Scavare sotto un vulcano: conversazione con Patricio Guzmán | Speciale | Ondacinema

Scavare sotto un vulcano: conversazione con Patricio Guzmán

Scavare sotto un vulcano: conversazione con Patricio Guzmán

di Claudio Casazza

Al Biografilm di Bologna abbiamo incontrato Patricio Guzman, il regista cileno noto a livello internazionale per i tre documentari sulla Battaglia del Cile. Ma con lui abbiamo parlato di Storia, politica, cinema

 

La cosa più importante nella vita è il passato, perché si tratta di un territorio fondamentale per le persone e per il loro futuro - Patricio Guzmán 



Patricio Guzmán ha ormai 73 anni e forse solamente negli ultimi anni sta vedendo il suo lavoro riconosciuto nella maniera più importante. È un regista che anche nella poesia di un deserto stellato sa trovare uno spunto per parlare della politica e delle sue tragedie.
Tra i suoi primi documentari Primer año, sul primo anno di governo di Allende e il fondamentale La batalla de Chile, consacrata come una delle più importati opere cinematografiche a tema politico.

Ha sempre lavorato sulla memoria e sulla dittatura in Cile, tra gli altri lavori sono da ricordare La memoria ostinata e il caso Pinochet. Oggi è tra i più acclamati registi documentaristi del mondo, quest'anno ha vinto l'Orso d'argento per la Migliore Sceneggiatura alla Berlinale con il film El botón de nácar (Il bottone di madreperla), film che insieme a Nostalghia de la Luz  sarà distribuito in Italia nei prossimi mesi da I Wonder.
Questa intervista è stata  realizzata il 7 giugno 2015 durante la round table al Biografilm di Bologna.

Signor Guzman, nei suoi film, soprattutto ne El Boton de nacar si parla del passato remoto e del passato più recente, perché non tratta direttamente dell'oggi?
Io credo che nel sud del Cile c'è una situazione di preistoria, se si viaggia in quelle terre, in quei canali si potrebbe pensare a terre da sempre disabitate, invece non è così. Sono terre che hanno visto la luce di 5 culture diverse che sono morte tutte, perché l'uomo bianco le ha sterminate, oggi sono rimaste solo sette persone e io sono riuscito a trovarne due per intervistarli. Questa storia è stata l'ispirazione per occuparmi del presente. Perché ai tempi di Pinochet altre 1000 persone hanno trovato la morte in quelle terre, nel mare del sud del Cile, sono state gettate nel mare durante la dittatura.
Queste due storie, la nostra Storia ha lo stesso denominatore comune: la morte, lo sterminio. Uccidere chi non la pensa allo stesso modo.

Il cinema cileno di oggi, ad esempio il cinema di Pablo Larrain, è sempre toccato dal tema della dittatura, è forse il cinema che più si interroga con quello che è successo nel suo recente passato. Secondo lei nel fare cinema oggi in Cile si può prescindere dalla storia del paese?
Il cinema di Larrain lavora sull'oggi e sui problemi contemporanei, io cerco di dare alla nostra storia una causa, una base che arriva dai secoli precedenti che poi si ripercuote sul presente. Nella ricerca di queste cause ci sono indubbiamente i primi coloni, gli indios e poi i partiti politici.
Io credo che le due forme di cinema, di Larrain e la mia, si complementano. Sono molto amico di Larrain, amo molto il suo cinema e sono contento dei successi che sta avendo. Credo che l'oggi di Larrain e il mio lavoro sulla storia siano due tipi di lavori che si integrano e che servano per raccontare il Cile.

