Sangue del nostro sangue - Intervista a Marco Bellocchio | Speciale | Ondacinema

Sangue del nostro sangue - Intervista a Marco Bellocchio

Sangue del nostro sangue - Intervista a Marco Bellocchio

di Matteo De Simei

In occasione della terza edizione di Cinematica, Ondacinema ha avuto il privilegio di incontrare da vicino uno tra i più grandi cineasti della cinematografia italiana




Sangue del nostro sangue. Il tempo cambia, il potere resta

Intervista a Marco Bellocchio

Ancona - In occasione della terza edizione di Cinematica, il festival sull'immagine in movimento ispirato agli studi del filosofo francese Gilles Deleuze, ideato e diretto dalla poliedrica attrice e danzatrice Simona Lisi, il regista Marco Bellocchio ha presentato alla numerosa platea del capoluogo marchigiano la sua ultima opera, "Sangue del mio sangue". Ondacinema ha avuto il privilegio di incontrare da vicino uno tra i più grandi cineasti della cinematografia italiana.

Maestro, lei ha presentato la sua ultima fatica, "Sangue del mio sangue", come un film "nato così, per caso". Io però non le credo. Penso, per contro, che sia la testimonianza dell'ennesima, essenziale necessità di imprimere il suo linguaggio cinematografico. In fondo è proprio lei a sottolineare che ogni opera si misura col tempo e che quando si scrive si risponde a un preciso momento...

Si, "per caso" nel senso che l'occasione è stata il laboratorio di Bobbio, in cui casualmente ho riscoperto le antiche carceri che non vedevo da quando ero bambino, chiuse e abbandonate. E allora lì, casualmente, mi è venuta in mente una storia ispirata alla Monaca di Monza, grande lettura di quando ero liceale, pensando però a un ribaltamento di quella storia. Un ribaltamento che nel film coincide con l'ultima parte, cioè quando il cardinale, convinto che Benedetta si sia convertita in qualche modo, decide di liberarla, in realtà, direi miracolosamente perché non c'è nulla di reale. Questa donna conserva intatta la sua bellezza, la sua giovinezza proprio per una scelta del suo carattere, della sua ragion d'essere. Una donna che sa di essere nel giusto nei confronti delle accuse e delle violenze che ha subito e che quindi ne esce miracolosamente intatta, bella, come se il tempo non fosse mai passato.

È la vittoria della bellezza contro le atrocità del passato e il buio tragicomico del presente?

Si, più che altro a dimostrazione della vittoria contro la violenza del cardinale. Allora da questo episodio mi piaceva pensare, proprio perché lo vedevo come un punto di partenza affascinante per me e potenzialmente lirico, alla storia della Monaca di Monza, la storia che viene prima e che rappresenta il film stesso. La prigione stessa mi piaceva descriverla anche un po' come l'avevo trovata, abbandonata. E allora mi sono immaginato un personaggio misterioso che la vive anche nel presente, in una Bobbio completamente cambiata, in cui il dominio della Chiesa è stato sostituito da un altro dominio. Questo non è un film per caso...

Come risponde a chi giudica il suo ultimo film "un'opera minore"?

Sicuramente nessuno mi ha proposto di farlo e non c'erano delle forze produttive organizzate. Lo abbiamo realizzato un po' così, trovando quel poco danaro che serviva. In questo senso è un film più libero di altri perché non doveva rispondere a nulla, a nessuno. Non c'era neanche una distribuzione, l'abbiamo trovata dopo, questo è importante sottolinearlo. E la libertà che ho avuto è anche a ragione dei costi limitati di cui ha goduto il film.

La Storia e lo spazio (Bobbio come il mondo) sono elementi fondamentali del film. Perché scavare proprio tra le inquisizioni della Chiesa del diciassettesimo secolo per rivelare la farsa del nostro presente?

Sono come due poteri diversi. L'inquisizione, sia pure nel film storicamente fantasiosa e inventata, era comunque una violenza allo stato puro, la violenza di un potere che dominava in assoluto soprattutto in piccole città come Bobbio. Nel presente vi è un altro tipo di potere, che però è alla sua fine, al suo tramonto, e quindi il registro tragico-farsesco mi sembrava decisamente più adatto.
Sono due poteri rappresentati in modo molto diverso.

Scorrendo tra la sua filmografia, penso che "Sangue del mio sangue" sia intimamente legato soprattutto a "Nel nome del padre", che non a caso ha riesumato quattro anni fa per la 68a Mostra di Venezia con una versione restaurata in occasione della celebrazione del suo Leone d'Oro alla carriera. Benedetta in fondo è il cordone ombelicale delle oppressioni subite da Angelo Transeunti...

