradizione teatrale napoletana dell'altro. Il risultato è uno dei film comici più riusciti della storia del nostro cinema, "Non ci resta che piangere", che compie 30 anni.
Forse unendo la passione e la cultura storica di Benigni e il surrealismo di Troisi, "Non ci resta che piangere" è purtroppo l'unico film diretto a quattro mani dai due comici. Se Troisi a 31 anni ha già alle spalle l'esperienza di due lavori come regista cinematografico, Benigni ha diretto un solo film l'anno prima, ma ha lavorato come attore per Bertolucci, Zampa, Pietrangeli, Costa-Gravas e Ferreri.
Un bidello (Troisi) e un maestro elementare (Benigni), fermi a un passaggio a livello, imboccano una strada di campagna e si ritrovano poco dopo a Frittole nel 1400 (quasi 1500). Se solitamente si individua una spalla e un attore principale (dove a volte il comprimario deve avere un talento eccezionale), qui Troisi e Benigni si spartiscono la scena perfettamente. Il film vive delle dinamiche di coppia, dei litigi, delle incomprensioni, delle diffidenze e delle differenze tra i due protagonisti, ognuno, ovviamente, con il proprio marcato accento. Ritmo, fisicità, parole, parole e parole: la lingua di Troisi nel film è a tratti impegnativa, eppure risulta comprensibilissima perché assecondata dalla mimica e dalla gestualità, in quella combinazione equilibrata su cui è costruita la pellicola.

non_ci_resta_che_03Se da un punto di vista cinematografico non si può parlare di una pietra miliare, da quello comico, "Non ci resta che piangere" è una sequenza di gag riuscitissime e rimaste nell'immaginario collettivo di almeno un paio di generazioni. Citiamo, un po' a caso, il passaggio della dogana ("Un fiorino"), "Ricordati che devi morire", i giochi acrobatici con la palla nell'aire, Troisi che spaccia per proprie canzoni moderne per impressionare una giovane Amanda Sandrelli (legame di sangue con i film dei decenni precedenti), Benigni che odia gli americani e si cruccia per la sorella, gli abbordaggi alle donne in chiesa, le invenzioni suggerite a Leonardo Da Vinci, e ovviamente la lettera a Savonarola che ha nella tradizione comica, in generale, e in Totò e Peppino, in particolare, le proprie origini.

Il film è un successo di pubblico e spiana la strada ad entrambi. Di qui in poi, Benigni continuerà con un cinema degli equivoci e dalle trovate geniali, irresistibile e malinconico come "Il piccolo diavolo", e negli anni novanta "Johnny Stecchino" e "Il mostro" saranno il preludio all'Oscar de "La vita è bella", prima di un'involuzione stilistica e di idee che, se non altro, lo porterà nelle piazze, nei teatri e in tv ad avvicinare Dante alla gente. Massimo Troisi proseguirà con i suoi temi legati alla famiglia, al lavoro, alla religione, alla tradizione, conservando il proprio umorismo, anche questo venato di malinconia e intrecciato a storie sentimentali, più verbale rispetto a Benigni, con i vari "Le vie del Signore sono finite", "Pensavo fosse amore... invece era un calesse" e "Il postino" che, vent'anni fa, coincide tristemente con l'ultimo capitolo della sua vicenda artistica. Non lascia eredi.

Negli anni novanta, infatti, nonostante gli enormi incassi al botteghino, nessuno dei comici che vengono imposti, anche loro malgrado, come "autori", sarà all'altezza del ruolo o in grado di eguagliare il mondo portato in scena con il rispetto, la passione, la delicatezza e lo sguardo di Troisi. Vincenzo Salemme per Napoli, Leonardo Pieraccioni per Firenze, il trio di Aldo, Giovanni e Giacomo regaleranno fiammate e speranze presto spente, tanti soldi a produttori ed esercenti, nulla al cinema. Abatantuono si presterà al cinema d'autore, Villaggio si defilerà per ricomparire ogni tanto con dichiarazioni ai limiti del delirio. Continuerà invece un percorso degno di nota Carlo Verdone, che, dopo una prima fase quasi esclusivamente comica, attraversa gli anni ottanta con commedie intrise di malinconia, al limite del dramma, la parte migliore della sua produzione, per rinnovarsi tra alti e bassi e sopravvivere fino a oggi. Triste, invece, la vicenda umana di Francesco Nuti, forse il più peculiare tra i comici-registi emersi negli anni ottanta e provenienti dalla TV. Decennio che tra l'altro vide l'ascesa come comico anche di Beppe Grillo, la cui parabola, artistica e politica, è un altro discorso.

