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recensione di Mirko Salvini
7.0/10
Mary Louise Streep, classe 1949, sta al cinema come Celine Dion sta alla musica leggera o Joan Sutherland stava alla lirica. Una tecnica strabiliante che finisce col conquistarti anche se in verità saresti portato a preferire timbri, qualità interpretative o temperamenti diversi. Sono quasi quarant'anni che questa signora offre al cinema (e in misura minore alla tv) saggi della sua bravura e per la gioia degli ammiratori più appassionati, non sembra avere intenzione di smettere. Abituarsi al talento sembra una cosa ingenerosa ma certo adesso non è più come nella prima metà degli anni ottanta, quando effettivamente c'era una curiosità ancor più vivace intorno all'attrice che ad ogni film si presentava con un aspetto e un accento diversi, ogni performance una sfida con se stessa (non a caso i primi due dei suoi tre Oscar risalgono a quel periodo). Col tempo il gioco, forse, si è fatto più "prevedibile" e in molti hanno cominciato a notare che i veicoli che l'interprete sceglieva per mettersi alla prova erano quasi sempre poco interessanti o funzionali esclusivamente al suo gioco d'attrice (ciò non le ha comunque impedito di lavorare e assai bene con Mike Nichols, Clint Eastwood, Spike Jonze e Wes Anderson). Se però negli anni i suoi film hanno somigliato sempre meno a "Il cacciatore" di Cimino, col tempo la Streep, celebrità non appariscente che ha sempre fatto parlare di sé più per le sue battaglie sociali (trentennale la sua battaglia in favore dell'equiparazione di trattamento fra uomini e donne nel mondo del lavoro, non solo nel cinema; impegno che sicuramente dalle parti di Hollywood certo non l'ha aiutata a farsi più amici) che per il suo privato (evidentemente un'attrice di fama mondiale sposata dal 1978 e madre di quattro figli fa meno notizia rispetto a divorzi e pettegolezzi vari...), è stata in grado di scrollarsi di dosso quell'immagine da prima della classe che certa stampa le aveva affibbiato e che in verità non le rendeva merito. Anche perché i lavori che interpreta negli ultimi anni incassano molto di più di quelli di anni addietro e se il successo commerciale è indicativo fino ad un certo punto, bisogna anche riconoscere che non sono tantissime le attrici oltre una certa età capaci di attirare spettatori in sala. Con Meryl Streep quindi, e questo in effetti alcuni hanno sempre tenuto a puntualizzarlo, non è in gioco solo la tecnica, che evidentemente conta quando si parla di interpretazioni ma non è tutto. Lei è anche in grado di conferire ai suoi ruoli una sorta di calore che li rende vicini al pubblico, permettendo allo spettatore di solidarizzare con loro, cosa che probabilmente non sarebbe possibile se ci fossero altre ad interpretarlo.

