Ondacinema

recensione di Stefano Santoli
7.5/10

Almodovar lavora da qualche anno su un cinema della decantazione. Non tanto un ripiegamento minimale rispetto agli anni del melodramma più acceso, quanto la predilezione per una certa sottrazione: ritmi più piani, conflitti meno esplosivi, un’emotività che sedimenta nelle immagini invece di cercare il climax. Da alcuni anni, anche le partiture per archi di Alberto Iglesias rinunciano quasi del tutto ai picchi emotivi per trasformarsi in un basso continuo malinconico che accompagna il film senza mai imporsi davvero. Anche il motivo del “temporale appena passato”, ricorrente nel film, segnala che non è più l’esplosione del trauma a essere centrale: i personaggi vivono dentro ciò che resta dopo la tempesta.

In “Amarga Navidad”, Elsa e Raul si muovono dentro una struttura narrativa che intreccia vita vissuta e finzione creativa. Almodovar torna su temi che attraversano da sempre il suo cinema, ma qui sembrano assumere una forma più intima, quasi appartata. Anche i momenti musicali e canori, tradizionalmente centrali nella sua filmografia, vengono ricondotti a una dimensione raccolta: non più grandi scene madri, ma spazi chiusi, anticamere, interni domestici, corpi e voci che condividono il dolore in una dimensione privata. Ad affiorare è anche il senso di nostos, di ritorno, racchiuso in un verso di “Las simples cosas” di Chavela Vargas che attraversa sotterraneamente tutto il film: “torniamo sempre ai luoghi dove abbiamo amato la vita”.

Una certa frontalità delle inquadrature, nei dialoghi, sembra tipica dell’ultimo Almodovar. Così come l’insistenza su inquadrare chi sta parlando più di chi è in ascolto. Le immagini sembrano fermarsi sulle parole, sottolinearne il peso, lasciando che siano spesso gli stessi personaggi a esplicitare ciò che il film vuole mettere a fuoco. Una tendenza che può apparire quasi didascalica, ma che diventa coerente con un cinema sempre meno interessato alla reticenza e sempre più orientato verso la trasparenza.


Prendersi cura

Un primo nucleo tematico di “Amarga Navidad” è quello del prendersi cura. Un tema che Almodovar ha spesso affrontato (in primo piano nel precedente “La stanza accanto”) e che qui viene esplicitato sin dall’incipit attraverso Beau, personaggio capace di offrire attenzione e dedizione. Prendersi cura è una pratica concreta, quotidiana, quasi silenziosa, svincolata dalla reciprocità. Non solo accudimento materno: nel personaggio di Beau, come in tutto il mondo poetico di Almodovar, si attribuisce un valore analogo tanto alla cura intima e quotidiana quanto alla dimensione più apertamente performativa e teatrale: Beau ascolta, accudisce, si rende disponibile, ma allo stesso tempo mette in scena il proprio corpo negli striptease destinati a donne che cercano liberazione della fantasia e una forma temporanea di conforto. In Almodovar la performance non coincide con la falsità; al contrario, l’artificio continua a rappresentare una possibile incarnazione della tenerezza.

Tuttavia, più che organizzare davvero il film, il motivo del prendersi cura sembra affiorare in maniera laterale: una traccia poetica che, con l’avanzare del film, tende a dissolversi. È precisamente in questo senso che un’immagine apparentemente secondaria assume una valenza centrale, che però rimane incidentale: gli zocos che a Lanzarote proteggono le viti dal vento - “non sono tombe” precisa Elsa - diventano metafora: strutture fragili, costruite per custodire qualcosa di vivo. Esattamente come sanno fare alcuni, che, come Beau, non chiedono di rubare il centro della scena, ma sanno restare accanto, defilati eppure solidissimi. Sanno accompagnare con discrezione. Sanno prendersi cura.

