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Speciale Oscar: ricordo di una statuetta

Speciale Oscar: ricordo di una statuetta

di Redazione di Ondacinema

A pochi giorni dalla consegna dei premi, la redazione di Ondacinema si diverte con le associazioni di idee. Un titolo, tra i premiati come miglior film nel corso degli anni, per ogni redattore. Alcune istantanee della storia della notte più glamour del cinema

Fingiamo di ignorarli, di boicottarli, di considerarli superflui. Poi, di anno in anno, il rito si ripete. Tutti a fare pronostici, a criticare la scelta delle nomination e poi dei successivi premi. L'Oscar è tutto questo, un grande affresco popolare di che cosa il cinema sta a significare per milioni di persone, in America e nel resto del mondo. Dal 1929, con i primi premi, l'Academy ripete la serata più attesa: una lunga cerimonia in cui sfilano star e volti che verranno dimenticati presto.

È dalle prime edizioni che la statuetta più ambita viene dileggiata dalle solite polemiche: si tratterebbe di un riconoscimento che non rappresenta davvero il cinema, che non fotografa la realtà artistica che si evolve in tutto il globo. In realtà, a ben vedere, sono critiche che hanno una certa ragion d'essere. A scorrere, ad esempio, l'elenco dei vincitori come miglior film, la categoria sicuramente più importante, il numero delle vere pietre miliari del Novecento è probabilmente inferiore rispetto a quello di pellicole premiate per varie altre ragioni.

L'Oscar, infatti, ha sempre sofferto di un certo approccio conservatore al mondo della settima arte: non ha mai precorso i tempi, come magari sono riuscite a fare certe giurie dei più importanti festival, ma si è sempre limitato a fotografare ciò che esisteva già. Grandi autori sono stati premiati da vecchi, quando la critica li considerava ormai dei maestri di statura consolidata; i film di genere hanno ottenuto il giusto riconoscimento solo dopo che, nei loro rispettivi filoni, si erano già registrate ovazioni per dei precedenti capolavori. E poi c'è la grana della politica. Certo non lontana da giustificate accuse di ipocrisia, l'Accademia di Hollywood è sempre rimasta molto affascinata dai premi "a tema". Una specie di processo espiatorio per farsi perdonare gli eccessi, gli sprechi, i lussi e i vizi della grande industria del cinema americano.

E così, dall'alto dei budget che crescevano sempre di più nel corso dei decenni, le statuette cadevano su film e interpreti che si distinguevano più per meriti sociali piuttosto che per un reale apprezzamento critico. Paradossalmente, è un vizio che colpisce l'Academy sempre di più. La modernizzazione del costume non è passata di qui: negli ultimi anni, i premi a tema si sono moltiplicati: la Storia, vera o romanzata, continua a far da padrona. Così come i drammi sul disagio umano, fisico e psicologico. Indimenticabile l'edizione del 2002, in cui, in ritardo di decenni, l'Oscar incoronò nella stessa serata, con il premio alla carriera e i due al miglior attore e alla miglior attrice, tre interpreti di colore. Una sorta di scelta di campo risibile e discutibile per il modo eclatante con cui fu esplicitata.

Nel periodo più recente, visto il calo di seguito di cui ha patito l'Oscar, si è cercato di correre ai ripari. Giovani registi un tempo facenti parte della schiera del cinema indipendente sono stati "inglobati" nell'industria con i loro ultimi lavori, alla ricerca di un consenso di quella fetta più giovane di pubblico che si tiene ancora ben lontana dalla fascinazione della fatidica statuetta. Si è allargato l'elenco dei film nominati come miglior film, nella speranza di farvi rientrare anche pellicole solitamente outsider e distanti dai soliti e consolidati criteri.

