Terry Gilliam a Roma: "Il mio Don Quixote come Frankenstein" | Speciale | Ondacinema

Terry Gilliam a Roma: "Il mio Don Quixote come Frankenstein"

Terry Gilliam a Roma: "Il mio Don Quixote come Frankenstein"

di Diego Testa

La conferenza stampa di Terry Gilliam a Roma il 21 settembre 2018, in occasione dell'anteprima della sua fatica lunga 29 anni "L'uomo che uccise Don Chisciotte"

Terry Gilliam ce l'ha fatta. Il suo ultimo film vedrà la sala, dopo cinque anni da "Zero Theorem". Ma verrebbe da dire dopo 29 anni da quando il suo autore ha iniziato a lavorare a "The Man Who Killed Don Quixote", nel 1989 in una forma embrionale: prima un'idea, poi una sceneggiatura e soltanto 11 anni dopo la produzione prendeva vita. Quel primo tentativo fallito, si imprime nel cinema col documento "Lost in La Mancha" (2002) non per abiurare bensì per ricordare che il cinema può rifiorire sempre diverso, pronto a raccontare una storia. Perché, come ha asserito Gilliam, "una buona storia vive per sempre".

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Roma, hotel Bernini. La proiezione si è appena conclusa con un applauso non lungo ma convinto. Si è riso durante "L'uomo che uccise Don Chisciotte", ma anche riflettuto sul film e sul fare cinema. Il giovane Toby Grisoni (Adam Driver) ha spento gli ideali nel guadagno generato dal lavoro pubblicitario, ma gli torna in mente il suo lavoro giovanile su Don Chisciotte proprio mentre è sul set. Grisoni è un regista, convinto agli esordi da studente di essere anche un artista. Gilliam, nell'hotel lussuoso di piazza Barberini genera un forte contrasto: abiti larghi ed esotici, capelli lunghi che gli cadono sul collo e un viso duro ma gioviale, occhio luciferino di chi sogna ancora come un bambino (è del 1940). Lui però non ha rinunciato come Toby, al perché abbia continuato a credere nel film risponde: "Perché tutte le persone ragionevoli mi dicevano di fermarmi. Ma io non credo nelle cose ragionevoli, voglio essere irragionevole. Don Quixote è veramente un personaggio pericoloso, quando comincia a viverti nel cervello inizi a diventare come lui fino quasi alla morte", e ironizza ridendo "ho fallito la parte della morte".
Il regista si focalizza sulla figura del regista Toby, regalando una chiave di lettura interessante a partire da quanto sia cambiato rispetto all'adattamento rigettato: "Questa è la storia di un uomo che ha tradito il proprio talento per soldi facendo spot commerciali su cibo spazzatura. Lui è stato il creatore di Don Quixote dunque è come la storia di Frankenstein: lui è colpevole, ha molte responsabilità. Questo per me è molto importante perché troppi filmaker non accettano la responsabilità o gli effetti dei loro lavori sulle persone. I film sono davvero importanti per portare le persone a riflettere o a comportarsi in maniera corretta. O anche scorretta che è più interessante". Il cineasta deve smuovere criticamente lo spettatore, secondo Gilliam, forse considerando  il suo un atto politico, come politica è la simpatica staffilata riservata a Donald Trump nel film.

Ma cosa è cambiato nello script su Don Chisciotte? Gilliam dichiara di aver riscritto la sceneggiatura molte volte e soltanto recentemente si è optato per quella finale, dovendo fare i conti con problemi di budget (molto ridotto rispetto alla produzione precedente) che hanno trasformato una storia sul viaggio temporale[1] in una storia sul sogno (o incubo?) ambientata ai giorni nostri: "Nel 1989 pensai del libro che era impossibile adattarlo, così grande e ricco. Lo script è diventato migliore nel tempo perché se ne hai molto ti annoi delle tue idee. Io mi considero un mistico quindi penso che il film si sia scritto da solo, però è uno scrittore molto lento". E poi specifica: "Questo film non poteva esistere nel 2000 perché un film è qualcosa che esiste in un preciso tempo e grazie a specifici gruppi di persone". D'altronde ci tiene a parlare dei suoi attori: "Ho conosciuto Adam in un bar di Londra; era veramente unico e non sembrava comportarsi né come un attore né come una star. È una persona vera. E vorrei dire qualcosa su Johnathan Pryce perché lui ha voluto fare questo film per 15 anni e io non l'ho mai assunto. Così quando è accaduto la sua prova è stata fantastica: in un certo senso ha inglobato tutti i personaggi shakespeariani della sua carriera in uno solo".

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Nonostante le peripezie e le sofferenze per cui Terry Gilliam è passato, l'ex Monty Python ammette di voler essere ancora un sognatore: "Adoro ogni mio sogno, non li rifiuterei. Rimango aggrappato a essi perché la vita non diventi ripetitiva. Penso che dobbiamo fare riferimento ai due personaggi: siamo tutti Sancho Panza e Don Quixote, dipende se vogliamo essere noiosi piuttosto che folli. Una cosa che mi ha permesso di sopravvivere sul set è stata la bambina avuta da mia figlia durante il film: potevo sdraiarmi sul pavimento e giocare con lei, e comunque la bambina era più grande di quanto lo fossi io".

Ma i sogni, la fantasia che scaturisce da essi non possono essere nulla se non sono esposti criticamente al reale. Alla domanda su un presunto cinema del reale contemporaneo, associato alla figura rigida e priva di sogni di Toby quale Sancho Panza, Gilliam risponde: "Stai dicendo che gli Avengers sono più simili a Sancho Panza? Non credo, anzi i grandi film (blockbuster NdR) riguardano totalmente il fantastico senza collegamenti con la realtà. Un mondo dei sogni infantile è stato generato là fuori. Il conflitto, la tensione tra fantastico e realtà, abbiamo bisogno di entrambi. Quixote è il sognatore e il folle; Sancho il realista. Risulta sempre un doppio atto. E ho paura che "Avengers" e molti altri film riguardino soltanto la fantasia".

La critica di Terry Gilliam riguarda tutti noi, riguarda il cinema contemporaneo, forse l'unica forma di produzione ancora in grado di fare incassi in sala: micro-eventi, depositari di una ritualistica presenza. Eppure lui tira dritto e il rapporto col suo cinema sembra tutto qui: "Don Quixote non muore mai, la conoscenza si tramanda. Quello che fa l'arte: lasciare un'eredità, non siamo originali ma rubiamo da chi ci ha preceduto". Lo descrive bene una frase che il direttore della fotografia Nicola Pecorini fa risalire alla moglie: "Lo accusa di fare sempre lo stesso film. La testardaggine di Quixote di vivere la fantasia sta nelle parole del diavolo di "Parnassus" quando dice da qualche parte qualcuno sta raccontando racconta una storia".
Per Gilliam esistono sette tipi di storia: "Continuiamo soltanto a raccontare sempre la stessa storia. La nostra vita non cambia più di tanto, mentre una buona storia continua a vivere".

Alla richiesta se ci sia o meno un nuovo lavoro, Gilliam risponde di non sapere cosa fare ma, parole sue in italiano: "Spero, invero".

Nota d'interesse sul film: Terry Gilliam tiene a far sapere ai meno attenti che un certo personaggio, nei crediti, ha il nome di Diaz Ex Machina. Di certo non vi riveleremo quale.
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