Speciale Taviani: ritorno al "Savoia" | Speciale | Ondacinema

Speciale Taviani: ritorno al "Savoia"

Speciale Taviani: ritorno al "Savoia"

di Lorenzo Taddei

Freschi vincitori dell'Orso d'Oro a Berlino i fratelli Taviani raccontano il loro "Cesare deve morire" all'anteprima tenutasi all'Odeon Cinehall di Firenze

"L'arte è la prima forma di libertà, a volte è l'unica"

Per l'anteprima di "Cesare deve morire" all'Odeon Cinehall di Firenze, tornano i trionfatori del recente festival di Berlino. Con lo stesso vitale e fanciullesco entusiasmo con cui hanno ricevuto - e si sono scherzosamente contesi - l'Orso d'oro, rispondono agli applausi e alla standing ovation del pubblico. 

Non c'è un posto libero. La platea, i palchetti laterali, il loggione , tutti i biglietti sono esauriti da giorni. Per far fronte alle richieste, allo spettacolo unico previsto per le nove viene aggiunta una replica a seguire. L'assessore alla cultura della regione Toscana Cristina Scaletti introduce i maestri sul palco, ringraziandoli di aver dimostrato concretamente come la cultura sia alla base di ogni sviluppo e rilancio sociale.

Prende la parola Paolo, il più flemmatico fra i due, felice di trovarsi nello stesso cinema in cui nel 1987 girarono "Good Morning Babilonia" (perché molto somigliante ai cinematografi hollywoodiani del primo decennio del Novecento) e soprattutto lo stesso cinema dove da ragazzini lui e Vittorio "scendevano" fin da San Miniato.  A quei tempi si chiamava ancora "Savoia" ed era il cinema con le luci "a resistenza", ovvero lampadine che si oscuravano gradualmente ed erano capaci di emozionare ancor prima che il film cominciasse.

Il maestro ammette di aver accettato tardivamente l'invito ad assistere alla rappresentazione del "Giulio Cesare",  condotta da Fabio Cavalli (che ha collaborato alla sceneggiatura del film) presso il carcere di Rebibbia. Lo scetticismo iniziale nei confronti di un opera sì di importanza sociale, ma che fosse il solito lavoro "filodrammatico", è stato però sostituito da un autentico entusiasmo e dalla voglia di farne al più presto un film. Di fronte alle prove dei detenuti, che recitavano ognuno nel proprio dialetto la tragedia di Shakespeare, i Taviani hanno colto la verità. Come se questi detenuti della sezione di massima sicurezza - ex trafficanti di droga, mafiosi, camorristi - avessero interiorizzato le loro "parti", dando una nuova lettura esistenziale della tragedia di Shakespeare. "Cesare deve morire non è un documentario, bensì un film a tutti gli effetti" afferma Paolo. "Pur rifacendosi al teatro, è puramente cinema" aggiunge Vittorio.

Così Vittorio irrompe sul palco, l'immancabile cappello, brandendo il microfono dichiara a gran voce il suo amore per Firenze, la sua seconda città, la sua patria artistica. Gli chiedono perché la scelta del bianco e nero e Vittorio, con la solita veemente ironia, risponde che è più importante parlare del perché sia stato scelto il "Giulio Cesare". La prima volta a Rebibbia, racconta che Salvatore Striano (Bruto nel film) stava leggendo il canto di "Paolo e Francesca" in dialetto napoletano, reinterpretando così quei versi ai Taviani così familiari in un modo del tutto nuovo, con una forza e una disperazione che fuoriusciva dalle parole. Nessuno più di loro può conoscere l'amore disperato , la disperazione per aver abbandonato le mogli, le fidanzate, per non poter più conoscere l'amore se non attraverso il vetro della sala colloqui.

Il "Giulio Cesare" è una tragedia "italiana", che racconta un momento cruciale della storia del nostro paese, e del mondo intero, ma soprattutto è una vicenda di "uomini d'onore"  e proprio in mezzo a "uomini d'onore" Paolo e Vittorio si resero conto di trovarsi.
Uomini che hanno vissuto e scelto secondo il proprio "codice". Uomini che vivono le stesse tragedie che affiorano nell'opera di Shakespeare. Non tutte le carceri d'Italia sono fornite di una biblioteca o di un teatro.  Alcuni detenuti, come ad esempio quelli di Reggio Calabria, restano privi del respiro di libertà che l'arte può offrire. Ed è a loro che si rivolge l'appello dei detenuti di Rebibbia ed è questo appello che Vittorio rivolge al pubblico di Firenze: pensiamo a loro. Pensiamo a loro. 

Un altro applauso saluta i maestri che si accomodano in platea. Le luci "a resistenza" ci sono ed emozionano ancora, come lo straordinario film che sta per cominciare.

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