Seeyousound 4 - Film e bilanci | Speciale | Ondacinema

Seeyousound 4 - Film e bilanci

Seeyousound 4 - Film e bilanci

di Matteo Pennacchia

Seeyousound International Music Film Festival celebra la comunione fra cinema e musica, chiudendo la sua quarta edizione con un bilancio oltre ogni aspettativa

Torino non lesina sui festival cinematografici. Dal TFF al Lovers, passando dal genere del TOHorror e dall'impegno di Cinemambiente (eccetera eccetera, elencarli tutti sarebbe giusto ma dispendioso), la città vanta un'offerta annuale nutrita, sostenuta da realtà con dimensioni, temi e obiettivi differenti, ognuna delle quali forte di una propria competenza, di identità precisa, di spirito di indipendenza (non ci addentriamo qui nelle dinamiche finanziarie).
Seeyousound International Music Film Festival è uno degli ultimi arrivati e nel giro di (circa) tre anni ha compiuto il miracolo di inserirsi in un panorama che sembrava già abbastanza saturo. Colmando invece un vuoto nell'insieme di stimoli di una città storicamente sia molto "musicale" sia molto "filmica", reclamando una collocazione anche sulla scena nazionale e internazionale.
In un lasso di tempo assurdamente breve, un evento partito dal niente ha imposto al proprio sviluppo un ritmo vertiginoso. L'edizione 2018, la quarta, ha aumentato del 37% le presenze in sala (rispetto all'anno passato, già in crescita), ha moltiplicato il numero di accreditati, ha registrato sold-out quasi tutti i giorni di programmazione (dieci) e, primo festival in assoluto, ha svolto la cerimonia di premiazione all'interno del Museo Nazionale del Cinema, alla Mole Antonelliana (un'istituzione con cui Seeyousound ha collaborato per l'allestimento della mostra Soundframes). Occhio a non scambiare tutto ciò per un ossequio promozionale, in un discorso generale una simile riuscita certifica quanto sia ancora possibile a qualunque buon progetto sfidare (e vincere) le intemperie delle politiche culturali nostrane, spesso disattente alle proposte alternative. Come dire, c'è speranza.

Seeyousound 4 si è svolto dal 26 gennaio al 4 febbraio nelle sale del Cinema Massimo. Ha raccolto oltre sessanta opere, fra lunghi, corti e videoclip. Ventisette i lungometraggi (gran parte in anteprima italiana, in un caso in anteprima mondiale), suddivisi in due sezioni di concorso (doc e fiction) e in due sezioni off (Radioactivity, retrospettiva sulla radio; Into the Groove, apertura al pop, ai grandi nomi).
Tony Palmer, ospite a Torino, ha presentato tre opere dalla propria filmografia sterminata, elargendo aneddoti su Lennon, Cohen, Zappa e tutti i musicisti con cui ha lavorato in cinquant'anni di carriera. Don Letts si è lanciato in una conferenza (sul) punk introducendo il suo nuovo documentario, prima di piazzarsi dietro al banco da dj fino a notte fonda. Sono solo alcuni degli ospiti che si sono avvicendati, animando proiezioni ed eventi fuori sala (uno a caso, il dibattito fra Max Casacci e Stephan Plank, figlio di Conny, produttore tanto influente quanto sconosciuto ai più).

Il premio al miglior film è andato a "Song of Granite" di Pat Collins (Irlanda, 2017, 104'), viaggio introspettivo dalla culla alla tomba nella biografia di Joe Heaney (cantante sean-nós per vocazione innata con un repertorio di più di cinquecento canzoni) attraverso l'ibridazione delle forme espressive, il continuo innesto tra fiction e documentario, senza schemi o separazioni nette. Un film in cui il canto folk diventa poesia e scava passaggi dolorosi fra presente e passato, in cui la nostalgia viene tradotta da un'esigenza fisica di radicamento, di ritorno al ventre natio (in una scena disarmante, Heaney - cresciuto in un villaggio di minatori, emigrato a Londra - si sfila un guanto per poter saggiare a mano nuda il granito di un edificio) e in cui sono i luoghi (d'origine) ad abitare l'uomo, non viceversa. In corsa per l'Oscar, l'opera di Collins non è entrata nella cinquina dei film stranieri, ma merita ogni tipo di visibilità possibile.

(In fondo alla pagina il palmarès completo. Altre info qui. Ora spazio ai film.)


pil_rottenLong Play Doc

THE PUBLIC IMAGE IS ROTTEN (Usa, 2017, 104')
di Tabbert Fiiller

Ever get the feeling you've been cheated
? E addio Pistols, benvenuti PiL. L'artista precedentemente noto come Johnny Rotten rimembra ancora i postumi dell'anarchia '77 mentre si scaccola, sputa, disquisisce di catarro. Ciò che è sempre stato: punk e parodia del punk, come un monello che sa che è tutto un gioco. Però un gioco molto serio. Si riparte da lì, dalla frase leggendaria che denudò il re trafficone McLaren, fu la pietra tombale dei Sex Pistols e quella angolare dei Public Image Limited. Con Rotten tramutato in Lydon (per motivi di copyright), il transfugo (dai Clash) Levene alla chitarra, e nessun mastermind (forse) a manovrare nel buio, alle spalle. Basta problemi? Magari. Il fantasma tossico di Sid si reincarna nella dipendenza di Levene, e alla band sta stretta la new wave, sia sperimentale sia commerciale (il successo arriverà ma non sarà una canzone d'amore). Lydon dice che il più bel concerto mai tenuto è quello finito a bottigliate con i fan, poi vola in America e gira spot del burro dove le mucche lo inseguono nei prati. I suoi PiL sono stati uno dei migliori esemplari nel bestiario della transizione post-punk ed era giusto raccontarlo. Peccato che il documentario musicale sia un sottogenere rigidamente codificato, e di solito non sgarra. Neanche in questo caso. Schema noto, compresi encomiastici special guest (Flea, Moby, Thurston Moore, altri), regia svanita dietro il format che sa di tv, polifonia di fonti e resoconti a voce (troppi), ma la funzione di memoriale è assolta e la storia del gruppo vale la visione, quasi quanto gli occhi lucidi di Lydon difronte alla foto in b/n dei suoi genitori.
Voto: 6,5


