commedia | Italia (2025)
In apparenza, il secondo film di Carolina Cavalli conserva l'energia dell'esordio, la sua inclinazione per la deriva e per quei personaggi che vivono come presi di traverso dalla realtà. Ma ne "Il rapimento di Arabella" questa eccentricità diventa un sistema chiuso, un meccanismo che ambisce al grottesco senza riuscire a sostenerne la complessità e che finisce per sfiancare la narrazione più di quanto la renda perturbante. L'incontro tra Holly, adulta sfiorita dalle ossessioni infantili, e Arabella, bambina che si lascia rapire come se cercasse un varco per uscire dal proprio ruolo, avrebbe potuto liberare uno sguardo sulla fragilità identitaria, sulla confusione tra il sé e la sua proiezione deformata. Eppure, questo spostamento di fuoco non trova mai un reale baricentro: la sceneggiatura procede per eccessi, stratifica situazioni bizzarre, dialoghi futili e gesti eccentrici, finendo per smarrire ogni reale tensione drammaturgica.
La struttura del film prende ispirazione dal modello del road movie americano anni 80 e 90, ma ne replica solo la superficie: movimenti frenetici, ambienti marginali, personaggi di passaggio che paiono usciti da un repertorio più immaginato che messo in scena. Le deviazioni narrative non aprono itinerari emotivi ma producono un rumore costante, una saturazione che rende difficile distinguere ciò che conta da ciò che è semplice eccedenza. Ne deriva un racconto che fatica a trovare ritmo, dilatato da sequenze la cui funzione drammatica resta sospesa fino ad evaporare. L'incontro tra le due dà il via a una fuga survoltata: si nascondono, viaggiano verso motel sporchi e paesi sconosciuti, fingono e giocano con l'illusione dell'identità. Holly sogna di riportare Arabella a "La Creuz", una scuola di danza legata al passato e alla madre di Holly, convinta di poter correggere gli errori che le hanno segnato la vita. Nel frattempo, il padre della bambina e un amico cercano di rintracciarle, mentre Arabella asseconda il desiderio di Holly e costruisce un piccolo mondo parallelo, tra giochi di ruolo e complicità.
La fotografia segue questa logica dispersiva, lavorando su una luce patinata che vorrebbe suggerire uno stato di perenne scollamento dalla realtà, ma l'intenzione resta spesso più evidente dell'effetto. L'immagine non costruisce uno spazio mentale, non modella la percezione; rimane invece su un piano illustrativo, come se mancasse un pensiero preciso sulla relazione tra luce, personaggi e contesto. Lo stesso vale per l'uso degli interni: i motel, la pista di pattinaggio, i saloni nuziali, luoghi che potrebbero diventare teatralità deformata e invece restano superfici scenografiche.
Nel montaggio si avverte una simile incertezza: le ellissi arrivano come tagli bruschi, non necessari, che interrompono il potenziale emotivo delle sequenze senza creare quel respiro straniante che un film grottesco richiederebbe. Le transizioni non modulano la tensione, non articolano i movimenti interni del personaggio; sembrano piuttosto rispondere alla necessità di tenere insieme un materiale che non trova altrimenti una coesione. La regia si limita a seguire la traiettoria lineare della fuga, senza scavare nelle sue pieghe, senza interrogare il modo in cui lo spazio attraversato modella la relazione tra Holly e Arabella.
Ed è proprio qui che il film mostra la sua fragilità più evidente: i dialoghi e le performance, irrigiditi da un italiano perfetto e accademico, annullano la possibilità di una prossimità reale tra noi e i personaggi. Questo sembra essere un tratto ricorrente di un certo cinema italiano recente, dove l'attore non valorizza più il linguaggio ma lo enuncia come un dettato, rendendolo poco realistico. Il risultato è una distanza costante, che allontana lo spettatore anziché avvolgerlo. È possibile notarlo anche in molti film di Gabriele Muccino, in particolare "Baciami ancora", in cui la meccanicità del parlato entra in tensione e in contrasto con l'intento dichiaratamente realistico ed emotivo del film, finendo per indebolirne la credibilità e rendendo così evidente la presenza del copione.
Cavalli cerca dunque di trovare il guizzo, ma resta ferma sulla superficie. Quando Holly porta Arabella verso la scuola di danza mitizzata – deposito di un fallimento che non ha mai smesso di perseguitarla – il racconto dovrebbe trovare il suo punto di implosione: la ricerca di una seconda possibilità che si rovescia nella ripetizione dello stesso errore. Eppure, anche qui manca il peso dell'emozione, manca la densità dello sguardo. Persino il personaggio di Granatina, figura potenzialmente lacerata e ambigua, si riduce a un'apparizione funzionale, incapace di sprigionare una reale ambivalenza.
"Il rapimento di Arabella" resta così un film che vive di intenzioni, di riferimenti dichiarati ma non incarnati, di eccentricità più proclamata che costruita. Cavalli possiede un immaginario personale e riconoscibile, ma la sua regia non riesce a trasformarlo in una forma che regga, che sappia davvero tenere insieme il perturbante e il comico, il trauma e il paradosso. Ne risulta un'opera godibile, ma mancante di idee e troppo dispersiva: un film che tenta di fuggire da tutto ciò che potrebbe dargli peso, radicamento e profondità.
cast:
Benedetta Porcaroli, Lucrezia Guglielmino, Chris Pine, Marco Bonadei
regia:
Carolina Cavalli
titolo originale:
Il rapimento di Arabella
distribuzione:
Piper Film
durata:
107'
produzione:
Elsinore Film, Piper Film, The Apartment
sceneggiatura:
Carolina Cavalli
fotografia:
Lorenzo Levrini
scenografie:
Martino Bonanomi
montaggio:
Babak Jalali
costumi:
Francesca Cibischino
musiche:
Noaz Deshe, Thomas Moked Blum