Come quest'anno, in cui, tra i nove titoli che compaiono nella nomination per il premio più ambito, risulta esserci un'imprevedibilità senza precedenti rispetto al passato. Il ruolo di favorito spetta a "The Artist", il film francese di Michel Hazanavicius che omaggia il cinema americano ai tempi della fine del muto attraverso un atto d'amore forse fin troppo dichiarato per non sospettare che fosse stato pensato fin dal principio per scatenare standing ovation in una serata come quella degli Oscar. Poi c'è il prototipo del cinema della provincia indie che incontra il glamour delle grandi star, quel "Paradiso amaro" in cui il giovane talentuoso Alexander Payne si affida a George Clooney per sbancare il botteghino. Martin Scorsese confeziona invece un film fuori dalle sue corde consuete, un fantasy pieno di nostalgia e tenerezza, "Hugo Cabret", anch'esso perfetto per fare incetta di Oscar.

C'è il solito Spielberg, quello che ci piace di meno ma che vince di più, che si cimenta con "War Horse" nuovamente con un dramma bellico, anche se il cineasta americano avrebbe meritato ben maggiore fortuna alle prese con le sue fiabe cupe su extraterrestri e animali feroci. C'è "The Help", piccola produzione semi-indipendente su un caso letterario, capace di portare già una sua interprete al Golden Globe e rappresentante di quel cinema brillante che coniuga leggerezza e impegno civile (in realtà in modo non certo indimenticabile).

E se era prevedibile una nomination anche per quel "Molto forte, incredibilmente vicino" tratto dal best-seller post 11 settembre di Jonathan Safran Foer, sforziamoci di trovare delle belle e soprattutto originali notizie da un tris di titoli inaspettato. "L'arte di vincere" di Bennett Miller, con un bravissimo Brad Pitt, è un dramma sportivo come non se ne giravano da parecchio tempo, capace di catturare, attraverso le dure regole di una disciplina sportiva, paure e difficoltà dell'uomo americano. Ma soprattutto sono loro, i due grandi "vecchi" che tornano al centro dell'attenzione del mondo delle celebrità, a costituire la vera sorpresa: Woody Allen e Terrence Malick. "Midnight in Paris" e "The Tree of Life" strappano una candidatura come miglior film, insieme ai loro creatori candidati per la miglior regia, e viene da sorridere immaginando che nel cinema tutto è possibile. Anche che la più fresca ventata di novità provenga da artisti che hanno quarant'anni di carriera alle spalle.


E ora, abbiamo pensato bene di divertirci un po'. Discutendo in redazione dei ricordi di ognuno di noi legati all'Oscar, abbiamo deciso di scrivere poche righe ciascuno sul titolo che, senza star troppo a pensare, ci è venuto in mente per primo fra tutti quelli che, più o meno meritatamente, si sono portati a casa la statuetta più importante. Ecco lo strano risultato che ne è venuto fuori.

Accadde una notte - 1934

Il petto nudo di Clarke Gable e la giarrettiera di Claudette Colbert. I due momenti che decretarono il passaggio di "Accadde una notte" da semplice pellicola trionfatrice agli Oscar a vero e proprio oggetto di culto mitologico. Sì, perché il capolavoro di Frank Capra è il vero prototipo di quella Hollywood d'oro, che faceva sorridere del sogno americano, ironizzando su un popolo che cercava di uscire dalla Grande Depressione e che invece andava dritto verso una nuova guerra mondiale.
Capra è stato importante per tutti noi che amiamo il cinema. Ci fece capire com'era facile passare dalla commedia dell'equivoco al melodramma, dalla piccola storia alla grande Storia, tutto in pochi passaggi, semplici, geniali. Non si può dimenticare questo road movie atipico, né si può scordare la serenità che emanavano i film di questo genio. Commuove proprio questo: anche nei periodi più bui, si poteva mettere in scena una storia come questa. In ogni istantanea che ci viene alla mente c'è sempre una costante che ricorre: Capra ci continua a insegnare che, al cinema, la vita è sempre meravigliosa. (G.U.)