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SEX & BROADCASTING (Usa, 2014, 78')
di Tim K. Smith

In una fase delicata nella storia della convivenza sociale italiana (abbiamo mai avuto stagioni diverse?), le radio sono state un'arma di resistenza politica. Continuano a esserlo in forma battagliera in zone di guerra o dittature, mentre altrove lo scontro si è spostato sulle barricate delle licenze, dei contratti, della burocrazia. Nel macrosistema economico del broadcasting americano, la community radio WFMU (New Jersey) può ancora dirsi un'arma politica, giacché si pone orgogliosamente come soggetto non-economico. Le community radio sono in sostanza le stazioni radio di quartiere. Oltre ad avere raggio limitato, offrono i microfoni a chiunque capiti di lì. "Sex & Broadcasting" raccoglie un nutrito mazzo di disadattati, che vanno dal matusalemme country con la barba per cui gli ZZ Top ucciderebbero a chi suona palloncini bagnati, e ne videoregistra le esibizioni on air sulle frequenze WFMU. Anche questa è politica, non solo le battaglie legali contro la Federal Communications Commission. E pazienza se il guaio della democrazia mediatica è che si può anche ricevere l'inaspettato endorsement del paladino conservatore gaffeur Rush Limbaugh (però insieme a quello di Matt Groening, Adam Horovitz e Deerhunter). L'amministratore generale della WFMU Ken Freedman si batterà sempre per garantire una piattaforma che dia parola ai suoi dj volontari, qualunque disco mettano su, qualsiasi cosa dicano e comunque arrivino vestiti (perfino in pelliccia + villo pettorale in bella mostra + slip). Sotto la bandiera del radioattivista Lorenzo Milam, la preservazione di oasi fuori controllo (cioè fuori commercio) non è solo antagonismo verso il potere, che già basterebbe, ma equivale a disegnare un mappamondo dove malgrado tutto si trovino ancora dei "posti vivi per gente viva".
Voto: 7


teddybears_sysLong Play Doc

YOU ARE TEDDYBEARS (Svezia, 2017, 65')
di John Boisen, Björn Fävremark

La Svezia è una delle patrie del black metal (Bathory e Marduk, per dire), ma anche in punk hardcore e dintorni non ci è mai andata giù leggera, dagli Anti-Cimex al tornado grind dei Nasum. In mezzo, una scena maturata nei primi anni '90, chi d-beat chi crust, dove perfino gli Hives mossero i passi giovanili. Tranne loro, è probabile che i più emersi dal circuito hc restino i Refused. Il cantante dei quali, Dennis Lyxzén, appare a inizio film per confessare quanta invidia provasse all'epoca perché i Teddybears erano più fighi dei Refused, e forse ci dà la misura di quel che stiamo guardando. Sui titoli di coda l'impressione di essere stati bonariamente raggirati (trollati, in gergo web) è una certezza, e chi sa stare allo scherzo si fa più di una risata. Nella sincope videoclippara di matrice Jonas Åkerlund (svedese, ex batterista dei Bathory, coincidenze?), lambendo le possibilità (auto)ironiche del mockumentary, abbiamo trovato l'anello mancante fra Bloodhound Gang e Spinal Tap. Non che lo cercassimo. I Teddybears sono tre quando cominciano a pestare con l'hardcore, poi aumentano di numero negli anni, al ritmo del mélange musicale (reggae, techno, funk, hip hop, pop da classifica) e delle collaborazioni dei singoli membri (sulla lista c'è pure Britney Spears). Suonano sul palco indossando enormi teste d'orso, così il pubblico non si accorge che in realtà non sono loro. Loro sono al banco del mixer a chiacchierare. Esistono, e in curriculum hanno un featuring con Iggy Pop (e sono stati da Letterman). Robyn li adora, tutti li adorano (anche chi non li conosce), hanno venduto miliardi di album. "You Are Teddybears" si fa gioco tramite loro del "già visto" in cui spesso frana il documentario musicale, presentandosi come uno show biografico di Mtv (The story of...) girato e recitato da qualcuno che ha sforato di brutto la dose quotidiana di Ritalin. Prendiamo in esame l'identikit dei tre fondatori: intervistati separati, uno dice che la band ha sempre lanciato messaggi politici, l'altro dice che la band non ha mai avuto messaggi politici da lanciare. Il terzo, sosia norreno di Hugh Grant, beve birra da discount nei boschi svedesi travestito da Hunter Thompson.
Voto: 7


