Tutto il 2014, il riepilogo di un anno di cinema | Speciale | Ondacinema

Tutto il 2014, il riepilogo di un anno di cinema

Tutto il 2014, il riepilogo di un anno di cinema

di Giancarlo Usai

Come ogni anno, ripercorriamo con una veloce carrellata di titoli, il meglio di questi dodici mesi di grande cinema. Che anno è stato il 2014? Indefinibile senza dubbio: scopriamolo, o meglio, riscopriamolo, con questo speciale

Un altro anno giunge al termine e ci prepariamo alla consueta scorpacciata di classifiche. E come al solito cerchiamo di guardarci indietro per ricordare questi ultimi dodici mesi di cinema. Che anno è stato il 2014? Molti concorderanno nel considerarlo inferiore al 2013, ma, in realtà, a ben guardare, di pellicole assolutamente degne di note se ne contano più o meno lo stesso numero degli anni scorsi. Ciò che cambia è il loro essere più controverse, meno facilmente catalogabili e definibili. Più opere sregolate, imprevedibili, sgangherate. Ma molta originalità, coraggio di alcuni cineasti, gusto per la sorpresa da parte di alcuni grandi registi ormai totalmente affermati. Vediamo qualche titolo.


Gennaio

Il primo titolo, in ordine rigorosamente cronologico, è italiano: lo ritroveremo in corsa, forse, per gli Oscar Il capitale umano di Paolo Virzì, il film che segna un netto distacco dell'autore toscano dai toni della commedia con cui ci aveva deliziato e commosso nelle sue ultime scorribande dietro la macchina da presa. Stavolta, mettendo in scena un'acuta parabola sociale ambientata nella nordica Brianza, Virzì sceglie il registro narrativo del thriller per spiazzarci. Non tutto gira alla perfezione, ma il tocco di classe di un cineasta maturo è evidente e guadagna per la pellicola il diritto a uno sguardo non superficiale.
E arriva invece con due anni di ritardo dalla sua anteprima veneziana il cyber-thriller Disconnect, opera prima nella finzione del documentarista già candidato all'Oscar Henry-Alex Rubin. Un'opera palpitante e labirintica, tesa e ansiogena. È un impietoso ritratto di una generazione e di un'epoca in cui il virtuale ha eroso i rapporti umani, fino al punto di estremizzarne la caducità e la drammatica violenza che nascondono. Un piccolo gioiello da recuperare assolutamente.
Echi "linklateriani" per il ritorno dietro alla macchina da presa di Julie Delpy con il suo lieve e simpatico 2 giorni a New York. Una commedia stereotipata, ma ripresa con tocco lieve e dolce, sui contrasti culturali e le difficoltà comunicative all'interno della Grande Mela. Se cercate un film brillante con tutti i meccanismi narrativi al posto giusto, avete chiaramente sbagliato indirizzo. Ma se il caos non vi spaventa, potreste trovare divertenti diversi spunti e tocchi di originalità.
Non c'è sicuramente caos, come mai ce n'è nel suo raffinatissimo cinema, nell'ultima pellicola firmata dal newyorchese James Gray, C'era una volta a New York, livido dramma d'inizio 900 sul tema dell'immigrazione dall'Europa. Abbandonando i suoi tragici protagonisti maschili, Gray dipinge un'America tutt'altro che solidale e pronta alla compassione affidandosi alla stupenda Marion Cotillard, qui nei panni di una polacca ferita nel corpo e nell'animo. La poetica umanista di Gray ha toccato vette ben più alte altrove, ma anche stavolta una visione è obbligatoria.
Davvero meritevole, poi, il lavoro di investimento su giovani autori italiani (e non solo) da parte di Distribuzione Indipendente. L'aggettivo "indipendente" è quanto mai significativo per descrivere le opere diffuse attraverso questo marchio insolito e unico nel panorama nazionale. Lo dimostra il film di Domiziano Cristopharo, Red Krokodil, pellicola grondante dolore che parla della dipendenza di un uomo dall'uso di droghe pesanti e mette in scena il suo disfacimento fisico e psichico in un'ambientazione apocalittica post-nucleare. Il tutto raccontato con un rigore formale ed estetico stupefacente.
E chissà se alla fine il 2014 verrà dopo tutto ricordato come un altro anno segnato dal cinema di Martin Scorsese, tornato alla ribalta con il monumentale The Wolf of Wall Street, quinta collaborazione tra il gigante del cinema Usa e Leonardo DiCaprio, altrettanto gigantesco nei panni di Jordan Belfort, rampante broker di fine anni 80, che insegue il sogno americano senza alcun bisogno di sobrietà o moderazione. Opera delirante, amara e al tempo stesso esilarante. Ovviamente imperdibile.
Ma da recuperare è anche un film che viene dalla Germania. È cineasta di spessore quella Margarethe Von Trotta che, dopo averci catturato con la tragica ed entusiasmante storia di Rosa Luxembourg, torna con Hannah Arendt al biopic e ci racconta della filosofa ebrea fuggita negli Stati Uniti e poi diventata reporter in terra d'Israele. Gli aggettivi si potrebbero sprecare: appassionato, civilmente impeccabile, edificante, ma anche emozionante e, soprattutto, di assoluto rilievo da un punto di vista strettamente cinematografico.
Come anche ci sembra una pellicola come Dallas Buyers Club, l'opera che ha definitivamente consacrato Matthew McConaughey, passato da sex-symbol buono per commedie sentimentali a buon mercato a vero e proprio mito vivente, capace di infilare in pochi mesi una serie impressionante di interpretazioni suggestive e struggenti. Nel film di Jean-Marc Vallée è Ron Woodroof, elettricista texano con l'Aids, che ingaggia un'estenuante e tesa battaglia sociale contro il sistema sanitario americano. Pellicola che forse eccede in emotività, a volte fuori controllo, ma che non può e non deve lasciare indifferenti.


