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Speciale registi - Il miglior film di Quentin Tarantino

Speciale registi - Il miglior film di Quentin Tarantino

di Redazione di Ondacinema

Portiamo il ciclo del registi hollywoodiani degli ultimi 20 anni a un punto di svolta: colui che ha iniziato la rivoluzione dei giovani cineasti, nati indipendenti e diventati dominatori dell'industria del cinema americano. Il regista di "Pulp Fiction" e di altri sette capitoli imprescindibili della storia della Settima arte

Per Quentin Tarantino non potevamo limitarci alla regola solita degli altri speciali simili. Avremmo sostanzialmente scritto tutti delle "pillole" su "Pulp Fiction". Stavolta, invece, abbiamo voluto lasciare libero sfogo alla nostra voglia di scrittura: ogni redattore, infatti, scrive di un film del genio di Knoxville a piacimento. Sì, perché indipendentemente dalla scelta del più bel film, fra gli otto lungometraggi diretti fino a questo momento, una caratteristica scontata e ritrovata anche nel nostro dibattito redazionale è proprio quella dell'inesauribile fonte di riflessioni che il cinema di Tarantino ci fornisce.
Una personalità così indefinibile nel panorama mondiale: un uomo-bambino, che si presenta alle conferenze in perenne agitazione, che stila liste di film amati sempre discutibili e quanto meno azzardate, che definisce sempre i suoi film come degli scherzi, dei giochi, degli oggetti ludici con cui sfoga la sua passione per la macchina da presa. Ebbene costui è anche una delle figure più influenti di tutta la storia del cinema, autore di un percorso artistico clamoroso, inimitabile, solamente degno di tutta la possibile ammirazione.

Partito con "Le iene" dalla volontà di scrittura e rilettura di tutto ciò che, da puro appassionato aveva ingurgitato in anni e anni di visioni filmiche, Tarantino ha in realtà fin da subito stupito tutti per questo contrasto tra il suo personaggio pubblico e la profondità di sguardo del cineasta che in realtà è. Non c'è un solo titolo della sua scarna filmografia che non presenti queste costanti: perfino in "Grindhouse" c'è una riflessione sull'essenza degli slasher movie e una ricerca della messa in scena action, culminante nelle maestose scene di inseguimento automobilistico.

Quando i detrattori lo attaccano per l'esagerato culto che si è creato attorno a lui hanno clamorosamente torto. Tarantino è un maestro di scrittura, un esteta dell'inquadratura perfetta, un incredibile direttore di interpreti, un trascinatore della squadra che lavora insieme a lui. C'è ancora chi lo definisce un regista pulp, espressione che non vuol dire nulla, perché semplicemente non esiste un genere cinematografico pulp. Troppo facile e accomodante inserire Tarantino in una categoria, magari tentanto di sminuire il suo cinema alla stregua di quella "serie B" che lui tanto ama e difende a spada tratta. In realtà, la sua è arte che vola altissimo, non solo quando riscrive le regole del noir e del gangster movie, non solo quando si cimenta con una fonte letteraria illustra come Elmore Leonard, non solo quando tenta l'impresa impossibile (riuscita in pieno) di concentrare in un unico film ("Kill Bill") la Carta costituzionale delle sue convinzioni artistiche. Anche quando si è lanciato in un'apocalittica rilettura della Storia, americana e non solo, con i suoi ultimi tre film, Tarantino ha sorpreso ancora: ci sono più domande e dubbi da sciogliere nei suoi capolavori che in centinaia di "canonici" film storici.



8. GRINDHOUSE - A PROVA DI MORTE (Death Proof, 2007)

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Otto donne e una Dodge
Sgangherato omaggio al cinema di exploitation degli anni 70, "Grindhouse - A prova di morte" sembra poco più di un pretesto per permettere al regista più cinefilo della sua generazione di fare sfoggio di citazionismi (dalla Dodge Challenger 1970 di "Punto Zero" alle amazzoni maggiorate di Russ Meyer) e manierismi (l'interminabile, frenetico, adrenalinico inseguimento finale) di altissimo livello. Eppure, proprio quando ci si convince di trovarsi di fronte a uno sterile, seppur colto, divertissement, Tarantino spiazza lo spettatore affidando il cuore della pellicola alle chiacchiere delle protagoniste femminili che si contendono lo schermo. Otto donne sboccate, disinibite, esuberanti, straordinariamente vere, che si esibiscono in due elaboratissimi, sinuosissimi cazzeggi dal ritmo vertiginoso. Parlano di sesso, lavoro, famiglia, si prendono in giro tra una risata e un bicchierino di troppo. Non succede nulla, in sostanza, ma sono momenti di cinema di immediata potenza e ruvida schiettezza.
Stefano Guerini Rocco