radiokobaniRadioactivity

RADIO KOBANI (Olanda, 2016, 70')
di Reber Dosky

Nel 2014 l'Isis assedia Kobanê, Kurdistan siriano, e una ragazza locale è lì con la sua piccola stazione radio a fare la cronaca, durante e dopo gli scontri. "Good Morning, Vietnam" diventa "Good Morning, Kobani", e la voce di Dilovan il sottofondo alla distruzione e alla rifondazione della città. Ai suoi microfoni parlano famiglie scampate al massacro e partigiani della milizia curda, mentre tutti cercano di tornare alla normalità dopo la liberazione, fra macerie e negozi che riaprono vincendo la paura di sentire nuovamente fischiare i missili in cielo. Due strade, nel doc di Reber Dosky. La guerra, cioè la morte, in tutta la sua brutalità immediata, cadaveri inclusi (più spesso pezzi di cadaveri, torsi e gambe, riesumati con le ruspe dai palazzi ridotti a calcinacci). E la vita, quella quotidiana di Dilovan che si fa emblema di quella dei suoi concittadini, costretta a chiedersi quanto rimanga del "privato" quando l'intera comunità d'appartenenza è sotto scacco. Due strade che in realtà sono corsie di un'unica strada. Sopravvivere al conflitto bellico, anche se cessato, è un lavoro full time nelle cui pause si può ancora navigare su Facebook, andare dal barbiere, suonare il tanbur, rilassarsi in un pomeriggio al parco. Dosky, curdo-olandese, lega tutto con la voce over di Dilovan che scrive una lettera a un figlio che non c'è: non un bambino mai nato ma un bambino che ancora deve nascere per riaffermare quanto l'umano sia capace di prodursi in orrori indicibili così come in meraviglie. Tanto più che, secondo Dosky e Dilovan, l'orrore non è indicibile, va detto, in modalità di testimonianza diretta, per penetrare il tessuto del racconto storico (storicizzante) e diventare realtà da fronteggiare. Le onde radio e le immagini di "Radio Kobani" non censurano nulla, vogliono scrutare il male negli occhi. E vogliono pure sfidarlo, passargli oltre (aspettando che si riproponga). Dopo aver vacillato guardando l'interrogatorio allo jihadista fatto prigioniero, nessuno stupore se il film termina in un matrimonio.
Voto 7,5


conny_plankLong Play Doc
CONNY PLANK - THE POTENTIAL OF NOISE (Germania, 2017, 92')
di Reto Caduff, Stephan Plank

Per descrivere "The Potential of Noise" potremmo fermarci al lungo elenco di musicisti prodotti da Conny Plank dal 1969 al 1987 (anno della sua morte), molti dei quali presenti nel documentario. Ne uscirebbe il sunto di un'ordinaria agiografia filmata, lungo una galleria di volti noti che si sperticano in lodi rievocando altri tempi. Stavolta non sarebbe deprecabile, visto che Plank è una figura pressoché sconosciuta che invece ha davvero segnato l'evoluzione del sound engineering, influendo grandemente sulla musica moderna. Chiunque conservi ancora qualche disco a casa, di certo ne ha uno in cui campeggia il nome di Plank nei credits. Dietro la facciata da doc classico si cela però una caccia al tesoro, condotta dal figlio Stephan ai quattro angoli del mondo, alla ricerca di un padre fantasma e del tempo perduto con lui. Nei racconti di Michael Rother (Neu!), Robert Görl (D.A.F.), Jaz Coleman (Killing Joke), Karl Hyde (Underworld), Stephan scandaglia la figura del producer per trovare quella del genitore, interrogandosi sulla consistenza dei propri ricordi a confronto con la verità dei fatti. Piovono mazzate emotive (per bocca di Holger Czukay dei Can) ma la caccia prosegue e arriva sino agli Eurythmics, a Gianna Nannini, ai Devo, passando dal sancta sanctorum dello studio di registrazione (analogico) messo in piedi da Plank in un casolare di campagna fuori Colonia. L'infanzia di Stephan riemerge all'ombra di un padre che era per lui già fantasma prima di morire, uno che, dando retta a Midge Ure, "pensava sempre e soltanto al sound", ai suoni, e il resto non esisteva. In tal senso "The Potential of Noise" si apre in un luogo perfetto, forse il luogo più rumoroso e alienante della Terra, una salagiochi giapponese. Sull'uscio, registratore portatile in mano, in cosa consiste il "potenziale del rumore" ce lo dice Plank stesso: è l'opportunità di ogni rumore di trasformarsi in musica, fin dall'alba dell'umanità. Mettendosi a nudo, Stephan riassembla l'oscuro oggetto di un rapporto personale problematico, recandovi insieme l'omaggio struggente a un artista per cui "niente è (era) talmente folle da non provarci nemmeno".
Voto: 8


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THE INERTIA VARIATION (Svezia, Regno Unito, 2017, 85')
di Johanna St Michaels