Nei suoi film riesce a combinare il deserto con lo spazio, gli elmenti naturali come l'acqua con le stelle, la storia degli indios con quella di Pinochet. È interessante capire come riesce a costruire il film, come abbina gli elementi differenti.
È molto difficile spiegarlo bene, ma tutto inizia con la scrittura, io scrivo il film immaginando come possano essere accadute le cose, invento una storia, una storia "reale" senza le fondamenta, quasi una storia intuitiva. Poi quando ho finito la scrittura vado al luogo dove girare e inizio a chiedere alla gente. Agisco al contrario di quel che si pensa. Se le risposte mi provano quello che ho immaginato è la perfezione, altrimenti ovviamente la cambio e la adeguo alla realtà. Importante è sempre avere una storia, è importante che la gente capisca, non mi piacciono i documentari astratti.
Teniamo presente che la storia in America Latina è più breve che in europa, è molto semplice. Abbiamo solo 200 anni di storia ed è facile capire cosa è accaduto: repressione, invasione e violenza enorme. Ed è quello che porto nei miei film.

 

È anche interessante capire come procede con il  montaggio, nei suoi film è sempre presente un testo molto poetico che commenta il film, quando lo scrive?
Il montaggio è un processo molto lungo, come spesso nel cinema documentario. Nel montaggio si riprende tutto in mano e bisogna stare attenti, è come cominciare di nuovo. Concludo il processo creativo ma se al montaggio mi manca qualcosa il film non esiste. Il montaggio è fondamentale, mi piace moltissimo il montaggio.  A volte serve anche per girare di nuovo qualcosa, ad esempio ne El Boton de nacar  ho intervistato il poeta dopo aver terminato le riprese, era necessario il suo intervento. Anche in Nostalghia de la luz è successa la stessa cosa con la donna che cerca nel deserto. È sempre così, se al montaggio mi mancava qualcosa devo andare a cercarla, il film non è mai finito senza montaggio.
Girare un documentario è come riempire il tavolo di molti oggetti, poi al montaggio si sceglie come combinare questi oggetti. Devo dire che è quel che rende il documentario stupendo, credo che il documentario sia molto più moderno del cinema di finzione, molto di più. Credo che il documentario diventerà più popolare della fiction nei prossimi 100 anni. Credo che nel futuro la fiction si trasformerà in documentario.
Per quanto riguarda il commento che sentite nel film, lo scrivo sempre dopo le riprese. Ma devo dire che prima di girare immagino qualcosa, scrivo il copione, invento anche i dialoghi, immagino anche quello che gli intervistati mi rispondono, è divertente verificare che spesso la realtà coincide con la mia immaginazione! Mentre il testo lo riscrivo sempre di fronte alla "moviola" stando attento alle parole, anche dopo una settimana, dopo un mese, miglioro le parole, ma l'idea è la stessa dell'inizio.
È  comunque fantastico lavorare al documentario, tutto è sempre in cambiamento.

Come mai negli ultimi due film ha avuto bisogno dello spazio, dell'astronomia per raccontare le storie degli indigeni o dei desapericidos? Come è arrivato a questa concezione del tempo geologico, cosmico?
Non lo so, intanto perché mi è sempre piaciuta l'astrologia, un modo per raccontare una storia è  raccontare l'universo, forse è questa la motivazione. E ci sarà un terzo film con lo stesso principio, girerò  sulla cordigliera delle Ande, è appassionante questo modo di raccontare e continuerò così.
Il Cile è un'isola, abbiamo la cordigliera delle Ande, il deserto, l'Antartide e l'oceano pacifico. Siamo più isola noi di Cuba, siamo un popolo isolato. E la storia del Cile è così tragica che emerge sempre, riaffiora sempre in modo brutale non si può chiudere però. Il Cile è un paese calmo, tranquillo ma c'è stata questa dittatura atroce che ha colpito tutto il paese, tutto. Se si scava un po' qua e un po' là riaffiora sempre qualcosa, è come che ci sia stata un'enorme eruzione vulcanica che ha coperto tutto, in qualsiasi luogo riesci a recuperare la pietra pomice, è questo ciò che accade.
È importante scavare.

Scavare sotto un vulcano: conversazione con Patricio Guzmán