Oltre che per l'uso della lingua, i film di Benigni e Troisi, ma anche quelli di Verdone, si legano alla tradizione della commedia degli anni sessanta per quel senso di malinconia e amarezza di cui dicevamo. Hanno al centro personaggi semplici, spesso vittime, timidi, umili o di scarso successo; vicende dove l'ironia è quasi questione di stile. A ben vedere molte commedie degli anni sessanta potevano essere film drammatici. Vizi e virtù degli italiani vengono declinati in base all'epoca, ma passano in secondo piano; la critica alla società è meno presente e lascia posto a intrecci sentimentali, forse dettati da certo cinema americano. È anche vero che la fame in Italia morde meno e accontentarsi di una pasta e ceci dopo un colpo "sc-scientifico" andato male non basta più: mentre si appiattiscono le ideologie (e allora, sempre Gaber, chiederà poi "Cos'è la destra, cos'è la sinistra?"), il consumo di massa passa sotto gli occhi di tutti quasi inosservato, masticando e vomitando, per nutrire mostri cresciuti a dismisura. La TV continua a forgiare meteore dall'umorismo discutibile, con programmi televisivi di dubbio gusto. Un rinnovamento arriva negli anni novanta, grazie alla fucina di talenti della Gialappa's Band, ai programmi capitanati da Serena Dandini e a Zelig-prima-maniera, ma di qui a degenerare il passo è sempre breve.

Non sarebbe giusto travestirsi da zitelle acide che amano sempre e solo il passato incondizionatamente: le gag televisive di Troisi, o per esempio di Verdone, riviste oggi, sanno di naftalina. Anzi, si potrebbe dire che i comici televisivi degli anni novanta sono stati un gradino sopra quelli del decennio precedente. Quello che però è mancato, e manca ancora, è la capacità di un adattamento al mezzo cinematografico, un aspetto più volte discusso e rimarcato, e sui cui è inutile tornare. Oggi, il panorama della nostra commedia e della nostra comicità, tanto al cinema che in TV, è semplicemente desertico (teniamoci stretto Maurizio Crozza). Il 2014 è un doppio anniversario per ricordare i 30 anni di un film praticamente unico e irripetibile, e 20 anni senza Massimo Troisi. Non ci resta che attendere sviluppi migliori e nel frattempo rivedere, ad esempio, Totò mentre cerca di vendere una fontana, Alberto Sordi vestito da vigilie, il clacson di Vittorio Gassman, le disavventure amorose di Manfredi e Tognazzi in "Straziami ma di baci saziami", Giuditta modello numero 4, e ovviamente i film di Massimo Troisi.


non_ci_resta_che_02Citazioni da "Non ci resa che piangere":
- Ricordati che devi morire!
- Come?
- Ricordati che devi morire!
- Va bene.
- Ricordati che devi morire!
- Sì, sì. 'Mo me lo segno, proprio.

- Che si dice a Palos?
- E che si dice? Olè!

- Un fiorino!

- Chiedile se c'ha un'amica.

- Bisogna provare, provare. Provare, provare, provare...

- Frittole, estate quasi 1500.
Santissimo Savonarola, quanto ci piaci a noi due! Scusa le volgarità eventuali. Santissimo, potresti lasciar vivere Vitellozzo, se puoi? Eh? Savonarola, e che è? Oh! Diamoci una calmata, eh! Oh! E che è? Qua pare che ogni cosa, ogni cosa uno non si può muovere che, questo e quello, pure per te! Oh! Noi siamo due personcine perbene, che non farebbero male nemmeno a una mosca, figuriamoci a un santone come te. Anzi, varrai più di una mosca, no?
Noi ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti quanto ti pare e piace e noi zitti sotto. Scusa per il paragone tra la mosca e il frate, non volevamo minimamente offendere.
I tuoi peccatori di prima, con la faccia dove sappiamo, sempre zitti, sotto.

- Ma nove per nove farà ottantuno?
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