Nasce tutto da James Thirlwell (aka Foetus), che spedisce all'amico Matt Johnson (aka The The) un poema di John Tottenham: "The Inertia Variation", appunto. L'inerzia del libro si appaia a quella di Johnson: "Spesso quando domando alle persone cosa stiano facendo e loro rispondono 'niente', in realtà stanno facendo qualcosa. Quando lo domandano a me, io non sto davvero facendo niente". Lontano dalle scene per quindici anni, affetto dalla sindrome da immobilismo, Johnson riflette su di sé, sulla paura di vivere e quindi di sbagliare, imbeccato dall'ex compagna Johanna St Micheals. Dedicarsi a un progetto radiofonico indipendente (Radio Cineola), una performance-maratona 12 ore nonstop, forse è l'alibi per non produrre nuove canzoni, per non affrontare l'eventualità dell'insuccesso - non in termini commerciali, ma di delusione del proprio talento. Johnson va in quinta con l'autoanalisi, sdraiato sul divano, ciondolante in salotto. Nel montaggio per accumulo del film, ospita in radio musicisti diversi, accenna allo stato dell'arte dei mass media e della politica americana, poi fa sempre ritorno solipsistico a se stesso. Il particolare stenta a diventare universale, la sussunzione sta lì ad arrancare. Dopo un po' è come guardare istantanee private in cui non succede "davvero niente", malgrado detours nell'astrattismo che tradiscono radici videoartistiche (St Michaels è una sperimentatrice, e dietro "The Inertia Variations" c'è un'installazione). La materia è vasta, i risvolti psicologici e filosofici intriganti, le intenzioni (di non-conformità, destrutturazione) nobili, affrontarli con gli strumenti dell'immersione intimista pareva cosa buona. Ma lungo un racconto biografico che divaga in continuazione, senza però allontanarsi abbastanza dal suo centro, osserviamo Johnson anche mentre si rade la barba, e pare troppo. Paradossalmente il gioco funziona di più se fingiamo che sia fiction. Ma non ci esime dal sentirci colpevoli (irritati, annoiati, imbarazzati) quando alla fine il cantante dedica una bella canzone (la prima scritta dopo anni di inerzia) al fratello scomparso di recente, e noi ci sentiamo degli estranei piombati in casa altrui durante una riunione di famiglia. Verrebbe da usare una formula stupida (la diciamo sottovoce: for fans only).
Voto: 5


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BAND AID (Usa, 2016, 94')
di Zoe Lister-Jones

Cosa fare per risolvere i problemi di coppia: 1) andare dal terapista; se non funziona 2) formare una garage band; se non funziona 3) lasciarsi. È Il tragitto di Anna e Ben in "Band Aid" (arguto gioco di parole). Piuttosto che scornarsi per colpa dei piatti da lavare (o perché lui non fa mai complimenti a lei, o perché lei è poco incline alla fellatio), i due adulti-bambini, che si fanno le canne per sopportare i compleanni dei figli degli amici e mangiano funghetti in spiaggia, imbracciano chitarra e basso, reclutano il vicino stralunato ex sessuomane alla batteria e buttano in canzone i dissapori amorosi. Sfogano la rabbia sulle corde e in un microfono: miracolo, il rapporto si fa idillio. Ode alla magia della musica. Per qualche tempo va bene, poi emergono le frustrazioni della "vita vera" (ma tranquilli, alla fine la musica vince perché anch'essa è "vita vera"). Zoe Lister-Jones produce, scrive, dirige, recita, suona, canta. È tutto molto indie (non in negativo). Lister-Jones era nella sitcom "New Girl", protagonista Zooey Deschanel, e l'esperienza deve averla segnata. Sostituiamo Zoe con Zooey, il risultato cambia poco (però Zoe è meno smorfietta-dipendente). L'umorismo cinico e politicamente scorretto da interno famigliare un po' millennial (sfamato a pane, Baumbach e Apatow) vira a volte nel nonsense. Anna e Ben sono il contraltare demenziale e insoddisfatto degli Slade di "Young Adult". Sotto sotto "Band Aid" è permeato da amarezza simile a quella del film di Reitman Jr, seppur meno tematizzata. L'impalcatura regge bene, anzi benissimo, finché è ancorata alla commedia sentimentale (i dialoghi hanno smalto e regalano oro: "Mi piace sedermi sul cesso per far respirare il culo, mi rende produttivo"). Inizia a traballare nel registro drammatico e crolla su una indecorosa lectio circa le differenze uomo-donna, ma a questo punto per fortuna siamo quasi all'epilogo.
Voto: 6.5


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HIBRIDOS - THE SPIRITS OF BRASIL (Francia, Brasile, 2017, 88')
di Vincent Moon, Priscilla Telmon

"La gioia della musica è dunque quella dell'anima che per una volta è stata invitata a riconoscersi nel corpo." (Lévi-Strauss). Ogni sistema religioso si fonda in maniera più o meno conflittuale sul binomio fra spirito e corpo. Vincent Moon e Priscilla Telmon ci portano nel cuore del cuore del Brasile, in un viaggio al termine delle liturgie che scampano al presente, al moderno, alla Storia, fra indigeni amazzonici pittati di rosso, soffocanti processioni cattoliche di massa, purificazioni, magia bianca. Riconnettendo gli sguardi di Malick e Herzog (vaghissime e opposte coordinate), evitano di commentare ciò a cui non serve commento, adottando l'unico provvedimento di stare in mezzo e addosso ai corpi, sfregarne la pelle, sentirne il respiro, condividerne il sudore. Cadono nella trance estatica di un rituale sciamanico, si devastano le ginocchia insieme ai pellegrini in marcia verso la croce, ribadendo il nesso fra mortificazione nel dolore ed esaltazione nella danza (in ambo i casi, la messa alla prova di una tensione fisica). La musica, tribale, percussiva o nascosta in una salmodia cantata, è il traino di un'umanità che nell'abbandonarsi al rito non esprime il bisogno dell'incognita divina per dare senso alle cose terrene, ma usa il corpo per accedere alla dimensione del sacro. Restando al suolo, "Híbridos" è a suo modo un musical antinarrativo in presa diretta, dove i suoni diegetici diventano colonna sonora e la transazione sociale non avviene mai nella struttura del linguaggio parlato. Cinema sensoriale, sensuale, che guarda all'invisibile ma sa di essere fatto di carne in movimento.
Voto: 8,5


dare_to_be_diffRadioactivity
DARE TO BE DIFFERENT (Usa, 2017, 95')
di Ellen Goldfarb