Febbraio

Il secondo mese dell'anno inizia all'insegna dell'avventura maestosa e naturalista di All Is Lost - Tutto è perduto, il ritorno dietro la macchina da presa del promettente J.C. Chandor: un racconto insolito per il cinema contemporaneo, senza dialoghi, senza cast, solo un uomo, la sua barca, la natura avversa. Una sfida a colpi di ingegno per avere la meglio sulle intemperie e le avversità del destino. Non c'è retorica, né cedimenti alla melensaggine in questa asciutta avventura dominata dal volto rugoso di Robert Redford.
Ancora tutti a lezione di cinema, poi, dai fratelli Coen che tornano con A proposito di Davis, un falso biopic che rievoca il sogno da Greenwich Village della New York degli anni 60. Il cinema dei reietti coeniani si arricchisce di una nuova presenza, il cantante folk che gira l'America con un gatto e che insegue il suo posto nel mondo, per sé e per la sua musica. Il tutto narrato con vivacità e coinvolgimento e, ovviamente, con la consueta sagacia.
Pellicola confezionata in modo inappuntabile pensata apposta per piacere al pubblico mainstream, Saving Mr. Banks di John Lee Hancock è un altro biopic sui generis, storia di come nacque il mito di Mary Poppins, tra la scrittrice che non voleva perdere la sua creatura e il padre di tutti i geni, Walt Disney, che ne voleva acquistare i diritti per farne godere chiunque. Nulla di epocale, certo, ma una commedia messa in scena con passione e buon gusto.
Consacrato anche dalla note degli Oscar, il cinema dell'inglese Steve McQueen ha ormai connotati universali. Uscito dalla nicchia che aveva amato i suoi due precedenti lavori, il cineasta presenta al mondo 12 anni schiavo, dolorosa e necessaria nuova esplorazione sul concetto di libertà, con un ritorno a una chiave di lettura storica, che va a rievocare la tragedia della schiavitù in America. Meno caratterizzato dei predecessori, più smussato negli eccessi visivi tipici di McQueen, ma a ogni modo importante.
Il 2013, lo abbiamo detto spesso, è stato l'anno del documentario italiano. Prima il Leone d'oro a Gianfranco Rosi, poi la vittoria al Festival romano di Alberto Fasulo. Il suo Tir è uscito nelle sale mesi e mesi dopo, in un silenzio imbarazzante e tra l'indifferenza generale. Ma è un film di un rigore disarmante e l'originalità della narrazione sta nell'esaltare la descrizione di un personaggio assolutamente elementare nelle sue movenze e nelle sue espressioni. Mai come in questo caso vale la pena sottolineare l'importanza della "straordinarietà dell'ordinario".
Il cinema di Bong Joon-ho tende sempre a nascondere le sue reali intenzioni. Snowpiercer, ad esempio, è stato dai più definito come una nobile metafora delle distorsioni della contemporaneità. Forse è vero, ma il messaggio politico risulta molto meno efficace della visionarietà del Bong maestro di perizia tecnica e messa in scena visiva, capace di plasmare a suo modo gli stereotipi della fantascienza distopica e del genere catastrofico. Meglio gustarsi il suo film come un poderoso blockbuster di ultima generazione, piuttosto che sforzarsi di leggerne il senso attraverso un'interpretazione d'impegno civile.