7. JACKIE BROWN (1997)

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Tarantino senza se stesso
Prendete Robert De Niro, il carisma di Vito Corleone, Travis Bickle e Jake LaMotta: disintegratelo. Prendete l'esuberanza e il funambolismo narrativi di "Pulp Fiction" e "Le iene": azzerateli. Prendete un genere, il noir, imbevetene la tradizione e gli schemi classici nella Los Angeles degli anni '90. Questa la ricetta di "Jackie Brown", film che nega il "tarantinismo" per la misura e la prudenza che lo dominano. C'è più fiducia nei personaggi, poco o punto umorismo cruento, sorprendente sobrietà nell'uso della macchina da presa. Certo manca l'innovazione, ma divertimento e compattezza fanno il resto. E poi è davvero uno spasso questo De Niro instupidito e patetico.
Alessio Bottone


6. DJANGO UNCHAINED (2012)

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Il rosso (sangue) e il ne(g)ro
Dopo aver fatto distruggere (letteralmente) la Storia da parte del cinema coi suoi Bastardi, il “negro onorario” Quentin Tarantino persegue una più salda fusione fra narrazione storica e gioco postmoderno così da vincere nuovamente la Storia, ma attraverso la metabolizzazione nel suo sconfinato mondo filmico. Prima di portare ad un ulteriore livello questo scontro con gli Odiosi 8 (e completarlo ?) il regista di Knoxville mette mano all'epica western e la usa come puro contenitore cinematografico per il suo “nuovo” talento critico (anti)storico, affrontando di pieno petto la questione razziale (e non solo schiavistica). Ma sempre di Tarantino si parla e pertanto, così come nel grande romanzo realista francese, opta per la stratificazione: storia di vendetta (ancora), affresco degli Stati Uniti pre-guerra civile, western postmoderno, film-saggio sulle vere origini della propria nazione, melodramma, riflessione sull'eticità dell'agire, riadattamento di antiche leggende germaniche. E quando Candyland salta in aria con essa stavolta non deflagra solamente il Cinema in generale ma pure il proprio. Dimostrando la coerenza e la preziosità (e necessità) della tanto criticata svolta storica.
Matteo Zucchi


5. THE HATEFUL EIGHT
(2015)

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La mia cara e vecchia Mary...
Vi sono autori le cui sceneggiature, più che da leggere, sono da guardare. Sulle pagine bianche le parole di Tarantino si aprono a grappoli, disegnano profili, spianano radure, incidono caratteri, volteggiano sulle sincopi di una danza sbilenca, che è già un ballo di morte. Ma anziché irrigidirsi nelle fatalità ossessive di un cinema pre-visto, gli script sono già un film a parte, un'ipotesi gravida di sviluppi nei molti mondi dell'universo tarantiniano. Così è - soprattutto - per l'ottavo film (e un quarto) del cineasta di Knoxville, una piccola gemma di tre ore, uno scampolo di pellicola nato tra le pieghe di Django, dal dubbio di non aver ancora - e del tutto - chiuso i conti col Western e la sua mitologia. Un film minuziosamente concepito, eppure accidentale: trafugato (lo script originale fu diffuso contro il volere del regista), abbandonato e poi riscritto da Tarantino. Lo immaginiamo chino sui fogli, tutto intento a rimaneggiare l'ultimo atto, sino a voltare il più classico gioco al massacro in quel teatrino malsano di cattiveria, ironia e sangue, in cui ogni accenno di risata è frenato e il più violento dramma è trattenuto dal grottesco. Siamo alla prova della maturità, nel crocevia che amalgama il Cinema e la Storia, sino a eludere ogni frattura tra la realtà e il suo racconto, ché tanto di entrambe è parte la menzogna. Non dubitiamo che per Tarantino la lettera di Lincoln sia, in fondo, più vera del vero.
Matteo Pernini