Cosa hanno in comune Sid Vicious, gli U2 e i Cure? Stanno tutti fianco a fianco nei primissimi minuti di "Dare to Be Different", documentario che l'ex ascoltatrice accanita Ellen Goldfarb ha dedicato alla WLIR. Il sottotitolo parla chiaro, senza immodestia: "The Story of the Most Influential Radio Station in America". Da uno sgabuzzino di Long Island, l'emittente radio WLIR 92.7 ha trasmesso negli anni '80 vagonate di musica d'oltreoceano che altrimenti negli Stati Uniti forse non sarebbe mai arrivata, eccetto attraverso scellerate strategie di music business imposte da etichette, manager e promoter. Se oggi, con internet, siamo abituati a pensare al mercato della musica come al mercato globale del tutto e subito, allora un passaggio radiofonico tempestivo poteva essere il discrimine fra successo e anonimato. E non era automatico che un album uscito in Europa giungesse nei negozi americani (l'obbligo del battesimo Usa per accedere allo status di superstar è un'altra storia). Il direttore artistico Denis McNamara tornava da ricognizioni britanniche con valigie gonfie di vinili. Con le sue selezioni ha sconfitto il monopolio del rock born in the Usa a suon di Depeche Mode. Non solo Albione: fra le mura di casa ha contribuito alla ribalta di Prince, Joan Jett, Madonna. Ha incubato MTV. Con temperamento piratesco, ha trasmesso integralmente il Live Aid del 1985 senza interruzioni marchettare pubblicitarie, sgarro imperdonabile all'autoritarismo delle radio commerciali e della Federal Communications Commission, che infatti nel 1987 ha smantellato la WLIR con la scusa di un vecchio problema di licenze (ultimo pezzo mandato on air fu "My Way", versione Vicious: messaggio recepito?). Dall'epicentro della radio, il discorso del doc di Goldfarb si propaga alla rivoluzione della synth music, paragonandola a quella democratica di punk e post-punk (il sintetizzatore è il nuovo tre-accordi-e-niente-assoli). Una riforma che dal songwriting si è imposta in campo fashion: il palato dei nostalgici ottantiani è soddisfatto da un reliquiario di acconciature e vestiti d'epoca, e la regista tratta fenomeno artistico e fenomeno di costume con la stessa dedizione e ricchezza di testimonianze. "Dare to Be Different" non si offre pertanto solo come tributo, mette sul piatto una proposta di analisi culturale, l'ipotesi di un decennio che forse è stato più complesso e sovversivo di quanto restituisca l'immagine del revival consumato ex post dalle nuove generazioni di musicisti.
Voto: 7


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LOVE RECORDS (Finlandia, 2016, 109')
di Aleksi Mäkelä

Storia vera e scalcagnata dei tre eroi che introdussero il rock'n'roll nell'industria musicale (dunque nella cultura) finlandese degli anni '60 e '70, fatta solo di orchestrine liscio tristi peggio che in Kaurismäki e canzoncine pop cantate male da soubrette con lo chignon cotonato. La Love Records è l'etichetta discografica con cui infransero le regole. Ottimo il tratteggio a monte dei personaggi (che reggono tutto): Atte è giornalista, idealista, epilettico, innamorato del vento di cambiamento che il rock soffia in tutto il mondo (salvo in patria); Chrisse è un secchione da conservatorio, jazzista, pedante, dà insopportabili lezioni su come suonare gli strumenti a tempo di clock (non di rock) ai gruppi in studio che invece vorrebbero solo alzare il volume degli ampli a palla; Otto è sregolato, capellone, batterista, party-boy della situazione, cuore pulsante delle orge sesso & alcol che hanno luogo cinque sere a settimana nella sede della Love Records. Assieme scritturano band invise al vetero-sistema dominante, imponendo nuovi gusti, nuovi stili, e attraversano liti e passioni, ambizioni collettive e tornaconti individuali, sospingendo con la label lo svecchiamento dell'ethos finlandese. Tutto detto col tono vitale e un po' monocorde di una fiaba elettrica vista con gli occhi di un Cameron Crowe unto di grasso di foca, dove si sa che ogni conflitto drammatico non porterà davvero a conseguenze irrimediabili e i personaggi evolveranno poco (il "personaggio" che evolve è la Finlandia). Trama principale sfilacciata in sottotrame private e gran lavoro di ricostruzione storico-scenografica, fra costumi, décor a colori saturi, camicie dalla texture improbabile. Se il modello sembra quello della commedia musicofila all'americana (con tanto di didascalie biografiche finali), un paio di elementi di dettaglio aiutano a staccare dall'imitazione e rigenerare i termini di un confronto culturale. Primo (elemento) fra tutti, l'onnipresente bottiglia. Atte sfodera con naturalezza, da sotto i vestiti tesi, una credibilissima pancia alcolica che addosso a un protagonista americano non si è mai vista. E comunque rimorchia.
Voto: 7


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WHEN GOD SLEEPS (Germania, 2017, 98')
di Till Schauder