Casablanca - 1942

Un locale notturno di Casablanca, refugium peccatorum dove, tra gioco d'azzardo e musica dal vivo, biscazzieri e militari (filo)nazisti si mescolano a gente in fuga dalla guerra, dall'amore e da se stessa, perché "Everybody Comes to Rick", come diceva il titolo dell'opera teatrale mai messa in scena da cui fu tratto il film di Curtiz.
Melodramma sullo sfondo della guerra e dell'idealismo, intreccio sentimentale sporco di noir, frutto di una sceneggiatura laboriosa e rimaneggiata in corsa. Volgiamo gli occhi carichi di nostalgia verso quella Hollywood dorata e di mestiere che coi suo magheggi poteva usare un aereo di cartapesta (quello del finale) e dei nani come comparse. Consacrò la Bergman e la maschera di Bogart, cinico, ma sentimentale e altruista in quell'epilogo amaro e arcinoto.
Lo sguardo da duro ferito di Bogey, quello languido della Bergman, battute memorabili, canzoni struggenti, atmosfere notturne ed esotiche mentre ancora tuona la guerra di là dal mare: "Casablanca" entra subito nell'iconografia moderna, nella storia del costume e in quella del cinema. "Here's looking at you, kid". (D.D.L.)


Eva contro Eva
- 1946

La 23esima edizione degli Oscar vide contrapposti due esegeti del melodramma, Billy Wilder e Joseph L. Mankiewicz, ed entrambi con due capolavori che ci disvelarono le nefandezze del mondo delle dive. Ho scelto "Eva contro Eva" perché - oltre all'evidenza di presentarsi adorna di quella bellezza senza tempo che si chiama Arte - è un film che estrinseca l'aridità: nella donna, nel teatro e nella società. Nel film si dipanano le naturali conseguenze dell'atavica rivalità femminile. La diva decaduta Margo è gelosa e incattivita dalla presenza dell'avvenente e giovane Eva, che cercherà di ingraziarsi la star. Ma l'adulazione sottende ipocrisia, e il suo unico scopo sarà diventare la nuova celebrità. Eva e Margo diventano effige delle peculiarità che degradano l'essere femminile, di quella competitività malsana che distrugge e non crea, frustra e non edifica. La rivalità connaturata al dna femmineo è, però, solo un effetto del tritacarne patinato, su cui il film punta tutta la sua efficacia critica e Bette Davis (Margo) la sua bravura pertinente. È un meccanismo perverso quello che fagocita, mastica con gusto, per poi sputare le dive sul viale del tramonto e diventa paradigma degli umori della società tutta, per la quale cambiano i tempi, ma non l'ignominia. Una realtà cinica, impietosa e infelice è quella che ruota attorno al palcoscenico. Una realtà che parla all'uomo e dell'uomo anche quando cala il sipario. (F.D.)


Tutti gli uomini del re - 1949

Dal romanzo premio Pulitzer di Robert Penn Warren, una di quelle pellicole che sembrano fatte apposta per scuotere la coscienza del pubblico Usa. Il film di Rossen, rimontato un'infinità di volte, non nasconde certe difficoltà narrative che ne limitano in parte la capacità di coinvolgimento, ma riesce ancora oggi a porre più di un interrogativo sul Potere e sulla corruzione. La vicenda del giovane governatore progressista, un Obama ante litteram, che auspica una riforma sanitaria, che rimane affascinato dal "lato oscuro" del potere e arriva ad utilizzarne tutti i mezzi più scorretti (compra il silenzio della stampa, ricatta gli avversari politici), rispecchia il classico percorso di "perdita dell'innocenza" tante volte raccontato al cinema (come nel recente "Le idi di marzo" di Clooney) ma allora (1949) ancora più potente, dato che gli Stati Uniti, appena usciti dal secondo conflitto mondiale, tentavano di ricostruirsi un'identità. Un apologo morale premiato, oltre dall'Oscar al miglior film, anche da quello ai due interpreti Broderick Crawford e Mercedes McCambridge. Nel 2006 una nuova versione diretta da Steven Zaillian: ma nonostante il cast all star il risultato è didascalico e grossolano. (A.P.)


