commedia, drammatico | Usa (2025)
Mary Bronstein, al suo secondo lungometraggio diciassette anni dopo "Yeast", firma con "If I Had Legs, I'd Kick You" un'opera che svia deliberatamente dalla consolazione narrativa per costringere lo spettatore in una macchina filmica ossessiva: il centro della messa in scena è Linda (Rose Byrne), madre-terapeuta il cui mondo implode fra una figlia misteriosamente malata, un marito assente per il lavoro e relazioni professionali e personali che si sgretolano. L'impianto del film è semplice nella premessa ma radicale nell'esecuzione: Bronstein costruisce un magma di quotidianità logorante, claustrofobia domestica e accumulo di piccoli smottamenti emotivi che esplodono in sequenze di crescente perturbazione.
La sceneggiatura – scritta dalla stessa regista – lavora sottraendo informazioni: non circoscrive la "malattia" della bambina in termini netti e lascia molte questioni sul piano dell'indeterminatezza narrativa, trasformando la vicenda in un problema morale oltre che psicologico. Bronstein non vuole fornire una diagnosi ma mostra lo stato di esaurimento e l'erosione delle certezze di una donna che deve simultaneamente curare, lavorare e resistere allo smembramento della vita quotidiana. La struttura del racconto resta per lo più lineare, ma è attraversata da scarti tonali e accelerazioni che destabilizzano il ritmo e accompagnano la deriva della protagonista.
Il film funziona come dispositivo sensoriale: la macchina da presa indugia su dettagli che diventano indici psichici, i piani stretti e medi comprimono lo spazio vitale della protagonista e il montaggio ellittico trasforma gli eventi quotidiani in flusso soggettivo, accumulando tensione e ansia. Lavorando con il direttore della fotografia Christopher Messina, Bronstein alterna cromie sature e ombre opprimenti, creando un contrasto costante tra ordine domestico apparente e disordine interiore. Il suono, spesso trattato per sovrapposizione di segnali dissonanti, diventa materiale narrativo che modula la soggettività di Linda. La regista controlla lo spazio e la profondità di campo cosicché corridoi, stanze e spazi pubblici accentuino pressione e isolamento, calibrando la distanza dello spettatore attraverso alternanze tra primissimi piani e campi medi soffocanti.
Un elemento centrale riguarda la gestione della figlia. Pur essendo sempre presente accanto a Linda, la bambina rimane sostanzialmente invisibile: la regista mostra solo frammenti – nuca, schiena, fugaci sguardi nello specchietto retrovisore – evitando di restituire una corporeità piena. La scelta genera una tensione inquietante: la figlia diventa uno sguardo senza corpo, amplificando l'angoscia della madre e proiettando sullo spettatore la stessa impossibilità di accesso alla sua interiorità. Ogni interazione – un abbraccio solo quando la bambina gira le spalle, una carezza prima che si addormenti – restituisce il terrore e l'impotenza di Linda, mentre la narrazione sfrutta questa compresenza latente per costruire un senso di controllo fragile e costante incertezza. L'assenza corporea diventa strumento di tensione narrativa, trasformando la bambina in oggetto della paura, dell'inadeguatezza materna e della responsabilità morale senza mediazioni.
La performance di Rose Byrne è il perno del film: l'attrice oscilla fra controllo e collasso, rendendo credibili i tic, le micro-espressioni e i momenti di dissociazione senza ricorrere al melodramma. La sua recitazione di sottrazione trova eco nella regia, valorizzando la trasformazione del personaggio. Accanto a lei, il cast di supporto – da Conan O'Brien e A$AP Rocky fino a caratteristi più tradizionali – contribuisce a un coro di presenze che inscrive il dramma in un contesto sociale riconoscibile.
Tematicamente, il film esplora la maternità e il burnout familiare, ma anche i limiti delle reti di supporto contemporanee (sanità, terapia, relazioni di coppia) e il modo in cui la società trasferisce la responsabilità individuale al nucleo domestico. Bronstein non moralizza: mostra come pressioni esterne e assenza di supporto si condensino nel corpo di una donna, producendo modalità di sopravvivenza eroiche ma autodistruttive. Pur includendo elementi di black comedy e grotesque, il film non concede sollievo alla pietà facile.
Nell'opera seconda di Bronstein non mancano però dei limiti: alcuni elementi restano irrisolti, come la natura della patologia e il ruolo di personaggi marginali che possono essere letti come scelta autoriale di ambiguità, ma generano un senso di incompletezza drammaturgica. Inoltre, il film si regge su un crescendo emotivo efficace grazie alla disciplina della regia, ma che riduce lo spazio per contro-movimenti narrativi che avrebbero arricchito il quadro psicologico.
Sul piano formale, Bronstein dimostra coraggio nella scrittura visiva: il film alterna vicinanza estrema alla protagonista e squarci di ironia nera senza tradire il nucleo doloroso, imponendo distanza e compartecipazione allo spettatore. "If I Had Legs, I'd Kick You" sceglie il rischio estetico alla rassicurazione emotiva, producendo una complessità espressiva che, pur non esaurendo tutte le linee narrative, mantiene coerenza di intenti.
Mary Bronstein realizza così un film che è insieme prova d'autore e veicolo per una performance tra le più notevoli dell'anno. Non è "piacevole" nel senso convenzionale: è un'esperienza di visione che mette lo spettatore di fronte a domande scomode sulla cura, la responsabilità e il costo emotivo della resilienza quotidiana.
cast:
Christian Slater, Conan OBrien, A$AP Rocky, Danielle Macdonald, Rose Byrne
regia:
Mary Bronstein
titolo originale:
If I Had Legs I'd Kick You
distribuzione:
A24
durata:
113'
produzione:
A24, Bronxburgh, Fat City
sceneggiatura:
Mary Bronstein
fotografia:
Christopher Messina
scenografie:
Carmen Navis
montaggio:
Lucian Johnston
costumi:
Lucy Pardee
musiche:
Bobby Krlic