Il divo

Il divo


Paolo Sorrentino

Drammatico, Grottesco | Italia
(2008)

Il “mostro” siamo noi. La prima conclusione, la più diretta, la più lampante, quella che ci impedisce persino di applaudire durante i titoli di coda (tanto è l’imbarazzo che ci assale) è questa.

La risonanza che il film su “La vita spettacolare di Giulio Andreotti” ha avuto dopo la premiazione a Cannes (assieme a un altro così uguale e diverso come “Gomorra“) può diventare, sotto questo punto di vista, sintomo di una presa di coscienza collettiva: sono passati quasi cinquant’anni da quando la faccia di gomma (reale e umana al massimo) di Alberto Sordi assorbiva, proteggeva e assolveva, in sé e nei suoi personaggi, i difetti e le magagne dell’italiano medio. Adesso, la faccia di gomma (finta e inumana al massimo) di Toni Servillo diventa simbolo spaventoso, imperdonabile e inassolvibile della mediocrità dell’uomo medio al potere: senza qualità e proprio per questo adattissimo a governare.

Nella sua figura amorale e misteriosa ci idenfichiamo in quanto spettatori, nel suo essere “un pezzo della storia italiana” (venerato e rispettato ancora da molta politica attuale), con i suoi modi di fare, di dire, i suoi tic la sua postura e così via, ci rispecchiamo proprio in quanto italiani.

Sorrentino lo sa, e ce lo mostra senza indulgenza in un film spietato, amarissimo, doloroso e lancinante come una coltellata, che ripercorre le fasi cruciali della scena politica del Paese dal ’91 al ’96 (anno dell’inizio del famoso maxi-processo per mafia che vide coinvolto proprio Andreotti in prima persona).

A dir la verità, di politica in senso lato ce n’è davvero poca: i governi che cadono e gli scandali giudiziari restano fuori, a malapena accennati. Il “focus” è su di lui, il Divo, il cui ritratto Sorrentino ci consegna senza alcuna pretesa di una ricostruzione realistica, ma anzi, completamente deformato in chiave grottesca, tragica e ironica al tempo stesso: un Andreotti che non è neanche somigliante a una sua caricatura (altrmenti, dice il regista, avrebbe potuto prendere anche Lionello, suo più bravo imitatore), ma che è solamente simbolo diretto del potere rigido e oscuro di quegli anni: come se, nell’espressione immutabile e fissa di Servillo (davvero strepitoso, per sottrazione, immedesimazione, intensità) fosse racchiuso tutto l’immobilismo di una politica che, parole testuali, “tirava a campare piuttosto che tirare le cuoia”.

Anche il modo con cui ci viene presentata la “corrente andreottiana”, neanche fosse realmente una gang malavitosa (tra i comprimari da segnalare comunque l’ottimo Cirino Pomicino interpretato da Carlo Buccirosso), sta a sottintendere la completa devozione dei compagni di partito al “Boss”: l’uomo che, “a parte le guerre puniche”, hanno accusato di tutto quanto sia successo in Italia; colui che non esita a sacrificare per la politica, virtualmente e fisicamente, amici politici o alleati; un uomo indecifrabile, impenetrabile, le mani nodose (costantemente illuminate) che parlano al posto della faccia, l’emicrania e il ricordo di Moro a tormentargli il cervello; il marito fedele che stringe la mano della moglie durante una canzone di Renato Zero ma che resta anche per lei, unica sua intima, oggetto misterioso fino alla fine. Un uomo insomma talmente assuefatto al potere da rimanerne a sua volta vittima e confessare, in una scena dal fortissimo impatto drammatico (e che ha fatto sbottare anche il vero Andreotti, che ha definito il film “una mascalzonata”), di aver “usato il Male a fin di Bene”, rinnegando soprattutto la Verità, strumento quantomai inutile.

In tutto questo, poi, la realtà è uno skateboard che irrompe improvvisamente nelle sale di Montecitorio durante la “compravendita” di voti per l’elezione del Presidente della Repubblica (unico vero smacco della carriera andreottiana): ottima metafora per alternare alla vita del Divo i gravissimi fatti di cronaca nera che hanno accompagnato la sua fama, racchiusi tutti nell’incredibile sequenza d’apertura dove sulle note dance di Cassius ci viene presentato un collage composto dalle morti di Sindona, Calvi, Pecorelli, Falcone; “spine nel fianco” della nostra giustizia, casi tutt’ora parzialmente insoluti, vera vergogna italiana.

Insomma, il cinema di Sorrentino, dopo quattro film, possiamo dire di conoscerlo: sia nel bene (costruzione dell’inquadratura impeccabile, movimenti di macchina complessi ma precisissimi, elementi “post-moderni” come l’uso non convenzionale delle scritte in sovraimpressione o quello della musica pop sparata a massimo volume nei momenti clou), che nel male (personaggi spesso abbozzati, caricaturati, quasi macchiette; dialoghi fin troppo costruiti, battute sempre e comunque “ad effetto”); ma qui, tutto rientra nel quadro alla perfezione, è in tema col tono generale che si è voluto assumere. La stessa figura di Andreotti poi, se vogliamo, diventa ideale prosecutrice dell'”uomo solo” da sempre portagonista dei film del regista napoletano (professionalmente, come ne “L’uomo in più”; fisicamente, come ne “Le conseguenze dell’amore”; affettivamente, come ne “L’amico di famiglia”).

E poi, su tutto, la disturbante sensazione, confermata anche quando prima dei titoli di coda ci viene ricordato delle accuse cadute in prescrizione, che nulla è cambiato e niente cambierà, che il potere è e resta qualcosa di immutabile e intoccabile, che il “mostro” è talmente insito da non poter essere più eliminabile. Sì, i “nuovi mostri” (Risi come al solito ci aveva visto lungo…) siamo noi, e ci voleva un film così per ricordarcelo.

04/06/2008

Cast e credits

Titolo Originale
Il divo
Distribuzione
Lucky Red
Durata
110'
Produzione
Babe Film, Indigo Film, Lucky Red, Parco Film
Sceneggiatura
Paolo Sorrentino
Fotografia
Luca Bigazzi

Trama

1991. Giulio Andreotti, leader della democrazia cristiana, uomo più potente d'Italia, chiamato “Il Divo”, si appresta a diventare per la settima volta presidente del Consiglio. Ma le tensioni all'interno del suo partito e, soprattutto, i terremoti all'interno del sistema politico italiano (negli anni di Tangentopoli, degli attentati di mafia, dei boss pentiti) gli creeranno grossi problemi.
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