Speciale Tito e gli alieni - Intervista a Valerio Mastandrea | Speciale | Ondacinema

Speciale Tito e gli alieni - Intervista a Valerio Mastandrea

Speciale Tito e gli alieni - Intervista a Valerio Mastandrea

di Silvia Di Paola

Valerio Mastandrea racconta l'idea e la gestazione sul set dell'ultimo film di cui è protagonista, "Tito e gli alieni", una sorprendente favola dolceamara diretta da Paola Randi.

Quando la fantascienza diventa poesia del quotidiano, quando gli alieni ci salveranno. Ci aiuteranno a sopravvivere alla perdita, alla morte di chi amiamo, all'abbandono, alla solitudine. Gli alieni come tutto ciò che può essere "altro" da noi e altrove. Allora sarà pure una favola, ma è una delle più belle favole che il cinema italiano ci abbia regalato in queste ultime annate. Si intitola "Tito e gli alieni" e lo firma Paola Randi, al suo secondo lungometraggio dopo "Into Paradiso" (2010), presentato al Festival di Venezia e accolto con vari di premi. Il film è stato girato tra Spagna, Montalto di Castro e Nevada, nella famigerata Area 51 e in un paesino con 54 abitanti, in cui tutti credono di essere a un passo dagli alieni. Il napoletano Fausto Mesolella, scomparso durante la lavorazione, ne cura la colonna sonora e lo interpreta, accanto a due giovani attori napoletani e a un dolente Valerio Mastandrea, professore che ha perso, con la morte della moglie, ogni voglia di andare avanti. Finché la sua vita non viene sconvolta da due ragazzini e (forse) da qualche messaggio alieno.

Che tipo di favola è, secondo Mastandrea?
"È una favola pensata e girata da un alieno (come è la Randi rispetto al cinema italiano), da una persona che è un'artista e non solo una regista, ma una favola che ci riguarda tutti, perché racconta anche il dolore vero e il senso di perdita che tutti viviamo quando perdiamo qualcuno e la voglia di avere ancora un contatto con le persone che abbiamo amato".

Lei è Tito ma chi sono gli alieni?

"Non lo so e se ci penso mi spavento un po', ma non ci credo e non credo che siano tra noi. Penso che siano persone migliori di noi, non omologate, pure e buone. Sono loro i veri marziani di questa terra".

Ma qui sono solo uno strumento del racconto?

"Quando l'ho letto me ne sono fregato del genere e del modo in cui si raccontava, mi interessavano le emozioni. Poi, quando mi sono trovato con quei costumi e in quel contesto e nonostante una lavorazione complicata di oltre due anni, ho capito che si trattava di una storia raccontata da un'artista, appunto, e che gli alieni erano uno strumento per parlare proprio di vere emozioni".

Perché è stato molto difficoltoso girare?
"Noi volevamo fare questo film a tutti i costi e dovevamo farci bastare il tempo e i soldi: solo la tenacia e la creatività folle di Paola lo ha reso possibile, oltre alla voglia e all'incoscienza dei produttori. Che sono poi le cose che fanno andare avanti il cinema italiano, come io dico ormai da vent'anni, da quando mi domandano come è che i film italiani che partono con pochi mezzi si riescono a realizzare".

E come è il suo professore vestito come un astronauta? Sembra disperato ma porta un messaggio di speranza?

"Sì, perché alla fine è un uomo che ha rinunciato a vivere il presente e a elaborare la perdita, ma viene svegliato dai due ragazzi e torna a vivere. È uno che mantiene vivo un ricordo di una persona che ha perso, in modo del tutto acritico, cosa che gli impedisce non solo di accettare la perdita ma anche di vivere il presente. Direi che è uno che dorme e che viene svegliato da due bambini che prima tenta di scacciare come mosche e poi invece riesce a comprendere appieno, capendo l'importanza del loro ruolo. Ed è il momento in cui ricomincia a pensare e a progettare il suo futuro".

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