Marzo

Dalla Polonia arriva un titolo che potrebbe agguantare, meritatamente, l'Oscar per il miglior film straniero. Stiamo parlando di Ida di Pawel Pawlikowski, opera intima e coinvolgente sul viaggio, interiore ma anche fisico, di una giovane alla riscoperta delle sue origini. Un dramma che, oltre a essere scritto e inscenato con grande partecipazione emotiva, riesce anche, senza forzature, a farsi metafora della condizione generale di un paese complesso e stratificato.
Sorprendente esordio è quello di Ryan Coogler: Prossima fermata Fruitvale Station, girato con virtuosismo mai fine a se stesso, è un film più che mai attuale, alla luce degli scontri etnici che hanno infiammato gli Usa negli ultimi mesi. Un prologo memorabile e un racconto che, come suggerisce il titolo, procede per fermate obbligatorie, nella ricerca di un riscatto sociale che trova nella tragedia il motivo della sua deflagrazione.
Vale forse la pena anche recuperare il dramma da camera che Arnaud Desplechin è andato a girare negli Stati Uniti. Una scelta sorprendente per il geniale cineasta francese, in Jimmy P. alle prese con un tema di analisi storica molto poco europeo (i traumi seguiti alla Seconda guerra mondiale di chi ha combattuto in prima linea). Ma Desplechin trasforma il tema principale, con uno stile inaspettatamente compassato, in un'indagine psicologica, affascinata dagli imprevedibili meandri nascosti della mente umana. Lento e a tratti troppo freddo, è un film che fa trasparire nonostante tutto la sincerità dell'operazione.
Così così la prima, decisamente meglio la seconda. Si potrebbe poi riassumere così l'esperienza del supereroe Marvel tornato sugli schermi con il secondo capitolo della saga a lui dedicata. Stiamo parlando di Captain America - The Winter Soldier dei fratelli Russo. Dopo un primo film esasperatamente patriottico e che si prendeva fin troppo sul serio, dopo il ridimensionamento subìto in "The Avengers", pareva destinata a scarsa fortuna la storia del super-soldato a stelle e strisce. Con un po' di autoironia in più e con un occhio più attento alla messa in scena spettacolare, invece, questo secondo episodio funziona a dovere e merita di essere citato nella nostra veloce carrellata.
Carrellata che chiude il mese di marzo con un'altra citazione di un film che ci ha fatto conoscere l'encomiabile Distribuzione Indipendente. Si tratta di un'originale e spiazzante rilettura del classico di Dostoevskij I fratelli Karamazov, diretta dal ceco Petr Zelenka. A cavallo fra cinema sperimentale e teatro filmato, è una pellicola corale crudele e ironica, capace di dare nuova linfa vitale al monolite dostoevskijano.


Aprile

In primavera abbiamo salutato il ritorno da regista di Rolando Ravello, bravo caratterista del cinema e della tv italiana, ma sorprendente allorquando decide di sedersi dietro la cinepresa. Dopo il suo esordio, "Tutti contro tutti", Ti ricordi di me? possiede meno originalità espressiva e narrativa, ma conserva il candore e l'onestà del suo predecessore. Ravello è un cantore di una commedia minimalista, completamente al di fuori del circuito produttivo del filone mainstream che sta infestando le nostre sale da qualche anno a questa parte. Da difendere e possibilmente rivalutare.
Di ben altra pasta è fatto il cinema di Hirokazu Koreeda, uno dei migliori registi giapponesi dell'ultima generazione, un fine osservatore della trasformazione della società nipponica contemporanea. In Father and Son, poi, il suo sguardo si esalta nel mettere in scena la disgregazione di una delle certezze più solide del suo paese, l'istituto della famiglia. L'esplosione del complesso familiare andrà di pari passo con la deflagrazione emotiva per lo spettatore, letteralmente trascinato in un vortice di partecipazione e commozione.
Il sesso che Lars Von Trier ci aveva promesso è l'ennesimo sberleffo del cineasta danese: ci avevano parlato di un porno e ci ritroviamo con una parabola liberatoria che procede per colpi di scena e momenti cult. L'eroina di Nymphomaniac (Vol. 1 e 2), l'adorabile e detestabile Charlotte Gainsbourg, è il simbolo della liberazione della donna, nel corpo e nella mente. Con un impeto crescente il racconto procede fluviale e ambizioso fino all'estremo capriccio di un regista odioso e irritante, ma imprescindibile e fondamentale.
Ad aprile abbiamo anche registrato l'atteso ritorno dell'ormai fin troppo osannato Wes Anderson. Il suo cinema-universo, che ormai sonda decisamente i territori del genere avventura, è sempre una piacevole sarabanda di immagini, di parole, musiche, sguardi e alternanza di momenti comici e dolorosamente toccanti. Ma in Grand Budapest Hotel, forse, il livello di genuinità del meccanismo si abbassa e si avverte dell'artificiosità nell'inseguire una cifra stilistica che ormai è un marchio di fabbrica universale.
Come ignorare poi in questo riepilogo annuale il meritorio lavoro di riscoperta e omaggio a un cinema sinceramente popolare da parte dei Manetti Bros? I registi che stanno ormai ripercorrendo, film dopo film, tutta la cinematografia di genere cara alle generazioni di cinefili italiani precedenti, con Song 'e Napule si cimentano con un revival del poliziottesco ibridandolo con la commedia dialettale: il risultato è una miscela ben calibrata, senza pretese rivoluzionarie, certo, ma che evidenzia ancora una volta la presenza nel nostro paese di veri e talentuosi artigiani della Settima arte che meriterebbero anche una fortuna commerciale superiore.
Lo sceneggiatore de "La promessa dell'assassino" Steven Knight presenta a Venezia il suo secondo lungometraggio dietro la macchina da presa, Locke, dramma ad alta tensione tutto giocato su un rivoluzionario meccanismo narrativo: un uomo, al volante, di notte. Unici contatti con il mondo esterno attraverso il cellulare. Non c'è gratuità nell'opera che, anzi, costituisce un'appassionante sfida (vinta alla grande) per Tom Hardy, unico attore sulla scena, in grado di creare attorno a sé un universo immaginario che cattura lo spettatore fino all'eccezionale e commovente finale.