Senza catarsi
Dopo i due primi capolavori, Tarantino ha lavorato sul tema della vendetta affidandosi a precise figure ricorrenti: le donne, i neri, talvolta gli ebrei. Deboli o discriminati per antonomasia che, da "Jackie Brown" a "Django Unchained", trovano riscatto in un catartico trionfo finale. Il copione - esile tutto sommato - rischiava alla lunga di farsi ripetitivo; l'incursione nella Storia aveva permesso agli ultimi due film di ampliare il discorso. "The Hateful Eight" cambia registro: come da titolo, son tutti (anche il nero e la donna) brutti, sporchi e cattivi. Ma l'affondo nichilista è più di maniera che di sostanza. La rilettura cinica e grottesca dei miti fondativi (la frontiera, l'abolizione della schiavitù, l'individualismo) appare un semplice ritorno a "Le iene" con tanto mestiere sulle spalle, piuttosto che un'estensione della poetica personale. La grandezza di Tarantino è interna all'universo-cinema: e ciò che faceva la grandezza dei due film precedenti, più che il dialogo con la Storia restava quella catarsi finale in cui l'impossibile trovava una sua rivincita, fuori dalla Storia e sulla Storia, grazie alla potenza del cinema. "The Hateful Eight", invece, si prende a mio giudizio sin troppo sul serio.
Stefano Santoli


4. BASTARDI SENZA GLORIA
(Inglorious Basterds, 2009)

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Burn, Cinema, Burn!
"Bastardi senza gloria" segna per tutti l'entrata nella maturità di Quentin Tarantino o, per lo meno, del suo cinema - lasciando forse intendere che opere quali "Le iene" o "Pulp fiction" fossero i giochi di un ragazzo. Il sesto lungometraggio dell'autore di Knoxville pone in evidenza la sua nuova passione per la Storia ma non la materia in quanto tale, come veicolo didattico, ma la forma-cinema della Storia. È così che Tarantino mescola senza soluzione di continuità grottesco e guerra, Aldrich e Lubitsch sullo scheletro di un b-movie di Enzo Castellari. In "Bastardi senza gloria" si squaderna ciò che in "Death Proof" appariva in modo più astratto e teorico: il dialogo è il vettore attivo dell'azione narrativa e la prima dialogatissima sequenza è uno dei maggiori saggi contemporanei di tensione e di suspense hitchcokiana - sui cui il regista tornerà, amplificandone resa e minutaggio, in "The Hateful Eight"; il cinema polimorfo tarantiniano non ha semplicemente un'identità propria ma costituisce una galassia narrativa a parte che non ha più bisogno di padri o padrini. Ricalibrando la farsa meta-teatrale di "Vogliamo vivere!", il regista può mettere in scena un incendio di idee il cui carburante è la pellicola stessa e il tempio la sala cinematografica: in un orgiastico rito di purificazione della Storia, Quentin Tarantino brucia il cinema dalle cui ceneri è nato.
Giuseppe Gangi

La versione di Quentin
È possibile parlare dell'apice della filmografia di Quentin Tarantino senza menzionare "Pulp Fiction"? Potrebbe apparire un azzardo omettere quel capolavoro degli anni 90, che ha fatto conoscere al grande pubblico il modo di frullare generi e rielaborare storie e personaggi così personale e unico. Tuttavia, a pari merito di gradimento, "Bastardi senza gloria" è il film dell'ennesima svolta, del definitivo cambio di pelle di un regista che stupisce ogni volta per l'inventiva e il genio. È il film della maturità che trova un perfetto equilibrio tra racconto e dialoghi, citazionismo alto (Lubitsch) e b-movie (Enzo Castellari) e nuovi personaggi che entrano con coerenza nell'immaginario del regista del Tennesse (il colonnello Hans Landa). La differenza, questa volta, viene fatta dalla Storia. Tarantino racconta la Seconda Guerra Mondiale senza lo scrupolo dello storico né la timidezza dell'inesperto. Riscrive la "sua" versione, piegando la veridicità degli eventi al flusso del proprio racconto. Grande prova di carattere e di coraggio da vero autore: dopo sarà la volta di riscrivere il West. "E' il mio capolavoro", l'ultima battuta la dice lunga.
Alessandro Corda