Fronte del porto - 1954

Sarebbe dovuto arrivare James Dean e la sua giacca rossa dal Technicolor di "Gioventù bruciata" per strappare a Marlon Brando il titolo di giaccone più iconografico del decennio (sebbene ancora in b/n): il suo, a scacchi, sempre tirato su quasi a nascondersi in un mondo col quale aveva fatto a cazzotti è un biglietto da visita. Altri dettagli da memorabilia: gli occhi sbattuti, la piccionaia, la dolcezza per la bellissima Eve Marie Sant, quel "Oh Charley" proferito con tutta l'amarezza possibile durante il colloquio in auto con un rassegnato (e altrettanto grande) Rod Steiger, in una delle sequenze più belle e potenti della storia. "Fronte del porto" fu un film importante non solo per la vittoria di otto Academy Awards il 30 marzo 1955, ma anche perché, se psicanalizzato, mostrerebbe un inquietante, quanto umano, tentativo di autogiustificazione e di rimozione di un gigantesco senso di colpa. La redenzione di Terry Malloy, cieco uomo del Sindacato, ex pugile di belle speranze messo al tappeto dalla vita e dalla corruzione che gli ruota intorno e che strangola le fondamenta della società americana, è la parabola perfetta per i testimoni Elia Kazan e Budd Schulberg che, partendo da un'inchiesta di fine anni 40 sulle modalità mafiose di gestione del porto di New York, realizzarono uno spaccato proletario della "città amara". Girato in poco tempo, con un budget risicato e con uno scarno bianco e nero è uno degli affondi più commoventi nel (neo)reale della Hollywood anni 50. (G.G.)


L'appartamento - 1960

Non soltanto certa critica, ma fino al 1960 anche i maggiori premi di Hollywood avevano puntualmente ignorato la commedia, con l'eccezione di Frank Capra. Niente Oscar a Chaplin né a Buster Keaton, ai fratelli Marx e a Oliver & Hardy, a Lubitsch e Hawks, a Preston Sturges e a Cukor, che vincerà poi per un convenzionale ma riuscito musical. La commedia era troppo leggera per i piani alti dell'Academy? O più probabilmente sono le grandi commedie a essere troppo intelligenti per i giurati? Billy Wilder con "L'appartamento" realizza una commedia amarissima o, a piacimento, un dramma con venature comiche. Una sorta di summa del suo multiforme cinema, l'opera dove coabitano le sue anime: dramma e commedia, dialoghi brillanti e silenzi, caos e vuoti, critica sociale e attimi di romanticismo. Più che la grande città, a schiacciare l'individuo è il suo simile: "L'appartamento" è una arguta analisi sul rapportarsi con il prossimo, e in ciò la disillusione la fa da padrona anche dopo un meraviglioso finale aperto. Nonostante le candidature dei due attori protagonisti non si trasformarono in vittorie (Jack Lemmon e Shirley MacLain in stato di grazia: meriterebbero un discorso a parte), per una volta che l'Academy fece la scelta giusta e ci piace ricordare la cerimonia del 1961 come "l'anno che l'Oscar conobbe il senso della commedia americana più alta". (D.C.)


La stangata - 1973

Cinquecentomila dollari tramite un sistema fasullo di scommesse: queste le dimensioni della truffa o "stangata" che la coppia di "artisti" Johnny Hooker/Henry Gondorff tira ai danni dello spietato boss Doyle Lonnegan, sullo sfondo di una magnificamente ricostruita Chicago degli anni Trenta (premi Oscar ai migliori costumi e alla miglior scenografia).
Commedia elegante, ricca di humor e invenzioni narrative, "La stangata" si basa in gran parte sulla chimica del duo Redford/Newman, già collaudato pochi anni prima nel sopravvalutato "Butch Cassidy"; nonché sul mirabile gioco di inganni nel quale lo spettatore stesso viene trascinato fino al colpo di scena finale.
Oscar al miglior film 1974, su dieci nomination ricevute portò a casa nel complesso sette statuette, tra cui quella alla miglior regia per George Roy Hill e quella alla miglior sceneggiatura originale per il giovanissimo David S. Ward. (G.M.)