Maggio

Sopra le righe, esagerato, ridondante. Gli strali peggiori rivolti ad Alabama Monroe - Una storia d'amore del belga Felix Van Groeningen sono forse tutti giustificati. Ne difendiamo però la generosità cinematografica, la voglia di esporre emozioni e sensazioni il più carnali e palpabili possibili attraverso lo schermo. Uno straziante e intenso melodramma senza mezze misure, mai ricattatorio però: si tratta solo di accettare uno stile più "urlato" ed esagitato nell'esposizione dei sentimenti.
Passato sotto silenzio nell'edizione 2013 del Festival di Cannes, è arrivato con esattamente un anno di ritardo da noi l'ultimo parto creativo, imperdibile come sempre di Jim Jarmusch: dietro la patina di horror decadente, Solo gli amanti sopravvivono è riflessione filosofica compassata e autoironica su amore, immortalità e arte. Oltre che messa in scena vivida e mai scontata dei paradossi del mondo contemporaneo, che passa dalla colorata e dinamica Tangeri alla buia e desolata Detroit, ex-simbolo di un capitalismo americano in continua espansione.
In territorio "blockbuster" semi-estivi, poi, la scena di fine maggio è stata dominata dal Godzilla del talentuoso Gareth Edwards, secondo adattamento cinematografico per il mostro nipponico realizzato a Hollywood. Nulla da spartire con il precedente film diretto dal chiassoso Roland Emmerich: l'apoteosi visionaria messa in scena da Edwards è quanto di più stupefacente si sia visto sul grande schermo nel 2014. Una pellicola che fonde in grande stile le istanze spettacolari della grande industria americana al suo meglio con la volontà di non rinunciare a una coerenza narrativa e registica nelle scelte stilistiche. Il mostro, ripreso da vicino o da lontano, in primo piano o in controluce, è davvero spaventoso e inquietante, tanto quanto, per lo meno, lo è la città pronta ad essere distrutta, immaginata da Edwards con grande fantasia come un teatro degli orrori a cielo aperto.
Il percorso artistico di David Cronenberg, come abbiamo avuto più volte modo di ripetere, ha intrapreso nel nuovo millennio una strada inedita e impervia: messo da parte il furore "corporeo" delle sue opere miliari precedenti, ha teso a un raffreddamento progressivo del suo stile e del suo immaginario visivo, fino a giungere a opere totalmente astratte e concettuali come delle teorie indecifrabili. In Maps to the Stars, allorché il genio canadese ha deciso di guardare al suo mondo, ovvero al cinema, il passato ha incontrato il presente, per farci immaginare un futuro di carriera ancora ricco di colpi di scena. La Hollywood descritta da Cronenberg è un mondo parallelo dominato da incubi, segreti, sensi di colpa e improvvise pulsioni violente. Una pellicola preziosa, con un cuore nero pulsante e con un'anima oscura che esplode letteralmente sotto il sole e le palme californiane.
Fra lo stupore generale, a Cannes, è arrivato il Grand Prix della giuria per Le meraviglie di Alice Rohrwacher. Stupore in gran parte immotivato se si guarda alla potenza evocativa dell'opera seconda della giovane regista italiana. Un film-matrioska, con la storia di una famiglia di agricoltori in primo piano, e invece un magico squarcio, nella seconda parte soprattutto, su un'epoca di trasformazione rivoluzionaria della società rurale. Una pellicola che è leggera come un incantesimo da fiaba, ma che è pregnante come un impegnato messaggio politico, quello nascosto nel sorprendente finale: ad Alice basta solo una sequenza per svelare tutta la realtà dietro la favola, un mondo intero, protetto e amato, che è ormai storia passata, velocemente rimossa dalla memoria collettiva e accantonata definitivamente.
Distribuzione Indipendente guarda anche in Cina e da lì porta in Italia il piccolo gioiello firmato dall'esordiente Chen Zhuo, Song of Silence, dramma con forti tinte mélo, narrato con la tecnica della sottrazione di tutto, delle parole, delle inquadrature, dei climax emotivi. Eppure nelle vicissitudini della sordomuta Jing sono tanti i momenti di puro coinvolgimento e di passione vera.


