Il senso di Lucrezia per il cinema: pensieri di un'attrice coraggiosa | Speciale | Ondacinema

Il senso di Lucrezia per il cinema: pensieri di un'attrice coraggiosa

Il senso di Lucrezia per il cinema: pensieri di un'attrice coraggiosa

di Carlo Cerofolini

Abbiamo incontrato Lucrezia Guidone, sugli schermi con "Noi 4", il film del suo debutto cinematografico. Tra pensieri, ambizioni e sentimenti personali, il momento di un'artista moderna e coraggiosa

Hai un curriculum teatrale impegnativo e prestigioso sia in termini di studio che di lavoro. L'idea è quella di una gavetta in piena regola. Ce ne vuoi parlare?
Sono figlia di una musicista, mentre mio padre è un uomo molto pratico e concreto, che mi ha cresciuto con senso di disciplina, e nella convinzione che le cose te le devi guadagnare con l'impegno e la dedizione. Lo studio è importante perché ti permette di incanalare il talento che resta comunque la base indispensabile per poter fare questo mestiere. Ho lavorato con alcuni dei migliori autori del teatro italiano come Luca Ronconi e Valerio Binasco, ma sono conscia che la mia carriera è appena cominciata. D'altronde non si smette mai di imparare. In questo senso gli Stati Uniti e New York, la città dove soggiorno per buona parte dell'anno, non rappresentano una fuga, ma l'opportunità di una crescita e di un miglioramento che si verifica ogni volta che ti confronti con le differenze culturali di un altro paese.

Perché la scelta di debuttare nel cinema?
Quello che mi piace della settima arte è la sua eternità, ed il fatto che essendoci sempre, è in grado di cambiare con te, assecondando lo stato d'animo del momento. Il cinema è un'eredità che lasci allo spettatore, e per me è impressionante il fatto di potermi sedere e godermi la mia interpretazione alla pari di qualunque altra persona. Ma il cinema è stato anche la sfida di confrontarmi con un mezzo nuovo e diverso. Per farlo mi sono affidata al regista, cercando di rimanere concentrata sulla storia che dovevo raccontare. Secondo me quella di "Noi quattro" riguardava la trasformazione di un amore all'interno di una famiglia che continua a volersi bene, nonostante le distanze provocate dalla separazione dei genitori. Era quindi importante entrare in perfetta sintonia con gli altri attori, visto che il film è la conseguenza delle dinamiche che si instaurano tra i vari componenti del gruppo. Per riuscirci abbiamo fatto qualche prova prima di inziare a girare. La convivenza con Fabrizio, Ksenia e Francesco è stata improntata sul confronto e sulla complicità. La generosità e l'altruismo dei più esperti è stata importante. Gifuni ad esempio, al quale mi unisce il fatto di aver frequentato la stessa scuola d'arte, era sempre attento e disponibile, pronto a riprovare i passaggi più complicati del film. Umile nonostante la sua grandezza.

Sul palco teatrale così come su un set cinematografico l'attore è destinato a restare solo. Cosa produce in te quest'isolamento in termini di espressione artistica?
Quello che mi affascina di più in entrambi i casi è l'attimo che precede l'azione, perché in quel preludio infinitesimo mi sembra che tutto venga messo in discussione. E' come se ogni certezza fosse cancellata dalla sensazione di non sapere più dove andare. Ogni attore sa sempre quello che deve fare, tutto è stato programmato per filo e per segno, ed è proprio la messa in discussione di quel momento ad attirarmi. Anche se poi le cose ovviamente, e per fortuna direi, seguono il corso previsto.

Cinema e teatro. Rispetto al tuo lavoro d'attrice cosa aggiunge, ed eventualmente, cosa toglie la scelta di uno o dell'altro?
Il cinema è diverso dal teatro. Nel primo devi trovare la verità senza distanza, avendo a che fare con tante piccole barriere rappresentate dai limiti spaziali, dai microfoni che indossi, per non parlare dei segni sul pavimento. Sei alle prese con una gestualità che deve dimenticarsi di questi condizionamenti. Nel secondo è la lontananza dal pubblico a proteggerti; poi però non si può non tenere conto dello spettatore dell'ultima fila, un riferimento che viene meno sul set cinematografico. Per tali motivi la difficoltà maggiore nel passare al cinema è quella di modulare la recitazione, adattadola alle caratteristiche del mezzo espressivo. Devi cercare di sentire che quello che fai è abbastanza, evitando di caricare la recitazione; è assolutamente necessario poter contare sul regista e dare per scontato che la telecamera sarà un'amante in grado di cogliere l'ineffabile dei gesti e dello sguardo. Il punto di contatto con il teatro è lo shining, come lo chiama Bruni, ovvero la voglia di comunicare qualcosa, e di voler arrivare a farlo. Nel teatro l'ultima parola è la tua, mentre il cinema è un lavoro di squadra. A fare la differenza sono una concomitanza di fattori. Nel caso di "Noi quattro" ad esempio il montaggio di Marco Spoletini è stato veramente importante.