La fatwa di Rushdie applicata alla musica. C'è una taglia di 100.000 dollari sulla testa dell'apostata Shahin Najafi (ironia della sorte, il suo nome suona quasi come shahid, martire religioso). Fior fiore di ayatollah sciiti vogliono la testa di Shahin (musicalmente una sorta di Caparezza iraniano-teutonico) per colpa della canzone "Ay Naghi!". Campagne pro-morte (seguitissime) sono sbocciate su facebook. C'è chi ha promesso le royalties di pubblicazioni teologiche a chiunque lo uccida. Sul web circola un videogame in flash chiamato "Shoot the Apostates", uno sparatutto con bersaglio la sua faccia. La quale cambia aspetto di continuo, nel doc la vediamo con o senza barba, con capelli lunghi o corti. Lui, costretto a guardarsi le spalle ventiquattro ore al giorno, dorme col proverbiale occhio aperto, con una bestia di machete accanto al cuscino. Ha smesso di fare musica? Neanche per sogno, e "When God Sleeps", premiato alla Berlinale 2017, costruito come un thriller (annessa colonna sonora tensionifica e storia d'amore complicata), ci racconta la sua ostinazione, la sua fede nella libertà di espressione. Ne fa il tema portante: la frizione tra due fedi di segno opposto. C'è un concerto in programma a Colonia, e i membri della band si rifiutano di suonare, hanno (comprensibilmente) paura. Si farà, ma in acustico. La videocamera vive la paranoia di Shahin quando, insieme al suo manager, smonta in fretta dall'auto perché teme una bomba a bordo. Poi lo segue sul palco e assorbe l'energia della solidarietà del pubblico (anche quando scoppia una rissa fra un gruppo di rifugiati mediorientali che il cantante ha invitato gratis allo show). Till Schauder non posa lo sguardo su Shahin ma ne usa gli occhi per osservare l'agghiacciante lucidità del dogma (perché di lucidità si tratta, non di follia) e metterla allo specchio con la resistenza psicologica di un musicista simbolizzato suo malgrado, ma pronto al sacrificio per tenere viva la sua "arte" e ciò che rappresenta (c'è davvero una gemellarità fra il fanatismo religioso e chi ne combatte l'ideologia). Non sembra così assurdo allora che, nervi tesi a parte, il più grande dispiacere di Shahin sia di essere diventato famoso grazie alla persecuzione, non grazie alle canzoni.
Voto: 8


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BETTY - THEY SAY I'M DIFFERENT (Inghilterra, Francia, 2017, 52')
di Phil Cox

Se il 18 settembre 1970 Jimi Hendrix non fosse morto, la storia della musica ci avrebbe guadagnato un intero album a firma Jimi/Miles (Davis). E se questa ucronia si fosse realizzata sarebbe stato merito di Betty Davis, che li fece incontrare. Dice la stampa dell'epoca (primi anni '70): "Assistere per la prima volta a un concerto di Betty Davis è come aspettarsi di vedere un film Disney e trovarsi davanti un porno". Betty è Prince prima di Prince, Madonna prima di Madonna, parola dell'ex marito Miles (sempre Davis). Il regista inglese Phil Cox dirige un documentario pop scatenato, non su ma attorno Betty Davis, in cui la cantante appare di sguincio, come la farfalla della teoria del caos. Nel marasma di un assemblaggio di effetti grafici, dissolvenze incrociate, animazioni, spezzoni d'archivio, sequenze di puro montaggio analogico, come un Richard Hamilton o un Peter Blake in movimento, a emergere è ciò che è intervenuto nel mondo della musica a partire dagli sdoganamenti di un'artista (di stile) che non è mai stata disco d'oro, ma con le sue provocazioni ha acceso piccole grandi sommosse culturali, i cui esiti si avvertono tuttora. Strilla e gracchia, Betty, nell'amplesso di un funk sconcio che il film ci butta in faccia come una secchiata d'acqua bollente. Per poi fermarsi, recuperare il fiato e tornare a ritroso sui passi dell'indagine relativa all'improvvisa sparizione dell'artista, dai palchi e dalla società, da cui Betty si mantiene isolata ancora oggi. È tutta una questione di ritmo e groove, e Cox si adegua volentieri, "suonando" le immagini, procurando a "They Say I'm Different" una cadenza imprevedibile, scena dopo scena, beat dopo beat, un colpo di rullante, un grido arrabbiato, una pioggia di crash, uno slap di basso, un'apertura melodica. Seguiamo le testimonianze di chi Betty la conosce da una vita (e le telefona in vivavoce per imbastire una dolcissima reunion) o di chi ne ha distillato l'attitudine (Militia Vox, cantantessa metal), fin quasi (quasi) a toccare i perché di una donna che ha precorso i tempi, scontando l'anticipo come una costante solitudine (e che infine in quella stessa solitudine si è rifugiata). Un racconto mai esaustivo, per fortuna. Così da non offrirci la sembianza di un santino addomesticato, nutrito solo a celebrazioni posteriori o amarcord, bensì quella di un mistero ancora custodito.
Voto: 7,5


souvenir_sysInto the Groove
SOUVENIR (Belgio, Lussemburgo, Francia, 2016, 90')
di Bavo Defurne