Si, Angelo Transeunti è anche l'alter ego del personaggio di Alessandro de "I pugni in tasca". Un personaggio che in fondo si ribella al potere decadente della Chiesa, più che con la forza dei sentimenti, attraverso quella della ragione, dell'aver fiducia in una modernità che spazzerà via il vecchiume del collegio religioso in decadenza. Ribellandosi a quel potere ormai in disfacimento però ne inizia un altro, quello dell'impresa, della pura tecnologia, del progresso che annienta i sentimenti. Quindi, alla fine, potrebbe essere pure peggio. Qui c'è questa bellezza di Benedetta che distrugge un potere che si basa sull'ipocrisia, sulla superstizione, sul potere che non ha ideologie ma che si vuole semplicemente autoconservare.

È passato mezzo secolo dal suo storico esordio. Tante cose sono cambiate nel frattempo ma tante altre no. Penso al sedicente ispettore ministeriale interpretato da suo figlio, evoluzione del cuore borghese di Augusto, personaggio che vorrebbe divincolarsi da affetti e famiglia in nome della città e del progresso. Federico gli somiglia molto ma qua l'operazione è inversa perché lui dalla grande città si ritrova nella piccola provincia.

In Augusto c'è una normalità mediocre, quella di chi vuole sopravvivere al mondo borghese. Federico che torna è forse più da disperato, da uno che cerca di imbrogliare in ogni modo ma non sa più dove sbattere la testa. In qualche modo ha rifiutato il paese ma uscendone non ha trovato fortuna e non si realizza in modo libero. E allora ci ritorna per imbrogliare, coinvolgendo questo personaggio russo dai contorni grotteschi.

Il 2 novembre sarà anche il 40° anniversario della morte di Pasolini. Può raccontarci qualche aneddoto riguardo al vostro scambio epistolare proprio ai tempi de "I pugni in tasca"?

Mi pare che quella lettera finisse così: "e le faccio tanti auguri... In nome di questa borghesia a cui abbiamo il disonore di appartenere". Lui credo fu molto colpito dal mio film d'esordio, facendo una distinzione tra cinema di poesia e cinema di prosa. C'era il discorso Bertolucci/Bellocchio: lui sosteneva che Bertolucci girava cinema poesia e io cinema di prosa, ma una prosa particolare, al limite con la poesia. Credo però che lui a quei tempi abbia inteso il film come drammaturgicamente più strutturato, in qualche modo più realistico di quanto in realtà non fosse.
Pasolini l'ho conosciuto soprattutto attraverso Alberto Moravia, che ho frequentato un pochino, e anche Laura Betti. Devo dire che Pasolini era un personaggio estremamente riservato. Era cordiale nei rapporti però manteneva un suo segreto, una sua vita che non condivideva assolutamente con coloro che erano borghesi come lui. Con lui si potevano fare discorsi intellettuali sull'arte, sulla poesia ma sempre escludendo la vita privata. In questo non ebbi nessuna confidenza con lui.
È chiaro che pensando alle sue tematiche e alle sue battaglie, credo, ci fosse una stima reciproca evidente, però la sua poetica multiforme era abbastanza distante dalla mia.

È ancora convinto sul fatto che oggi non rifarebbe più "I pugni in tasca", come dichiarò dieci anni fa al Corriere della Sera? [articolo del 3 luglio del 2005, NdR]

Lo confermo assolutamente. Il motivo principale per come sono io adesso rispetto a 50 anni fa non glielo saprei dire. Allora ero ispirato a fare quello, adesso sarebbe un'operazione manieristica, intellettualistica e sostanzialmente fredda. Quella è una realtà, quella di mezzo secolo fa. Io posso dire che sicuramente sono ancora un non riconciliato con questo mondo però le mie immagini, le mie forme di ispirazione oggi non possono essere rappresentate così, proprio perché non credo più in questo nichilismo insopportabile e ho l'assoluta consapevolezza che queste pulsioni distruttive, queste scelte nichiliste, come la fine di Lou Castel, non portino a nulla. Come uccidere l'avversario, uccidere chi ostacola le tue aspirazioni. L'attimo dopo si ripresenterà il suo fantasma ancora più persecutorio della persona che hai ucciso. In un certo senso è la stessa tematica di "Buongiorno, notte", tra prigione e prigionieri. Moro, così come Benedetta, decretano il fallimento dell'uccisione. L'uccisione è la morte stessa, un po' "L'Oreste inseguito dalle Erinni".

Lei è uno dei più grandi cineasti viventi del nostro Paese. Il mio pensiero va anche a Olmi e Scola che hanno dieci anni più di lei. O a Bertolucci che però non ha mantenuto la sua stessa prolificità negli ultimi anni. Questa sua ultima opera è l'ulteriore testimonianza di un linguaggio cinematografico inconfondibile eppure in continuo rinnovamento, che coincide con un cinema si introspettivo e autobiografico ma al tempo stesso collettivo, che ha avuto il merito di tratteggiare con concretezza e lirismo l'ultimo mezzo secolo del nostro Paese.

La ringrazio, cerco di sforzarmi. Spero di mantenere una buona salute e un buon entusiasmo per continuare a lavorare.


(25/10/15)
Sangue del nostro sangue - Intervista a Marco Bellocchio