Fernando Pessoa diceva che l'artista è così abituato a mischiare finzione e realtà che finisce per confonderle. Per te come funziona?
Sul rapporto tra verità e finzione per quanto mi riguarda posso dire che il punto di partenza è quello che ho dentro, per cui in entrambi i casi non vado in scena con totale distacco. Emma ad esempio è molto simile a me, perché a parte la passione per il palcoscenico, anche io ho una sorellina che ha l'età di Simone, dalla quale mi sono dovuta allontanare per seguire le mie aspirazioni. La recitazione consiste nel tirare fuori qualcosa di personale che devi trasformare per poterlo condividere con gli altri. Se ad esempio interpreti un ruolo in cui vivi la perdita del tuo compagno, magari sostituisci quella sensazione con qualcosa di spiacevole che ti è accaduto, e da lì risali per dare vita al dolore del personaggio.
Nel caso del personaggio che interpreto in "Noi 4" l'empatia è stata semplice perché Emma è una giovane donna che sa dove vuole arrivare, ma ha paura di lasciarsi andare. Anche se non è da molto che faccio questo mestiere anche io ho vissuto i suoi timori. Dopo aver lasciato la provincia dalla quale provengo sono andata incontro a numerosi rifiuti. Prima di riuscire ad entrare all'accademia "Silvio D'amico" sono stata bocciata due volte. E' stata una cosa che è servita a farmi diventare cosciente della realtà, aiutandomi a smettere di trovare giustificazioni alle mie mancanze.

Mi ha colpito la sequenza della stazione, quella in cui Emma incontra l'uomo di cui è innamorata. Lei arriva a quell'appuntamento colma di felicità ma come sappiamo ne uscirà delusa. Trattandosi di una sequenza che in pochi attimi condensa stati d'animo opposti, mi interessava sapere come sei riuscita a creare un effetto così verosimile?
Quella della stazione, con l'incontro tra Emma ed il suo fidanzato, è stata la sequenza più difficile. Era solo il mio secondo ciak, e la scena prevedeva un climax emotivo che doveva essere raggiunto velocemente. Per costruirla ho pensato alla bellezza del viaggio che Emma si apprestava a compiere, all'entusiasmo dell'amore che stava vivendo, e poi ho lasciato che questo sogno si infrangesse nel confronto con l'altro. E' stata una scena molto spontanea. Ivan (Franek) mi ha aiutato moltissimo perché è riuscito a farmi sentire l'opportunismo del suo personaggio. "Per suicidarti devi prepararti alla voglia di vivere". E' stato questo l'espediente psicologico che ho utilizzato per girare quella scena.

Penso che un regista come Francesco Bruni sia il massimo per un debutto come il tuo, perché la predilezione per gli attori e per la parola sono caratteristiche preminenti anche nel teatro, mi puoi dire com'è andata?
Bruni è un regista che sa quello che vuole. Arriva preparato sul set perchè ha scritto la storia, e conosce profondamente ogni sfumatura dei personaggi. Al contempo ti lascia un margine in cui inserire la tua creatività. Ascolta molto, sa parlarti dolcemente, portandoti dove vuole senza aggredirti. Grazie a lui la lavorazione è stata serena e gratificante.

Come ti poni rispetto ai film di interpretare, hai un criterio di scelta dei copioni o particolari preferenze riguardo ai generi ?
Non ho in testa solo il cinema d'autore. Mi piace spaziare senza pregiudizi, considerando attori e registi di diversa estrazione, e senza preclusioni nei confronti della televisione. L'unica cosa che m'impongo è di fare scelte oneste, e che abbiano un senso rispetto alla storia che dovrò raccontare. Detto questo va bene sia Checco Zalone che Francesco Bruni, il dramma e la commedia, anche quella più ridanciana, e - perché no ? - anche la fiction.

Mi piacerebbe conoscere i tuoi riferimenti cinematografici se ne hai, e poi sapere chi sono gli attori ed i registi che preferisci.
I miei modelli. Bè, al primo posto c'è Michael Caine, attore che riesce ad essere grande nelle piccole cose. Se, come tu dici, Fabrizio Gifuni è il principe della misura, lui ne è il re. A ruota segue Daniel Day Lewis., un altro grande, mentre tra le donne Meryl Streep, Kate Winslet, Cate Blanchett. Come registi quello con cui in assoluto vorrei lavorare è PT Anderson. Lui è il cinema totale, e poi è coraggioso. La scena delle rane in "Magnolia" in pochi l'avrebbero fatta. Ma ci sono anche Steve McQueen ed i Coen. Tra gli italiani, a parte Bruni, è impossibile non dire Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. Tra quelli meno conosciuti, Davide Manuli, per la forza con cui porta avanti un linguaggio estremo e personale, e per il coraggio di rischiare che appartiene a tutto il suo cinema. Tra gli attori di casa nostra mi piacciono Toni Servillo. e poi Kim Rossi Stuart. Tutti uomini, non mi sembra molto corretto ma è venuto così perciò va bene. Per il futuro ho due progetti che spero vadano in porto. Uno di questi è in America. Ma ci sarà occasione per riparlarne.

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