Annate campali per Isabelle Huppert. Imdb alla mano, fra 2016 e 2017 è apparsa in undici film. L'attrice è sempre stata una stacanovista, mantenendo inalterata nel tempo (forse consolidando) la capacità di impossessarsi della scena e griffare il personaggio, tant'è che qualcuno ha coniato apposta per lei la definizione Huppert-movie. Il regista belga Defurne, alla sua opera seconda, è ben contento di affidarle il peso (leggero) di una fiaba contemporanea, una cenerentola pop girata con garbo transalpino. Che fine ha fatto Laura, chanteuse di canzonette quasi-vincitrice dell'European Song Contest (accidenti agli Abba), dopo la celebrità passeggera? È finita in fabbrica a fare paté industriali, meglio, neanche a farli ma a farne la decorazione, un impiego che è il rintocco dell'accessorio non indispensabile in cui si trasformata la vita di Laura (sola, un tantino alcolista, tele/divano-dipendente) dopo la fama fugace in gioventù. Ma poi ecco il principe azzurro, non sul cavallo bianco ma con cuffietta alimentare (bianca), Jean, papabile toy-boy con ambizioni pugilistiche, che per amore intergenerazionale molla tutto e aiuta Laura, nome d'arte di Lilliane, a risalire la china. Spronandola a ricominciare a cantare. Il carattere da racconto fiabesco si palesa dichiarandosi non soltanto nello sviluppo narrativo, concluso dal tradizionale e tutti vissero..., ma anche nel taglio stilistico, nell'uso delle luci patinate, nei fondali fintissimi alle spalle dei romantici giri in scooter dei due innamorati (e alla fine c'è un vero e proprio "sipario" che si chiude). Bisogna dire - ancora - qualcosa della prova d'attore? Sarebbe stupido uscire del coro solo per spirito di contraddizione: con un lieve movimento degli occhi o l'inarcarsi di un labbro imbronciato, Isabelle Huppert materializza un'intera personalità. E riesce a calamitare lo sguardo anche "cantando" inascoltabili filastrocche dance-pop, mimando con le braccia un'ingessatissima coreografia sul palchetto di una casa di riposo.
Voto: 6


the_song_of_scorpionsLong Play Feature
THE SONG OF SCORPIONS (Svizzera, Francia, Singapore, 2017, 119')
di Anup Singh

Tragedia greca, rape & revenge, bollywood. Con un triplo carpiato l'ipnotico film di Anup Singh salta da un livello strutturale fondamentalmente tragico a un altro crudo, thriller, che non gira le spalle a svolte più bastarde che in "Seven", il tutto raccontato con la cura foto/scenografica di una grande produzione spettacolare (ma con eleganza formalista, non col dialetto del kitsch). Malgrado l'ambientazione non siano palazzi sfarzosi o affollamenti urbani bensì villaggi desertici in una periferia spaziotemporale, l'attenzione al dettaglio del décor, dei costumi e della prospettiva sulle locations è il primo elemento a sfondare una distensione narrativa che sfrutta una storia di violenza sulle donne (male endemico indiano, secondo l'Onu problema nazionale) per tracciare un'etnografia affondata nella perpetuazione del mito ancestrale (attraverso la musica). Nooran (Golshifteh Farahani, bravissima, bellissima) è in attesa di raccogliere l'eredità taumaturgica della nonna, ovvero fare da antidoto alla puntura degli scorpioni grazie alla voce, al canto. Un dono che, come molti doni, è anche presagio di sventura. Un balordo la stupra con uno stratagemma, viene ripudiata e cacciata dal villaggio. La salva prendendola in moglie Aadam, gentile pretendente innamorato, che le fornisce un pugnale casomai gli venisse in mente di toccarla senza consenso. Ma lo stigma della violenza carnale rallenta il recupero di orientamento nel mondo di Nooran, e dato che non parliamo di Shahrazād il lieto fine è forse un miraggio tra le dune (letteralmente). Nel succedersi di pianisequenza e gran lavorio di travelling, Singh assesta bordate mozzafiato quando va in primo e primissimo piano e chiude il film lasciando in sospeso l'indagine sulla duplice natura dell'essere umano (buona e cattiva) come in un noir metafisico hindi.
Voto: 8


ryuichi_sysInto the Groove
RYUICHI SAKAMOTO: CODA (Giappone, Usa, 2017, 100')
di Stephen Nomura Schible

La coda musicale è (semplificando) uno strascico, una prosecuzione, qualcosa che serve a prolungare il tempo d'ascolto. Volessimo trovare un nucleo all'interno del documentario di Nomura Schible, sarebbe proprio questo: il tempo. È Sakamoto a suggerirlo quando si dichiara stregato dall'idea di una nota che suoni all'infinito, o a mostrarcelo quando, in visita a Fukushima, si concentra a lungo con la videocamera portatile su un orologio a parete fermo all'orario in cui l'onda ha spazzato via tutto e danneggiato le centrali nucleari nel 2011. Guardando oltre il racconto biografico del musicista (abbastanza completo, dagli esordi elettronici anni '70 con gli Yellow Magic Orchestra fino alla colonna sonora di "Revenant"), guardando attraverso il suo pensiero, la sua filosofia, la sua metodologia artistica, il tempo ritorna costantemente quale argomento-limite, argomento-chiave, territorio da esplorare e forzare, da rimodellare, rigovernare. Anche la battaglia contro il cancro è detta con il lessico di chi descrive un tentativo di allungare il tempo (di vita), e il pianoforte "sopravvissuto" allo tsunami, ancora funzionante, è l'immagine di una fascinazione verso la possibilità di una qualche vaga permanenza, la ricerca di un'eternità da poter contemplare, ma anche su cui poter ancora (e sempre) agire.
Voto: 8