Poco prima, la plongée sulla spiaggia nera di Lanzarote si imprime subito nella memoria. In magnifico contrasto cromatico con i teli e i costumi delle due donne, segna uno spostamento di ambientazione e introduce uno scarto narrativo. Da questo momento, a partire da Lanzarote, emergerà con forza il secondo grande nucleo tematico del film, che inizia a ruotare sempre più intorno all’intreccio fra creazione artistica e vita vissuta.


Incompiutezza e autenticità

“Amarga Navidad” mette in scena personaggi dentro altri personaggi, scritture che si sovrappongono ad altre scritture, esperienze che cercano nella finzione una forma possibile di organizzazione. Elsa riprende a scrivere come se la creazione artistica fosse l’unica possibilità di sopravvivenza al dolore, fino ad assorbirsi completamente nel lavoro e smettere persino di rispondere alle telefonate di Beau.

A un certo punto compare la parola “Fine” sullo schermo, ma il film prosegue, e quella conclusione viene cancellata. Raul ed Elsa eliminano la chiusura, permettendo alla storia di continuare a vivere, di deformarsi, di accogliere nuovi personaggi e nuovi squilibri. Qui il film trova la propria intuizione più radicale. L’incompiutezza non riguarda soltanto i personaggi e le loro vicende, ma la struttura stessa dell’opera. Alcuni evidenti sbilanciamenti drammaturgici - Beau che sembra inizialmente destinato a occupare il centro del racconto salvo poi scomparire progressivamente, oppure l’ingresso tardivo di Natalia - vengono addirittura commentati nel confronto finale fra Raul e la produttrice. Almodovar arriva così a trasformare le fragilità narrative in materia stessa del discorso, mettendo ai ferri corti la necessità della forma e l’irriducibilità della vita. Persino il titolo del film prende a mutare (“Amarga Navidad” diventa “Amarga Elsa”, poi subito “Dulce Elsa”), come se nessuna definizione potesse davvero esaurire i personaggi o fissarne il destino.

Raul afferma di "amare il rapporto tra la finzione e la vita": per Almodovar la finzione è il luogo in cui le esperienze umane possono raggiungere una verità più profonda di quella offerta dalla vita stessa. Non esiste una vera conclusione per queste vite, e infatti il film si ostina a rifiutare la propria fine. La finzione espone il proprio dispositivo metanarrativo, nel quale il gioco di specchi fra autore, personaggi, creazione e vissuto serve a non dissolvere la realtà nell’artificio, ma a usare l’artificio per avvicinarsi a una forma di autenticità ulteriore. Il tema dell’autenticità è da sempre centrale nel cinema di Almodovar, ma qui assurge a cuore della riflessione sulla capacità della finzione di riflettere la vita. E forse persino di ridefinirla. 

E tuttavia…
Rimane la sensazione che “Amarga Navidad” non sia un’opera completamente risolta. Il film muta forma, spostando progressivamente il proprio centro verso il rapporto fra scrittura, realtà e autenticità: una torsione intenzionale e originale in cui i diversi nuclei narrativi non paiono però pienamente armonizzati. È lecita l’impressione che qui Almodovar tenda a fare il suo “Otto e Mezzo”: ma se nel corso del film matura un approfondimento decisivo del dispositivo metanarrativo, non era il motore originario del racconto.


27/05/2026

Cast e credits

cast:
Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Victoria Luengo, Patrick Criado, Milena Smit


regia:
Pedro Almodóvar


titolo originale:
Amarga Navidad


distribuzione:
Warner Bros


durata:
111'


produzione:
El Deseo


sceneggiatura:
Pedro Almodóvar


fotografia:
Pau Esteve Birba


scenografie:
Antxón Gómez


montaggio:
Teresa Font


musiche:
Alberto Iglesias


Trama
Due storie si alternano. Della prima è protagonista Elsa, regista di spot pubblicitari, nel 2004, durante il ponte festivo di dicembre. La seconda, che si svolge nel 2026, è incentrata su Raúl, uno sceneggiatore e regista che sta scrivendo la storia di Elsa. Elsa è quasi un alter ego di Raúl, che ricorre all’autofiction come rimedio a una crisi creativa.