Giugno

Torna all'approssimarsi dell'estate il regista svedese Lukas Moodysson con We Are The Best! Dopo il successo planetario di "Fucking Amal", ancora un ritratto di un'adolescenza problematica, anche se con gli anni il furore visivo di Moodysson si è decisamente temperato e ora del trio che vuole fare punk resta solo un dolce senso per la profonda amicizia, oltre che una colonna sonora che mischia suoni punk a melodie new wave in ossequio a un'ambientazione dei primi anni 80.
Registriamo poi, con dispiacere, il passaggio silenzioso nelle nostre sale di The Congress, il nuovo film del talento Ari Folman. Laddove "Valzer con Bashir" aveva ottenuto un'attenzione universale da critica e pubblico, questo nuovo film ha lasciato i più freddi e indifferenti. Peccato. Perché la bellezza dell'animazione di Folman è ancora vivida e mai prevedibile, stavolta c'è una commistione intelligente con la forma live che accentua la riflessione acuta, profonda e impegnativa sul senso stesso del cinema nel nuovo millennio. Nonostante i prodigi tecnici, un'opera demodé nel suo essere così distante dai canoni linguistici e narrativi in voga.
Con sei anni di ritardo, cinica complice la traumatica e prematura scomparsa del mai abbastanza rimpianto Philip Seymour Hoffman, il 2014 ha finalmente visto distribuito nelle sale l'unico film diretto dal genio Charlie Kaufman. Synecdoche, New York, in questi sei lunghi anni, non ha infatti avuto seguito. E come potrebbe d'altronde? Un testamento artistico che è però vita stessa, lacerante nella sua urgenza, mostruoso nella sua densità di contenuto e al tempo stesso quasi indefinibile film tout court. L'arte di Kaufman che riflette su se stessa non è semplice meta-cinema: sarebbe limitante. È un labirinto di riflessioni ed emozioni dove realtà e finzione si dividono, e ancora, e ancora, fino a diventare una ragnatela di sentieri impercorribili. Kaufman riesce come nessun altro al mondo a mettere in scena la complessità stessa della mente umana. E riesce a farlo con una sensibilità e una potenza emotiva che annichiliscono, a ogni visione sempre di più.
Il cinema di Philippe Garrel può infastidire, è vero. Il suo umanesimo esasperato e dolente risulta ad alcuni indigeribile nel suo essere immutabile, uguale a se stesso indipendentemente dallo stato d'animo che decide di raccontare. Eppure si respira un'atmosfera di magia nelle vicende così vitali dei suoi protagonisti! Storie banali e apparentemente noiose, che sono invece la vita di ogni spettatore: con Garrel è impossibile non cadere nella tentazione dell'immedesimazione. Come ne La gelosia, resoconto di una crisi di coppia, raccontata senza sbalzi umorali o artifici narrativi: ma sempre e soltanto con la consueta onestà intellettuale di cui è capace questo gigante della cinematografia francese contemporanea.
In tema di documentari, impossibile non citare il notevole lavoro compiuto da Sarah Polley, giovane attrice e regista canadese alla sua terza regia, la prima di una pellicola non di pura finzione. Stories We Tell nasce come documentario tradizionale ma poi, in un crescendo di coinvolgimento sentimentale, finisce per mischiare una reale indagine familiare e momenti chiaramente scritti come se si trattasse di una fiction. Il risultato è assolutamente positivo: la Polley racconta della sua scoperta di essere il frutto di una relazione extra-coniugale di sua madre e lo fa attraverso una delicata ironia che mette in risalto l'opportunità che questo viaggio le ha dato di rivalutare la bellezza della sua famiglia. Piccola gemma della stagione da recuperare.
Con luci basse (scarsa distribuzione, poca pubblicità) e a quasi due anni dalla presentazione veneziana, arriva nelle sale italiane Gebo e l'ombra di Manoel de Oliveira, il maestro portoghese che ha recentemente raggiunto il traguardo dei 106 anni. Tratto da una pièce di Raul Brandão, il film è politico fin dalla sua forma, chiuso in una teatrale staticità che lascia poche concessioni. L'immaginazione può essere limitata ai rimandi tra l'ambientazione di inizio Novecento e la contemporaneità. Parabola su sacrificio e privazione, potere e povertà. Faticoso e non tra i migliori film dell'ultimo de Oliveira. Ma il suo resta un cinema fedele a se stesso e per questo da vedere sempre e comunque.


Luglio - Agosto

L'estate ci ha regalato poche cose davvero di rilievo. Peccato, perché nelle ultime stagioni avevamo apprezzato l'abitudine a scoprire piccole gemme preziose nei mesi più caldi dell'anno, nel buio di una sala. Si tratta soprattutto di opere da "recuperare" dopo una distribuzione internazionale snobbata dal nostro paese. Un esempio è Rio 2096 - Una storia d'amore e furia, pellicola animata proveniente dal Brasile e diretta da Luiz Bolognesi. Un film ingenuo e primordiale nella sua veste estetica e visiva, ma coinvolgente sul piano politico. Davvero un film per cui i difetti, una volta presi dalla storia, contano relativamente.
E arriva dall'Argentina il toccante dramma di Juan Taratuto, La ricostruzione. Film intimista sulla lacerazione interiore di un uomo che esorcizza le delusioni e i dolori di una vita con il completo distacco dal genere umano, fino a riscoprirne il valore e il fascino. Taratuto, conosciuto qui in Europa per opere fin troppo leggere e disimpegnate, sorprende tutti e si lancia invece in un mondo di esplorazione dei sentimenti più tragici con un tatto sorprendente. Imperdibile la colonna sonora.
Tornando invece al cinema made in Usa segnaliamo due titoli. Il primo è un classico revenge movie, che più classico non si può: parliamo de Il fuoco della vendetta di Scott Cooper. Un thriller che affida al volto ormai abituato a continue metamorfosi di Christian Bale il compito di agire da rabbioso angelo vendicatore. Niente fronzoli e nessun volo ambizioso per questa pellicola: solo una solida scrittura e una buona capacità di tenere alta la tensione, in un crescendo narrativo. Se vi aspettate qualcosa di innovativo, lasciate perdere, ma se cercate un onesto e appassionante film di genere, avete trovato un buon titolo.
E sul finire dell'estate, mentre il caldo lasciava spazio al primo fresco settembrino, la distribuzione italiana si è finalmente ricordata di Mud, terzo lungometraggio di Jeff Nichols, realizzato a solo un anno di distanza dal sorprendente "Take Shelter", ma dimenticato in qualche magazzino per quasi due anni. Storia di formazione adolescenziale mista a vecchio film avventuroso, con tanto di esplorazione della natura selvaggia, qua promossa a vero protagonista del cast. Nulla di nuovo anche in questo caso, ma Nichols sa come creare un legame profondo tra i suoi personaggi e il pubblico. Se poi l'eroe del caso è Matthew McConaughey, l'attore che trasforma ormai in oro qualsiasi ruolo, allora il gioco è fatto.