3. KILL BILL (2003-2004)

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La casa delle foglie blu
Kill Bill 1 è - credo - l'unico film che ho visto al cinema 3 volte in 24 ore. E' uno snodo importante della cultura contemporanea, non solo del cinema. Risuona con uno dei pezzi brevi più geniali di David Foster Wallace, quello che finisce con "we're going to have to be the parents". Kill Bill 1 e 2 sono la versione cinematografica di 4 ore di quel pezzo. Il concetto è lo stesso, solo espresso attraverso citazioni di film degli Shaw Brothers e una tecnica cinematografica per quel che mi riguarda perfetta. Il cinema postmoderno di massa smette di guardarsi allo specchio per ammirarsi (Pulp Fiction) e si volgerà, da Bastards in poi, a guardare il mondo, in particolare la questione razziale. Ma prima questo cinema deve morire e risorgere (Uma rinviene dal coma in Kill Bill 1, esce da una tomba in Kill Bill 2) tornando alla radice della narrazione, agli archetipi proppiani, la quest per l'arma magica, le prove a cui l'eroe si sottopone, l'incontro col figlio smarrito che si credeva morto. Uma's going to have to be a mother. Quentin's going to have to be an adult.
Alberto Mazzoni


2. LE IENE (Reservoir Dogs, 1992)

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Neo Noir in salsa shakespeariana
Quando uscii dalla sala cinematografica nel 1992 ebbi l’immediata consapevolezza di aver visto un capolavoro e la nascita di un grande autore. Le mie aspettative e il pronostico che feci al mio amico con cui andai a vedere il film furono confermate negli anni a seguire e Quentin Tarantino è ormai considerato quasi all’unanimità uno dei più importanti registi di questi ultimi vent’anni. “Le iene” mi colpì subito per la scrittura complessa, i dialoghi brillanti e accattivanti, il montaggio alternato con continui flash back e flash forward, partendo dalla messa in scena in quella rimessa che assomigliava tanto a un palcoscenico dove scorreva sangue, vita e morte in egual misura con un gusto shakespeariano di tragedia annunciata e recuperando e rimodernando tutti i topoi del noir, facendo diventare la pellicola una di quelle pietre miliari del genere in rinnovamento e lanciando Tarantino nell’empireo dei grandi autori del cinema mondiale.
Antonio Pettierre

Da Mr. Brown a re del cult
Quando nel 1992 una panoramica circolare accese i riflettori su di una tavola calda americana successe un qualcosa di strano. Quando uno (ma non uno qualunque) di quei sette brutti ceffi in giacca e cravatta si avviava a dissertare la favola della "fava grossa" di Like a Virgin di Madonna, quando grottescamente, di lì a poco, un altro spostò il filo del discorso sul pleonastico tema delle mance alle cameriere, qualcosa cambiò nella storia del cinema. Fu come se gli ingranaggi ben oliati fino a quel momento faticassero improvvisamente a registrare quelle nuove immagini, quelle sprezzanti parole. Nessuno era pronto a recepire Tarantino, nessuno poteva prevedere nulla di simile. In appena otto minuti un trentenne di Knoxville, con due lire in tasca, aveva dato inizio a un mito cinematografico che rifuggiva categoricamente qualsiasi genere di riferimento. Nei successivi vent'anni di carriera le parole "cult" e "genio" si inseguiranno di film in film, gli omaggi cinefili alla Nouvelle Vague e al funambolico cinema asiatico (oltre al montaggio del The Killing kubrickiano e allo stallo alla messicana di leoniana memoria, tanto per rimanere in tema al capolavoro d'esordio) si scontreranno con le accuse di plagio dei detrattori, disgustati dalla gratuità di una violenza estrema e grottesca, da un'ossessione smisurata nei confronti del mito della nemesi.
Matteo De Simei


1. PULP FICTION (1994)

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Una centrifuga pulp
La sublimazione dell’arte del citazionismo cinefilo di Quentin Tarantino, ma anche il film che generò un nuovo ibrido fertile, in grado di diffondersi capillarmente negli anni a venire. "Pulp Fiction" reinventa il film crime e d’azione con un’operazione cruciale per il nuovo cinema americano. Aggiudicandosi la Palma d'Oro a Cannes e il premio Oscar come migliore sceneggiatura originale nel 1995. L'influsso di maestri come Hitchcock e Don Siegel, De Palma e Godard, ma anche il retaggio di interi pomeriggi trascorsi a fagocitare spezzoni di b-movie d’ogni angolo del mondo (Italia in primis): tutto si ricompone in questa macchina perfettamente oliata che catalizza violenza ed emozioni, dialoghi logorroici e sequenze fulminanti. Merito di una narrazione irresistibile, che intreccia quattro storie con una struttura circolare che torna al punto di partenza andando però avanti e indietro nel tempo. A Tarantino riesce tutto, e niente da allora sarà più lo stesso.
Claudio Fabretti