Prendiamo ad esempio Florence Foster Jenkins, eroina eponima alquanto sui generis che una Meryl a caccia della sua ventesima nomination all'Oscar (e non stupiamoci se l'obiettivo viene raggiunto, visto che in passato è stata nominata per prove meno apprezzate e in film meno riusciti) interpreta guidata da Stephen Frears. Socialite e filantropa della New York anni trenta/quaranta, Florence era una grande appassionata di lirica e non mancava di finanziare generosamente il mondo dell'arte. Magari esagera chi dice che la sua fama ha surclassato quella delle interpreti più celebrate dell'epoca ma è vero che a più di settant'anni dalla sua morte sul web si possono ancora ascoltare le sue non propriamente entusiasmanti esibizioni (particolarmente famigerata la sua interpretazione della Regina della Notte dal "Flauto Magico" di Mozart) e a lei sono stati dedicati spettacoli teatrali e film (oltre a questa biopic va ricordato "Marguerite" di Xavier Giannoli, con Catherine Frot, passato a Venezia nel 2015). Nonostante una mancanza quasi assoluta di talento si esibiva non solo nei circoli che aveva fondato ma anche in locali prestigiosi come il Ritz, incideva registrazioni e arrivò persino, alla bella età di 76 anni, a cantare alla Carnegie Hall, facendo il tutto esaurito. Il suo pubblico, magari non composto da melomani rigorosissimi (il film in questo è piuttosto chiaro), si divertiva nell'ascoltare questa signora eccentricamente vestita che si misurava con un repertorio al di sopra delle sue possibilità. Non è chiaro se la cantante avesse consapevolezza dei propri limiti e la sceneggiatura di Nicholas Smith si costruisce su questo: la Florence della Streep non è in effetti un personaggio autoironico che fa quello che le piace fregandosene del giudizio altrui ma una sorta di figura tragicomica, una donna che ama la musica e ha una visione programmaticamente limitata e distorta della realtà, della quale preferisce vedere ciò che le fa comodo. Questo non le impedisce di finanziare gli spettacoli del maestro Toscanini o di organizzare eventi per i soldati al fronte. I suoi cari, in primis il marito-manager, l'ex attore inglese St. Clair Bayfield (un ritrovato Hugh Grant, anche lui in predicato per una nomination, che nel suo caso sarebbe la prima e non sarebbe immeritata, salvo il particolare che la casa di distribuzione ha deciso di proporlo come attore non protagonista, quando di fatto è un co-protagonista della pellicola), col quale condivide un menage appropriatamente anticonvenzionale ma ugualmente pieno di affetto, cercando di proteggerla il più possibile da critiche troppo cattive o anche semplicemente dal capire come stanno realmente le cose. Ma il diavolo, si sa, fa le pentole ma non i coperchi e Florence all'indomani del suo concerto alla Carnegie non può evitare di leggere una recensione a dir poco al vetriolo in cui viene definita la peggiore cantante di sempre. Non è ovviamente possibile dichiarare categoricamente che furono le critiche feroci a portare alla morte la cantante a solo un mese dal concerto, anche perchè la donna era malata da tempo ma naturalmente Frears non può rinunciare ad una scena madre con Meryl sul letto di morte, in cui peraltro viene ribadito l'entusiasmo e l'ottimismo incrollabili della protagonista.

Dopo essere diventato un campione della renaissance del cinema britannico anni ottanta, grazie a titoli come "The Hit", "My Beautiful Laundrette" e "Prick Up your Ears", Stephen Frears con "Le relazioni pericolose" si mise in evidenza per la direzione di attrici come Glenn Close e Michelle Pfeiffer (senza dimenticare una Uma Thurman praticamente esordiente). Negli ultimi anni lo abbiamo visto dirigere in un paio di occasioni fortunate Dame Judi Dench e i tempi quindi erano sicuramente maturi perché dirigesse la Streep; lei lo ha ripagato con una prova in cui la sua sensibilità interpretativa fa sì che il pur stravagante personaggio non cada mai nel farsesco. Le ambizioni di Florence sono assurde ma si finisce lo stesso per capirla e parteggiare per lei e questo non è per niente scontato.
Il film, godibile seppur prevedibile, naturalmente vive della forza dei due protagonisti, ma bisogna riconoscere che Frears li circonda di comprimari di valore come il televisivo Simon Hellberg (noto soprattutto per la serie "Big Bang Theory"), la star di Broadway Nina Arianda (molto simpatica nei panni di un'improbabile esponente della New York bene) e l'emergente Rebecca Ferguson cui tocca nuovamente l'ingrato ruolo dell'altra donna. La fotografia di Danny Cohen, i costumi di Consolata Boyle, le scenografie di MacDonald e, non poteva essere altrimenti visto il tema, le musiche di Desplat danno a "Florence" un' una discreta eleganza formale che contribuisce sicuramente al risultato finale.

23/12/2016

Cast e credits

cast:
Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg, Rebecca Ferguson, Nina Arianda, John Kavanagh, David Haig, Brid Brennan


regia:
Stephen Frears


titolo originale:
Florence Foster Jenkins


distribuzione:
Lucky Red


durata:
110'


produzione:
Pathé


sceneggiatura:
Nicholas Martin


fotografia:
Danny Cohen


scenografie:
Alan MacDonald


montaggio:
Valerio Bonelli


costumi:
Consolata Boyle


musiche:
Alexander Desplat


Trama
Una socialite newyorkese insegue il suo sogno di esibirsi nel canto lirico, nonostante l'assoluta mancanza di talento
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