Qualcuno volò sul nido del cuculo
- 1975

Agli Oscar del 1976 il regista ceco Milos Forman riuscì nell'incredibile impresa di accaparrarsi tutte le categorie più importanti (film, regia, attore, attrice, sceneggiatura) con l'inno alla libertà di "Qualcuno volò sul nido del cuculo". Ad oggi solo "Accadde una notte" di Capra e "Il silenzio degli innocenti" di Demme sono riusciti in tale exploit. Forman riuscì altresì a sbaragliare con netto clamore una concorrenza stellare rappresentata da Kubrick, Spielberg, Altman e Lumet. Mica male. La forza di "Qualcuno volò sul nido del cuculo" risiede proprio nella compattezza di ogni suo singolo compartimento, dal suggestivo e trainante messaggio di denuncia sugli ospedali psichiatrici all'agognante sete di libertà che emana, dalla strabiliante performance di attori sul set (non solo i premiati Nicholson e Fletcher ma anche gli esordienti Lloyd, De Vito e Schiavelli) a una regia che riesce eccome nell'obiettivo di enfatizzare e marchiare a fuoco un dramma sociale mascherandolo in una meravigliosa fiaba moderna. Forman si ripeterà dieci anni dopo con il capolavoro in costume di "Amadeus" (ben otto premi Oscar), confermando così la rapida ascesa di un'artista europeo a far breccia nel cuore della factory hollywoodiana. (M.D.S.)


Io e Annie - 1977

Nel 1977 Woody Allen è già il re della risata intelligente, ma l'amore per il cinema di Ingmar Bergman lo spinge più in là, nei dirupi della psiche e dei rapporti di coppia. Nasce così l'idea di un nuovo genere di dramma mascherato da commedia. Una nervous romance. All'inizio è "Anedonia" (in greco, "l'impossibilità di provare piacere"), poi diventa "Annie Hall", dal diminutivo e dal vero cognome di Diane Keaton. Tutto il film, in realtà, è un'ode alla deliziosa Diane, in forma straripante con le sue gag, i suoi sorrisi, le sue improvvisazioni e il suo look da Mary Poppins. Ma dietro l'omaggio alla compagna di quegli anni, si cela l'egocentrismo di Allen: è lui, nei panni dello sciagurato Alvy Singer, il protagonista, il paziente sul lettino dello psicoanalista.
"Io e Annie" non è solo l'archetipo (e la migliore) di tutte le commedie di Allen. È l'essenza della sua arte del contrasto uomo/donna, dell'eterna incapacità di capirsi, dell'anedonia dei rapporti sentimentali. È l'incanto - rinnovato poi nella rapsodia di "Manhattan" - di una "New York dell'anima" opposta titanicamente al resto del mondo. E a rendere omaggio alla pellicola che ha inventato il "mal di Los Angeles" sarà proprio Hollywood, con quattro Oscar: film, regia, sceneggiatura, attrice protagonista (Diane Keaton). (C.F.)