Il big crunch che generò il postmoderno
Le due pellicole che in qualche modo segnarono il 1995 si rapportarono entrambe con la natura frammentaria del Tempo. Il primo: il pluripremiato "Forrest Gump", opera una sorta di recherche proustiana nella ricostruzione, flashback dopo flashback, della vita del suo goffo protagonista. Il secondo: il capolavoro post-moderno "Pulp Fiction", demolisce, frammenta per poi riaccorpare in nuovi ordini le sue sequenze temporali: presenta scaglie di tempo che rifiutano la risistemazione in un ordine puramente cronologico.
È dunque in ciò prima di tutto (e non solo nelle sue scene ormai letteralmente "di culto") che il film del regista di Knoxville diventa il ritratto del post-modernismo. Nella sua forma sincopata e priva di centri nevralgici l'opera si pone inoltre alla base di ciò che sarà tutto il cinema tarantiniano: ovvero un'azione di riscrittura. La riscrittura della storia (in "Bastardi senza gloria") o la riscrittura dei generi (in "Django" e in "The Hateful Eight") pongono a loro fondamento quest'ordigno che deflagrando dilania la struttura finora assodata e indispensabile del tempo, generando un Big Crunch che ritrae l'architettura stessa del contemporaneo.
Eugenio Radin

Una riscrittura per i nostri tempi
Al pubblico nato successivamente alla sfavillante New Hollywood degli anni 70 una storia del cinema era già stata consegnata. Tra i contemporanei ci si appropriava di personali cult, di anime ed estetiche imparentate ad una propria formazione. Fin dalla presentazione al Festival di Cannes “Pulp Fiction” sconquassò molte certezze e obbligò gli spettatori dell’oggi a riscrivere la storia del cinema statunitense, invitandoli ad accatastare in tempo reale un simbolo contemporaneo nel grande libro della Storia. Reduce dal ragguardevole exploit di “Le iene”, Quentin Tarantino alza la mira e forgia un’ampia mistura di umori ed immaginari contemporanei. Una riscrittura del gangster movie, ipotesi di commedia, una riformulazione grammaticale dei codici narrativi. Nell’apparente rigurgito di chiacchiere in libertà, la scrittura tarantiniana è in verità all’insegna di un maniacale rigore, i labirinti narrativi ed il caos della parola sono abitati da una colonna sonora elettrizzante, da un susseguirsi di sequenze ognuna delle quali contenente almeno un momento da ricordare. “Pulp Fiction” non è per chi scrive un film della vita, ma se esserne contagiati almeno in parte è una inevitabilità, contestarne la portata epocale sarebbe ormai malafede. Comunque lo si veda, un film irresistibile.
Diego Capuano

L'apoteosi del gesto gratuito
Scrivere, ordinare, dare un senso logico e cronologico a degli eventi e poi scardinare tutto. "Pulp Fiction", prima ancora che fluviale epopea gangster e noir, è l'esperimento-cardine di tutta la carriera cinematografica di Quentin Tarantino, il suo manifesto intellettuale, prima ancora che artistico. Il genio, il maestro, il creatore è padrone assoluto della materia. Prende e disfa a suo piacimento, risponde solo alla sua coscienza critica, non a regole preordinate. "Pulp Fiction", il cui titolo fu anche la maledizione del Maestro per quella parola, "pulp", che lo avrebbe perseguitato come una sorta di ridimensionamento della sua opera, è riflessione sul gesto gratuito, inteso come elemento deflagrante in una vicenda filmica. Il gesto gratuito, che il cineasta inserisce come un mago inserisce il trucco nella sua magia, è l'occasione per sovvertire il normale corso delle cose. È così che il mèlo che coinvolge Mia e Vincent diventa una commedia all'acido per via di una dose di eroina scambiata per cocaina; che una storia di sport, redenzione e fuga si trasforma in una grottesca discesa agli inferi per il povero pugile Butch, per colpa di un orologio che la sua Fabienne ha dimenticato nel posto sbagliato; e che il più classico degli episodi gangster, con due sicari che vanno a fare un lavoro facile, diventa un'indefinibile impresa nel ripulire una macchina insozzata di sangue e pezzi di cervello.
Giancarlo Usai

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