Schegge dell'umanità: Enrico Ghezzi fa un film | Speciali

Ondacinema

Contemporaneamente al trentennale del Fuori Orario di Rai 3, prosegue il crowdfunding  per "Gli ultimi giorni dell’umanità" di Enrico Ghezzi, che entrerà a breve nella delicata e decisiva fase di montaggio. Una occasione per riparlarne, e impreziosire l’attesa con delle Rushes da Ghezzi firmate

Ne avevamo dato notizia durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia, quando il progetto fu pubblicamente presentato.
Sul sito eccedance si può seguire il percorso intrapreso dalla produzione.
Alla pagina denari, invece, le specifiche per partecipare al crowdfunding per aiutare la realizzazione del progetto.
Noi di OndaCinema sosteniamo "Gli ultimi giorni dell'umanità". E invitiamo a fare una donazione - piccola o grande che sia, a seconda di volontà e disponibilità - per Enrico Ghezzi, uomo al quale tanto dobbiamo.

Antefatto
1994. Sul set di Piccoli orrori enrico ghezzi esclama: «Farò un film!», Marco Melani chiosa nella stessa inquadratura: «Si può fare, ma si può anche non fare».

Oggi
2019. Più di 500 cassette girate da egh negli ultimi trent’anni vengono acquisite, digitalizzate, riviste. Si costituisce un archivio Ci lavora un manipolo di pittori, filosofi, sensitivi, scienziate del suono e della natura, giovani fiori, lepri dell’editing, incantatori di chiodi, qualche bandito in attesa di giudizio, non mancano né viziosi né informatici. Si incontrano e dicono: «Si può fare».
Ma non basta. Occorre aprire una redazione per ultimarlo…


RUSHES/ di enrico ghezzi (I)
la vita è l’anagramma dei nostri desideri

Altre reminiscenze e resipiscenze, cavalloni da tuffi lontani, wirlwind, dustball, tumbleweed deserto di mille colori, dune mobili, due palle da bowling, riemergono pronte, tempeste di sabbia sono pronte ad altre sovrimpressioni, l’Atalante si vede arenarsi. Gli occhi bollenti sopravvivono solo nell’arsura di (super) eroi capaci di farsi sabbia di fare e di disporsi in figure cedue (l’uomo e la donna caduti sulla terra dicono di aver praticato almeno diciassette volte in dodici giorni lo strano rituale abrasivo di compenetrazione dei corpi).

Una sorta di non-manifesto,
qualcosa di breve e smisurato
appoggiato su una mancanza di lingua.

Ecco. Il primo dei guasti possibili: Ri-prendere il mio (?) archivio di non-riprese, fonte esplicita di non somiglianza e distanza, illusione di una forma scelta, di fare una cosa. Dondolio.
L’archiv-io, mia (?) personale archeologia melò, è il punto più evidente del miraggio narcisistico (singolare e plurale), dove si divorano osservati e osservatori. Del resto l’archivio (anche nella forma egotista dell’anarchivio) alla fine si re-mosaicizza automaticamente, il suo motore è una macchina, set che può accogliere e produrre da solo.
Ecco: sto soggiacendo alle innumerevoli deformazioni demarcazioni rilocazioni e altri sor-voli aderendo a questo entusiasmo per il progetto – un angelo passò, portando a congiura istantanea e incompleta. Sovra-impressione di molteplici sovra-impressioni.
La distanza immensa che un sorriso tra il visibile e il non visibile basta a risuscitare (guardo dietro cortine tendaggi digitali gesti scritture degli amici compagni (amicompagni) con le ombre dei giocatori: the most dangerous game: ancora: aperti a tutte le transustanziazioni possibili; a scoprire la mutazione primaria tra se e se, rimasta fuori dall’ultimo crivello - - - su irene! uno sforzo, dimmi a cosa assomiglia la macchia che hai di fronte a cosa ti fa pensare? All’immagine dell’europa profonda? A un western di fritz lang? A un bambino che piange e se ne va? A Elena e gli Uomini di renoir? A uno dei settimi sigilli? Al più grande regista esistito maxophuls? A illibatezza? Alla ricotta? Al sipario strappato di hitchcock? A gertrud? Ai sacrificati di bataan? A vivre sa vie? A dietro lo specchio di ray? A ozu (Ohayo) con i ragazzini che scioperano per vedere la tv?)