Gente comune
- 1980

Quando Robert Redford salì sul palco per ritirare l'Oscar per la miglior regia in molti rimasero meravigliati. La storia di una famiglia alle prese con l'elaborazione di un lutto famigliare era riuscita a sbaragliare una cinquina composta anche da "The Elephant Man" e "Toro scatenato". Era il 1981 e il film suggellò un cambiamento già in atto nella carriera dell'attore americano. Abituati a considerarlo nella sua veste attoriale, Redford era diventato nel frattempo un uomo di cinema a tutto campo, con la fondazione dello Utah Film Institute (1979) e successivamente del Sundance Film Festival. L'esordio registico rappresentò quindi la legittimazione di un cambiamento segnalato anche dalla scelta di un tema, quello del dramma familiare, lontano dalle corde di un attore che aveva forgiato la sua immagine sull'espressione più vitale dell'essenza americana. Sullo sfondo di un paesaggio autunnale e nel decoro delle case borghesi il dramma si colora di elementi psicanalitici per arrivare a delineare una crisi che, nella negazione dell'amore materno, mette in dubbio la natura stessa dell'istituzione familiare. Se il punto di forza del film rimane la capacità degli attori di restituire le fragilità emotive dei personaggi, "Gente comune", con il suo successo, diventerà l'apripista di un'annata in cui l'analisi delle disfunzioni familiari sarà centrale sia nella letteratura (Raymond Carver ed il romanzo minimalista) che in molto di quel cinema indipendente sponsorizzato dallo stesso regista. Forse non è stato un caso. (C.C.)


Momenti di gloria - 1981

Un film inglese quanto il marmite e il Sun. Olimpiadi 1924: un pastore scozzese, tra i favoriti per i 100 m, rinuncia perché la gara si tiene di domenica. Corre invece i 400 e a sorpresa vince. I 100 m sono vinti da un altro inglese, di origini ebraiche. Su questa vicenda ricca di spunti come la relazione sport/spiritualità e il conflitto tra l'appartenenza a una minoranza e quella a una nazione si basa il vincitore dell'Oscar come miglior film del 1981. In realtà i dialoghi non sono all'altezza della storia, e neanche la regia, che abusa del ralenti, o il cast mediocre (a parte Ian Holm nel ruolo dell'allenatore italo-arabo reietto). L'unico vero merito artistico della pellicola è l'indimenticabile colonna sonora di Vangelis, che ebbe meritatamente l'Oscar, mentre quello per miglior film se lo meritava di più "I predatori dell'arca perduta". Forse il successo dell'opera risiede nel parallelo tra grazia di Dio e vittoria individuale, perfettamente in sintonia col decennio che iniziava. (A.M.)


Il silenzio degli innocenti - 1991

Quando nel marzo 1992 "Il silenzio degli innocenti" di Jonathan Demme fece incetta di Oscar, si presentò subito come un vincitore anomalo. Innanzitutto perché era un film uscito nella prima metà dell'anno (era in concorso a Berlino), inoltre, essendo un thriller con venature horror, apparteneva a generi non propriamente amati dall'Academy. Eppure, questo successo di pubblico e critica riuscì ugualmente a vincere come Miglior Film, Regia, Attori Protagonista (Anthony Hopkins e Jodie Foster) e Adattamento, divenendo, dopo "Accadde una notte" e "Qualcuno volò sul nido del cuculo", il terzo e finora ultimo film a riuscire nell'impresa. Il suo trionfo mi fece molto piacere perché era la prima volta che un mio cult movie riceveva simili onori. Un critico italiano, forse esagerando, commentò: "la vittoria del "Silenzio degli innocenti" ci porterebbe a pensare che con gli anni i membri dell'Academy qualcosa di cinema hanno cominciato a capirci"; ricordo che condividevo questa affermazione! (M.S.)


Gli spietati - 1992

"Con "Gli spietati" Eastwood pone la pietra tombale al western classico con un film intriso della quintessenza della morte. Un racconto superbo e drammatico dove il vecchio west è ormai già mitologia da narrare ai figli, dove scribacchini seguono gli ultimi dinosauri di un epoca lontana, avventurieri e pistoleri per i quali non c'è più spazio nella società civile delle leggi e dei commerci. O forse rimane ancora il tempo per un'ultima epica scorribanda, un'ultima avventura prima del tramonto. Forse è proprio Will Munny, un "bastardo figlio di puttana" che nei vecchi tempi elargiva piombo con estrema facilità mentre ora è padre e contadino, l'uomo destinato a diventare l'antieroe che chiuderà la sua generazione facendosi autore di un'ultima impresa. Con "Gli spietati", racconto favolistico e malinconico sull'età dei grandi fuorilegge, Eastwood firma l'ultimo capolavoro del genere: elegante, romantico e brutale, è questo un film che vale decine di carriere registiche. Doverosa e sentita la dedica a Don Siegel e Sergio Leone. Una pellicola da amare per tutta la vita". (S.P.)