two_sevensInto the Groove
TWO SEVENS CLASH (Regno Unito, 2017, 44')
di Don Letts

Nel 1983 Joe Strummer e Paul Simonon mettono alla porta Mick Jones e lui per tutta risposta fonda i Big Audio Dynamite. Al suo fianco c'è Don Letts, uno dei molti inglesi-giamaicani che negli anni di fuoco londinesi si spartiscono il proscenio rivoluzionario con i punkers. Letts gestisce un negozio di abiti vintage difronte al Sex di McLaren & Westwood, fa il dj al Roxy (fra un concerto dei Damned e uno dei Pistols mette dischi reggae import dalla Giamaica), convince l'amico diffidente Bob Marley del fatto che reggae e punk abbiano tutto in comune e possano unirsi in una crociata sociale riformista (o anche solo farsi protagonisti di un felice matrimonio musicale: molta contaminazione post-punk viene da qui). È Letts il giovane impavido rasta che fronteggia la polizia sulla copertina di "Black Market Clash" (ma in realtà stava solo cercando di fuggire dagli scontri di piazza). Folgorato dal clima dell'epoca intuisce che bisogna testimoniare, dunque imbraccia la cinepresa Super 8 senza mai averla usata e riprende tutto, il buono, il brutto e il cattivo, i concerti e i backstage, il carnevale di Notting Hill, i soundsystem dub, le declamazioni di Linton Kwesi Johnson e il tour dei Clash (per i quali gira un sacco di videoclip, da "White Riot" in poi), restituendo nei suoi filmati il respiro affannoso di una stagione storica e politica vicina al punto di rottura. "Two Sevens Clash" è uno dei tanti documentari di Letts, un montaggio d'archivio in chiave di videodiario con voice over che, attraverso l'ironia critica di chi oggi può permettersi di parlare con cognizione di causa, rende conto di un intreccio (più che di un parallelismo) fra due culture non soltanto musicali, reggae e punk, rastafariani e nichilisti, accomunate dalla rabbia. Cogliendo in entrambe, insieme alle dovute antinomie, i semi di un cambiamento che col senno di poi non è stato eclatante, collettivo e duraturo come sperato, ma che almeno per un momento ha fatto tremare lo status quo.
Voto: 7


american_valhallaInto the Groove
AMERICAN VALHALLA (Usa, 2017, 81')
di Andreas Neumann, Josh Homme

"American Valhalla" riunisce due pesi massimi nel mondo musicale di ieri e di oggi. Uno è Josh Homme, chitarrista, cantante, polistrumentista che ha iniziato la sua carriera sul finire degli anni ottanta con i Kyuss, gruppo fondamentale nel panorama dello stoner, mentre oggi è saldamente alla guida dei Queens of the Stone Age. L'altro è Iggy Pop, l'Iguana. Saltuariamente anche attore, ha avuto piccole parti in film di genere come "Il corvo 2" o "Hardware" di Richard Stanley, ma è con Jim Jarmusch che si è riservato i ruoli migliori, in "Dead Man" e nel faccia a faccia con Tom Waits in "Coffee and Cigarettes". Jarmusch ha diretto di recente il suo tributo documentaristico agli Stooges, e chiunque abbia visto "Gimme Danger" si chiederà cosa resti da raccontare di Iggy Pop, come sia possibile realizzare un film che parli di lui presentandolo in una veste inedita. Deve esserselo chiesto anche il regista Andreas Neumann, professione fotografo, e dev'essersi dato l'unica risposta logica possibile, ossia che non c'è alcun bisogno di presentare in una veste inedita Iggy Pop. E infatti ha realizzato non è un film che parla di Iggy Pop, ma sostanzialmente un film in cui Iggy Pop parla, a ruota libera con Homme, di tutto e di niente, ma soprattutto del disco prodotto nel 2016 con l'aiuto di Homme, "Post Pop Depression". Sullo schermo i due, oltre a parlare, fanno quello che sanno fare meglio e Neumann ce li mostra in un concerto promozionale alla Royal Albert Hall di Londra, con Iggy rigorosamente a torso nudo come fossero ancora gli anni '70 e non come fosse lui ad avere 70 anni. Si capisce, la coppia ha grande affiatamento, insieme si divertono un mondo. A volte anche troppo, escludendoci dal loro divertimento, facendoci sentire il terzo incomodo a una riunione privé di vecchi amici. Va bene, afferrata l'antifona ci accontentiamo dell'ennesimo live selvaggio di "Lust for Life".
Voto: 6


Into the Groove

ENGLAND IS MINE


Long Play Doc
SILVANA

Long Play Feature
STUCK


SEEYOUSOUND 4: TUTTI I VINCITORI

Best Feature Film / Premio Francesca Evangelisti

SONG OF GRANITE
di Pat Collins
Menzione Speciale

BAND AID
di Zoe Lister-Jones

Best Documentary
SILVANA
di C.Tsiobanelis, O. Kastebring, M. Gustafson
Menzione Speciale

HIBRIDOS - THE SPIRITS OF BRASIL
di V. Moon, P. Telmon

Best Short Film

MIXTEIP
di Teemu Åke
Menzione Speciale

THE BURDEN
di Niki Lindroth von Bahr

Best Music Video / Premio Nicola Rondolino

RUSHIN' GUY
di Lim / G. Calace e S. Sudolski
Menzione Speciale

RADIART
di Vessels / Hand Held Cine Club

Best Original Soundtrack

SONG OF GRANITE
di Pat Collins

Premio Distribuzione Lab 80

WHEN GOD SLEEPS
di Till Schauder

Premio Giuria TorinoSette

BAND AID
di Zoe Lister-Jones
Menzione Speciale

THE SONG OF SCORPIONS
di Anup Singh

Premio Speciale DAMS

HAZE - BODY
di Marco Morelli

Seeyousound 4 - Film e bilanci