Settembre

Pochi titoli da segnalare in questo mese, ma tutti fondamentali per capire appieno l'anno che sta concludendosi. Cominciamo subito con il capolavoro di Franco Maresco, Belluscone - Una storia siciliana, il racconto della lavorazione di un film che non verrà mai realizzato, un'ardita operazione di dissimulazione narrativa, documentario, mockumentary e finzione tout court vanno a braccetto nel racconto impossibile di un legame proibito: quello fra Berlusconi, la Sicilia e la mafia. Maresco urla la sua estraneità al circuito produttivo nostrano, si esalta nel sottolineare il calore anarchico del suo cinema. Un canto grintoso di un'arte ghettizzata che ambisce a farsi popolare. Già dimenticato, eppure già pietra miliare.
Con La zuppa del demonio, Davide Ferrario torna al documentario, dopo alcune pellicole di fiction non propriamente convincenti: il risultato è magnifico, oltre che emozionante. Una ripresa cronachistica del boom economico italiano, prima l'utopia del progresso, poi la caduta del mito. Il tutto rimasticato con materiali d'archivio e una stupefacente conoscenza storica dei nostri ultimi cinquant'anni.
Noah Baumbach, paladino del cinema indie americano, ci stupisce con Frances Ha, straordinario film che fa della cifra stilistica propria del cinema indipendente uno stile di vita, un modus vivendi. Fotografata in bianco e nero per esaltarne un sapore retrò con tanto di luci al neon abbaglianti, la New York di Baumbach diventa un teatro a cielo aperto, dove si muove con incrollabile ottimismo la trentenne dei nostri tempi Frances. Greta Gerwig al suo meglio, sia davanti la macchina da presa con la sua disarmante semplicità, sia in fase di scrittura del suo personaggio, così vero eppure così cinematografico nelle sue improvvise virate. Una pellicola da visionare, amare e custodire obbligatoriamente.
Il mese di settembre è anche contraddistinto, per la stagione italiana, dal congedo definitivo di Hayao Miyazaki. Come annunciato al momento della sua presentazione veneziana, Si alza il vento sarà il suo ultimo film da regista. E per salutare il proprio pubblico, il Maestro si mette in gioco e decide di parlare della realtà, del suo paese, di se stesso e dei suoi sogni. Con un disegno più bello che mai, che nel corso di oltre cinquant'anni di sperimentazioni e miglioramenti, ha raggiunto una potenza espressiva ineguagliabile.
E segnaliamo anche il Pasolini  di Abel Ferrara, film diseguale, pazzo e sconclusionato come il suo autore, ma di una sincerità e autenticità disarmante. Ciò che colpisce in questo indefinibile omaggio all'intellettuale italiano, è proprio l'impossibilità di collocarlo all'interno di qualsiasi filone. Lontano da tentazioni biografiche, così come da aspirazioni inutilmente saggistiche, Ferrara sceglie una missione impossibile: pezzi di vita vissuta da mischiare all'Opera. Proprio così: per il regista statunitense ciò che conta nel ricordare Pasolini è la sua arte e il miglior modo per raccontarlo è dare corpo (e immagini) alle sue aspirazioni incompiute.


