Ondacinema

recensione di Alessio Cossu
7.0/10

Un corpulento, occhialuto e, verrebbe da dire, imborghesito Javier Bardem, dall’alto di un ballatoio si rivolge ai propri operai. Le sue sono le parole di un dirigente che ama mostrarsi paterno, comprensivo, accondiscendente. In basso, gli operai ascoltano le sue raccomandazioni: è necessario che l’azienda riluca come un gioiello in ogni suo aspetto poiché in capo a una settimana una commissione regionale che la ispezionerà potrebbe riconoscerle un premio. Al termine del discorso, tuttavia, un operaio irrompe con i suoi due bambini negli uffici dell’azienda lamentandosi per il licenziamento. Alto e basso, dentro e fuori, capi e operai: nel film di Fernando León De Aranoa la dicotomia socioeconomica non potrebbe essere più evidente. Le bilance prodotte e commercializzate dall’azienda Blanco assumono una chiara valenza metaforica: sono infatti simbolo di equilibrio, giustizia, precisione, affidabilità. Ma esse non sono strumenti inerti: si adeguano ai pesi, riflettono le oscillanti vite dei protagonisti, per cui quelle che secondo il capo dovrebbero costituire con plastica evidenza la garanzia di un microcosmo lavorativo equo e felice, agli occhi degli operai possono diventare molle ispiratrici per tentazioni luddiste. Quando Josè, l’operaio licenziato, insozza la bilancia antistante l’ingresso dell’azienda, scatena le ire di Blanco come non accade nel resto della pellicola: è il segno di una sentita identificazione del capo in ciò che simboleggia il suo primato sociale, la sua eredità familiare, ma è anche indice di un alienante feticismo, di una devozione che non ammette iconoclastia.

De Aranoa non è nuovo ai temi connessi alle realtà lavorative. Esattamente vent’anni fa, con "I lunedì al sole" metteva a nudo le vite di sei operai segnate dalla precarietà. Se però nel precedente film il punto di vista era quello degli operai, ne "Il capo perfetto" il tutto viene focalizzato dall’ottica di J. Bardem. Bardem è il film, e lo è in modo a tratti debordante. Rare infatti le sequenze nelle quali non compare. In una che lo mostra in uno dei suoi frequenti discorsi, la cinepresa gli gira intorno addirittura con un carrello di 360°. Nonostante gli esiti del film non siano all’altezza del precedente, la scelta registica della presenza pervasiva del protagonista è un escamotage riuscito, giacchè il pubblico, sentendo quasi il fiato del capo sul collo, si identifica negli operai e ne condivide la sofferenza. Essi sembrano non avere neanche più diritto all’intimità della vita familiare, a una dimensione altra da quella dettata da un capo che considera la propria azienda come una famiglia e i propri operai come figli. Egli è disposto ad appianare i contrasti coniugali dei dipendenti, o perfino a intercedere presso le alte sfere in favore di qualche loro figlio un po' scapestrato.

Ebbene sì, perché il protagonista de "Il capo perfetto" è molto più di un semplice capo e va detto che il titolo italiano della pellicola non rende giustizia della polisemicità di quello originario ("El Buen Patron"). In spagnolo, difatti, “patron” vuol dire capo (nel senso di datore di lavoro) solo come terzo significato, mentre come prima accezione equivale a patrocinatore, difensore; c’è poi un quarto traducente, quello di patrono, che rimanda a un’aura di sacralità. L’ambiguità semantica di fondo, pertanto, è quella a cui si ispira il camaleontico modus agendi di Blanco. Sempre disposto alla diplomazia e al sorriso, sfuggente quando occorre, appare l’unico personaggio propriamente sfaccettato, mentre tutti coloro che gli stanno intorno paiono opacizzati, oscurati dal suo smisurato ego. Fino a quando non entra in scena una delle tre stagiste d’azienda… Il twist, per quanto prevedibile, regala una conclusione a effetto che amplia il ventaglio del sottotesto filmico. Aranoa non ci mostra infatti solo capi e operai, ma ci induce a riflettere sull’amicizia e sull’adulterio, sull’avidità e sull’apparenza, su che cosa ne è del machismo e del razzismo in una società sempre più liquida, ovvero nella quale le donne e gli immigrati possono giocare ad armi pari al tavolo del capo, costringendolo a rivedere molte sue posizioni.

Per quanto riguarda il suo stile registico, rispetto al succitato "I lunedì al sole", Aranoa sembra aver fatto un passo indietro, in quanto ricorre a sequenze eccessivamente verbose che ottundono l’espressività delle immagini. Mancano cioè quelle inquadrature brevi ma ad effetto che rivelano le intenzioni dei personaggi anche senza farli parlare. Ciò che rende invece più interessante il lavoro di Aranoa non è né l’interpretazione di Bardem, né la ricchezza di metafore o la presenza di più sottotesti, quanto la contaminazione dei generi: dramma, commedia, farsa. Il pendolo morale del capo è così oscillante, il suo narcisismo così imprevedibile che si sarebbe tentati di definire l’opera un dramma travestito da commedia. Un po' come Bardem che sembra un lupo con la pelle d’agnello. Della commedia e della farsa sono tipiche soprattutto le sequenze notturne, in cui le distanze socioeconomiche tra i protagonisti sembrano sfumare. Con quest’ultima pellicola, prese le distanze dallo scialbo "Escobar - Il fascino del male" (2017), De Aranoa entra a buon titolo nella nutrita schiera di coloro che si sono soffermati sul mondo del lavoro dipendente, senza il sarcasmo di Billy Wilder ("L’appartamento"), o il crudo realismo sociale di Ken Loach ("Riff Raff – Meglio perderli che trovarli") e Laurent Cantet (Risorse Umane). Il regista spagnolo sembra a tratti ricordare di più le trovate grottesche di Luis García Berlanga e la commedia italiana di Mario Monicelli e Pietro Germi. Per la caratterizzazione psicologica del protagonista e le dinamiche di potere nei contesti lavorativi l’opera è accostabile anche alla cosiddetta "Trilogia della nevrosi" di Elio Petri.             


28/01/2022

Cast e credits

cast:
Javier Bardem, Manolo Solo, Almudena Amor, Óscar de la Fuente, Sonia Almarcha, Fernando Albizu, Tarik Rmili, Rafa Castejón, Celso Bugallo


regia:
Fernando León de Aranoa


titolo originale:
El Buen Patron


distribuzione:
Bim


durata:
120'


produzione:
Reposado PC, The Mediapro Studio, Básculas Blanco AIE [ES]


sceneggiatura:
Fernando León de Aranoa


fotografia:
Pau Esteve Birba


montaggio:
Vanessa Marimbert


musiche:
Zeltia Montes


Trama

 

Si avvicina una settimana decisiva per Julio Blanco, il proprietario di una fabbrica di bilance. Ogni singolo anello della catena produttiva dovrà essere perfetto perché egli possa aggiungere un ulteriore trofeo alla sua preziosa collezione. Le cose tuttavia si complicano e la sua vita come quella dei suoi dipendenti sono esposte a diversi rischi, soprattutto a causa dell’arrivo di un’avvenente stagista. Blanco farà di tutto per ottenere l’agognato riconoscimento e riequilibrare la bilancia a proprio vantaggio.