è mezzogiorno…
è mezzogiorno

non è passato

il cinema è passato
breve istante della morte
il cinema è ancora lì
solo campane
ancora e sempre debord dottore in nulla
e la gloria invisibile di un trombettiere anonimo del settimo cavalleggeri

"Qual è il tuo nome?". "Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti"

"C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare".
                                                                                                                                             Marco 5, 1-20


Gli ultimi giorni dell’umanità
il titolo del film di, con e per Enrico Ghezzi.
Lo diciamo adesso, lo ripeteremo a montaggio ultimato: "Gli ultimi giorni dell’umanità" sarà – e forse è stato fin dal momento che enrico ghezzi imbraccò la sua prima telecamerina  – un film di noi tutti. In un grande nastro da avvolgere e riavvolgere – e poi ancora – l’andirivieni di un Blob che mette in subbuglio la terza rete della Rai e si tuffa nelle tante e tante notti della stessa rete, diventando corpo imprendibile. Sempre alieno eppur intimo. Il Fuori Orario di una generazione, di quella precedente, di quella successiva.
Al di là dei suoi scritti, comunque seminali, proponendo questo magma di pellicole – note, meno note, da rivedere, da scoprire, da riscoprire – magari sfumate, passate al rallentatore o proposte al contrario, Enrico Ghezzi ha senza dubbio alcuno influenzato (e per certi aspetti rivoluzionato) l’atto del guardare cinema-tv-video-schegge-mondo.
Una questione di crowdfunding ? Fatelo: dovessero pur essere cifre irrisorie! Dovuto, senz'altro: per gratitudine, rispetto, affetto.
Ma i ghezziani ultimi giorni dell’umanità saranno per forza di cose un importante flusso audiovisivo, il suo guardare/ il nostro guardare; per e della nostra epoca. Dunque da preservare, spedire nel futuro, sulla luna.
D.C.




RUSHES/ di enrico ghezzi (II)
Confesso l’evidenza di un non-metodo anche se l’accumulazione anarchica si forma in un surplace e in un rilancio dove la forma è forma di sé stessa. A questo punto (ci si) trova nello Spazio, tra bagliori infiniti e eternità inafferabili (esemplare il film di jack arnold The Incredible Shrinking Man); e esemplare e sempre decisiva l’odissea kubrickiana. Sembra svanire la durata stessa del cinema, un punto può fare in un’istante il giro di mille mondi e ritrovarsi(ci) Qui e dalle tasche dell’uomo digitale possono uscire tutti i film pensabili di una mnemosine warburghiana e già warholiana.

(Non) è un film. Si considera come la tessitura di una distanza interna. Non si tratta di scegliere, le scritture dondolandosi digradano. Le vibrazioni si incrociano disattivandosi. Solo immagini dei disastri in arrivo e di quelli sempre più piccoli dell’immagine che li trasporta. Archivio che si cancella annullandosi man mano che la Regione Centrale si condensa.

(Ecco che) spiegandosi da sole le grandezze e piccolezze eccedenti eccessive minimalistiche mi trovo di fronte alle conversazioni e a altri filmati e "viaggi" dove l’autonomia di fuori orario, incontri etc.

Ecco 5 sempre così uno filma col video un viaggio olimpico tra roma bangkok sydney e ritorno evito di fare liste che pure mi gratificano assai questa smisuratezza minimale o le 20 ore girate al g8 con una mortadella presa a calci in mezzo alla strada dai black bloc non attonito ma certo un po’ turbato mi riaccorgo quanto il rullo compressore si appalesa nel gridarmi è tuo! È tuo! È mio! (un formaggino) tutto il mondo sembra trovarsi Lì e il mondo più che mai appare fatto e pronto mi chiede per un film almeno 15 ore e tutto il mondo diventa una sindrome di varanasi dove tutti si spogliano dei ruoli e gesti che non siano almeno 10 ore non stop ci ritorniamo ci vediamo come quello che sta avvenendo in questo momento, sui nostri set, si può dire che oltre la dialettica e il gioco tra set e sopralluogo tutte cose interessanti specie quando non interessano a nessuno mi affretto – le rushes non sono forse più intense del film? – e vi abbraccio aspetto che il mondo se ce n’è uno, si spalanchi di fronte a me anche se non fosse vero (o se fosse troppo vero)

e le ore ore di repertorio found footage immagini come cose trovate piramidi incluse o forcluse dicono solo del loro provenire come frammenti infinitamente remoti.

- No David: non farlo. David
non farlo
David? David David David

Infine l’istante (fotogrammi invertiti nulla c’è tempo asservito contorto dolce) volo sorvolo.
Archeologia finita: detrito detriti: le forme dell’ARIA. ON NE SAURAIT PENSER A’ RIEN. Al volo attraversate.
il resto è silenzio(ooooooooooooooooooo)

bv eghv





Schegge dell'umanità: Enrico Ghezzi fa un film