Forrest Gump - 1994

Le vette di generosità e le cadute nel patetico cui Hollywood ci ha abituati. Insieme. La storia di una nazione raccontata dall'industria delle emozioni contraddittorie per eccellenza. Una piuma volteggia e si posa precisa sulla scarpa del protagonista: il prodigio tecnico (per l'epoca) introduce la panchina su cui Forrest aspetta l'autobus e la scatola di cioccolatini ispiratrice di una massima scialba, di cui però si fa ancora parodia. Una delle tante, riuscitissime trovate di marketing. L'ignaro eroe-tontolone rievoca la sua incredibile vita, per puro caso a fianco di note personalità (come Elvis che gli copia le movenze goffe) nel cuore degli snodi-chiave del secolo (su tutti: la guerra in Viet-Fottuto-Nam). Condividono le sorti della sua lunga corsa l'amica-amante Jenny con la sua favola triste e l'indimenticabile Dan, che fa carriera nell'esercito e ci lascia le gambe. Un turbine di trovate da amare o da odiare. O con cui acriticamente lasciarsi andare: in fondo, shit happens... (C.Z.)


American Beauty - 1999

Questa storia di ipocrisie e frustrazioni ha l'alchemica prerogativa della connessione tra l'asprezza del ritratto sociale e l'ironia grottesca della commedia sofisticata, ma non insegue la mediazione, anzi ricerca caparbiamente conflitti e contrasti che, alla fin fine, costituiscono le cifre costanti non solo delle dinamiche relazionali dei personaggi, ma anche della veste formale del film. Mendes, infatti, alterna il sublime al kitsch, la classicità al pop, il dramma alla commedia, il sesso alla violenza, riuscendo a suscitare un raffinato gioco di antitesi emotive nello spettatore che, seppur smarrito nelle bizzarre, labirintiche trame familiari dello sfigatissimo Lester Burnham, non può non avvertire affetto e compassione per il suo triste destino. "American Beauty", seppur inferiore rispetto ad altri lavori del regista (si pensi al dolorosissimo "Revolutionary Road") resta un iconico compendio del gusto e delle tendenze degli anni novanta, ma soprattutto un battesimo cinematografico memorabile che ha chiuso col botto il primo secolo di cinema. (V.L.)


Non è un paese per vecchi
- 2007

Otto nomination e quattro Oscar (tre a Joel e Ethan Coen per miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura non originale; uno a Javier Bardem, migliore attore non protagonista).
Tratto da un romanzo di Cormac McCarthy, è la storia di una valigetta di dollari che capita nelle mani (sbagliate) di Llewelyn (Josh Brolin) e che Chigurh (Bardem) prova a recuperare. Bardem giganteggia e gigioneggia nei panni di un personaggio enigmatico: è uno psicopatico? Un cane sciolto? Un criminale di nuovo tipo? Oppure la nemesi di un terribile dio greco, che ogni tanto tira la bilancia del fato, un'anonima moneta, per decidere chi deve vivere e chi no nei casi più dubbi?
Fotografia bruciata dal sole texano e messicano, montaggio ellittico e supportato da un preciso lavoro di tipizzazione dei personaggi, di cui possiamo intuire le azioni che la regia non ci fa vedere. Ottimo mescolamento dei generi, dall'epica western alla freddura da dark comedy, sempre e comunque on the road e in cui la famigerata valigetta è solo un pretestuoso Mc Guffin. La morale è che il mondo era crudele e adesso è anche cattivo. (P.C.)
Speciale Oscar: ricordo di una statuetta