Ottobre

Sabina Guzzanti ci ha abituato a un approccio al cinema militante e discontinuo. Ma stavolta, bisogna riconoscerlo, forse aiutata dai collaboratori giusti, dà una forma estetica al suo film assolutamente degna: parliamo de La trattativa, un lavoro che incrocia la tradizione del teatro politico a quella del documentario d'indagine giornalistica. Per due terzi, la pellicola mantiene un livello di approfondimento e di fascino estetico sopra la media: solo nel finale la Guzzanti non resiste alla tentazione del pamphlet politico. Se avesse eliminato il suo solito sermone anti-berlusconiano e avesse concentrato i suoi sforzi sulla fatica della ricostruzione storica, probabilmente il risultato sarebbe stato eccellente.
I film di David G. Green arrivano sempre con un anno di ritardo, ormai ci abbiamo fatto l'abitudine. Così come abbiamo fatto l'abitudine a considerare Green una promessa mancata, un talento in parte sprecato, incapace, forse per pigrizia, di andare oltre il compito ben realizzato. Anche Joe, interpretato da un fuori forma Nicolas Cage, non fa eccezione: ottime le premesse, solida la sceneggiatura, ma il racconto di amicizia e redenzione tra un ex-galeotto e un giovane sbandato non va molto oltre la bella confezione. Se abbandonate aspettative molto alte, potreste comunque divertirvi.
Anticipato da una campagna promozionale in pompa magna e lanciato sulla curiosità di una storia Marvel "minore", meno nota e apprezzata dal grande pubblico, Guardiani della galassia rappresenta prima di tutto l'incontro, fortunato e positivo, di uno dei più geniali giovani cineasti americani dell'ultimo decennio, James Gunn, con l'industria hollywoodiana. Lasciati definitivamente indietro i suoi trascorsi nella Troma e le sue prime scorribande dietro la macchina da presa, Gunn porta nell'universo Marvel tutta la sua autorialità. Nell'immaginario visivo in cui la pellicola si esalta, c'è la fantasia senza limiti del suo giovane autore, la sua capacità di scrittura ironica e al tempo stesso rispettosa di una coerenza nel racconto che non tradisce mai cedimenti alla trovata spettacolare gratuita. Certo, il risultato è chiaramente meno "autentico" di un'opera capitale per il nuovo horror come fu "Slither", ma il ruolino di marcia di Gunn mantiene ritmi davvero invidiabili.
Sul finire del mese di ottobre, ci arriva in dono Boyhood, l'ultimo parto creativo del mai abbastanza apprezzato Richard Linklater. In attesa di vedere se addirittura l'Academy deciderà di incoronarlo con l'Oscar, e registrando l'ennesimo premio ricevuto alla Berlinale, chi scrive si permette timidamente di rivendicare una convinzione nata in tempi non sospetti: la poetica dell'attimo di Linklater è uno degli elementi più importanti che siano venuti fuori dal cinema statunitense dell'ultimo ventennio. Nella sua ultima fatica dietro la macchina da presa c'è il riepilogo di una faticosa ma fantastica carriera: l'emozione della quotidianità non trova sfogo solo nella storia di Mason, ma anche nella riflessione stessa che sta alla base del film. Girata per pochi istanti riunendo la troupe di anno in anno per dodici anni, è un'opera che fa del flusso reale del tempo l'agente scatenante di tutta la sua irrefrenabile poesia. Linklater ci ha sempre detto che nulla è più eccezionale della vita vissuta nella sua semplicità: con il suo capolavoro estremo ne esalta proprio la straordinarietà.


Novembre

Dopo l'uscita di scena di Miyazaki, ci saluta anche Isao Takahata, in modo forse ancor più fragoroso. Meno presente nei commenti del pubblico occidentale, meno noto nonostante le sue pietre miliari siano mattoni fondanti dell'animazione stessa nel modo in cui la concepiamo al giorno d'oggi, l'altro padre fondatore dello Studio Ghibli ci regala come saluto finale il capolavoro La storia della principessa splendente, struggente canto definitivo. Un testamento artistico che è anche riscoperta dei valori alla base di un cinquantennio di pura poesia. È rimasto nelle sale solo tre giorni, l'unico difetto in mezzo alla perfezione.
Il film più atteso del 2014? Probabilmente Interstellar di Christopher Nolan. Il risultato? Innanzi tutto la conferma dell'immaginazione bigger than life del regista britannico, alle prese con una fantascienza umanista e sentimentale. E poi tante riflessioni ambiziose e di dimensioni mastodontiche, proprio come il film stesso. In alcuni frangenti Nolan si incarta, ma in altri sprigiona un talento di messa in scena visiva che non ha pari, almeno nel cinema mainstream. La sua galassia alternativa, che si esalta nella tecnologica Imax e rifiuta il 3D, è un universo parallelo, costruito con lo stupore e la volontà di dare al mezzo cinematografico il potere fuori dal tempo di creare, modellare, ipotizzare. In queste legittime aspirazioni, i paragoni con Kubrick e Tarkovskij sono tutto fuorché esagerati.
Ben più terrene le ambizioni di Dan Gilroy e del suo Lo sciacallo - Nightcrawler, un'opera presentata al Festival di Roma e profondamente immersa nella realtà contemporanea. Storia di un uomo senza troppo equilibrio, alle prese con una società che lo ha relegato ai margini. Ecco allora l'intuizione: se il mondo ha bisogno di violenza, si può anche essere disposti a riprenderla in tempo reale senza censure o enigmi morali. Afflitto da alcuni passaggi narrativi eccessivamente stereotipati, il film è però un noir metropolitano teso e inquietante, che regala a Jake Gyllenhaal la possibilità di mostrare il suo talento migliore: nessuno come lui sa interpretare personaggi negativi e disturbati.
Al di qua dell'Oceano, invece, i fratelli Dardenne proseguono nel loro cinema politico, ma con sensibili differenze rispetto al passato. Si semplifica l'impianto di partenza, si sceglie una star di prima grandezza come protagonista: Due giorni, una notte è la corsa contro il tempo per non perdere il posto di lavoro. Il faticoso peregrinare di Marion Cotillard permette ai registi belgi di affrontare tutte le questioni più spinose del sistema di welfare imperante in Europa. Il meccanismo è forse un po' ripetitivo e alla lunga mostra la corda, ma la classe non è acqua e si vede a ogni singola inquadratura.
Fuori dal tempo, ma anche fuori dallo spazio e dal mezzo-cinema, giunge come un alieno senza forma nelle sale Adieu au langage - Addio al linguaggio, forse il messaggio d'addio al suo pubblico del più importante regista francese di tutti i tempi. Jean-Luc Godard mette in piedi una delle sue opere più teoriche, fredde e spietate. Bandendo ogni forma di partecipazione emotiva, i suoi settanta minuti di delirio visivo sono una continua sfida allo spettatore, il suo addio al linguaggio è una mai banale elucubrazione sul senso stesso della visione cinematografica. Esattamente come all'inizio del suo irripetibile percorso artistico, Godard è di nuovo lanciato verso un futuro, di cui purtroppo non farà più parte.
Sarebbe opportuno, poi, recuperare un'opera prima che arriva dall'Iran, quella di Nima Javidi, Melbourne. Film quasi sadico nella sua messa in scena del disagio familiare e del sentimento stesso del dubbio. Anche in questo caso, il rischio della reiterazione esasperata di situazioni-cardine c'è e potrebbe provocare un po' di fatica in una visione attenta e partecipata fino alla fine. Però Javidi ha stile e sceglie con abilità di trasformare il dramma della coppia di fronte a una serie di decisioni che cambieranno per sempre la loro esistenza in un thriller domestico, chiuso con grande maestria fra le quattro mura di un appartamento in via di smantellamento. Insomma, il modello Farhadi è chiaro e raggiungibile.


Dicembre

Pochi guizzi prima della fine dell'anno, ma alcuni decisamente di rilievo. Il primo è The Rover dell'australiano David Michod, già apprezzato con il suo precedente "Animal Kingdom", stavolta alle prese con un western moderno post-apocalittico che ne esalta l'abilità in una messa in scena contemplativa. Dal fascino meno immediato del suo lavoro precedente, ma giocato con destrezza sui dialoghi fra la coppia di protagonisti in grande spolvero, Robert Pattinson e Guy Pearce.
Simpaticamente sornione e autoreferenziale è invece il Woody Allen di questo 2014: Magic in the Moonlight non ha l'afflato ispirato di altri titoli recenti del maestro, ma ha comunque dei pregi da difendere. Lieve come un racconto breve, leggero come un episodio di una serie tv, è tutto giocato sulla rivelazione del trucco alla sua base: il regista nascosto dietro la macchina da presa che parla di se stesso, una volta ancora di più, senza più pretese universali, ma solo con la sincerità di chi sa che, a ogni modo, sappiamo ormai tutto di lui.
Troviamo adesso degli aggettivi per Xavier Dolan e il suo cinema: brillante, eversivo, sperimentale. Il suo Mommy, che ha colpito molto la giuria di Cannes, è al momento il suo lavoro migliore, all'interno di una filmografia già di livello assoluto. È un cinema unico al momento, quello del giovane canadese: racconta storie di umanità diffusa e comune, con un tocco singolare. Evita la morbosità, si cimenta in arditi dialoghi, la sua libertà creativa annichilisce. Un piccolo capolavoro pop.
Le ultime righe le dedichiamo al film di Natale. L'unico, possibile titolo che valga la pena di ammirare durante le feste: parliamo de L'amore bugiardo - Gone Girl di David Fincher e davvero non ci sono più parole per descrivere la sorpresa ogni volta che vediamo un nuovo lavoro del regista di "Fight Club". Non ci dilungheremo perché essendo adesso nelle sale merita anche un certo mistero nella vigilia. Ma lo stile è ormai raffinato come quello di un giallista compassato, il talento nel disseminare gli elementi narrativi è navigato come un cineasta di lunghissimo corso e soprattutto stupisce l'intelligenza con cui Fincher riesce a leggere l'America contemporanea come pochi, pur celando questa sua dote in pellicole di genere ironiche e camaleontiche.


Quello che avete appena concluso di leggere è solo uno dei possibili itinerari nel corso di questi ultimi dodici mesi di grande cinema. Sarebbe stato possibile citare molti altri film, che vi invitiamo a recuperare decisamente. Ecco gli altri, frutto di pareri diversi all'interno della nostra redazione:

22 Jump Street
American Hustle - L'apparenza inganna
Anime nere
Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie
Chocò
Class Enemy
Cub - Piccole prede
Get on Up - La storia di James Brown
Gigolò per caso
I toni dell'amore - Love Is Strange
Il giovane favoloso
Il sale della terra
Il treno va a Mosca
In grazia di Dio
In ordine di sparizione
Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà
L'immagine mancante
L'impostore - The Imposter
La mia classe
La preda perfetta - A Walk Among Tombstones
La spia - A Most Wanted Man
Le due vie del destino - The Railway Man
Marina
Medianeras - Innamorarsi a Buenos Aires
Nebraska
Oculus - Il riflesso del male
One on One
Parker
Per nessuna buona ragione
Perfidia
Piccola patria
Più buio di mezzanotte
Ritorno a L'Avana
Salinger - Il mistero del giovane Holden
Sangue
Smetto quando voglio
Sul vulcano
The Counselor - Il procuratore
The Dark Side of the Sun
The Look of Silence
The Unknown Known
Thermae Romae
Torneranno i prati
Tutto sua madre
Un insolito naufrago nell'inquieto mare d'Oriente
Walesa - L'uomo della speranza

Tutto il 2014, il riepilogo di un anno di cinema