Ondacinema

recensione di Matteo Zucchi
7.0/10

La memoria del buio


Da ormai cinque lustri (anche più, in realtà, pensando al cortometraggio "Smoke Allucination" del 1998) Lorenzo Bianchini intrappola i suoi incauti protagonisti in labirinti che, per quanto diversi per natura, struttura e ambientazione, sono tutti accomunati dall'intrecciarsi fra la dimensione spaziale e quella mentale, facendo di queste strutture tortuose una controparte delle motivazioni complesse dei personaggi principali, destinate a rimanere insolute, lasciando loro smarriti. Nonostante l'ultima sortita dietro la macchina da presa per il regista friulano (per poco, visto che il successivo film "L'ultima consegna" è già in post-produzione) "La memoria del buio" ricordi moltissimo per ambientazione e contesto produttivo il lungometraggio d'esordio "Radice quadrata di tre", la pellicola riesce anche a illustrare con efficacia come molto sia cambiato nel cinema di Bianchini nel corso dei decenni. Non si tratta solo della maggiore professionalizzazione delle opere del regista udinese, culminata nel notevole "L'angelo dei muri", ma in primo luogo del processo di astrazione e riduzione ai minimi termini degli elementi del genere, sia narrativi sia stilistici, e di come questi vengono adoperati per creare quella "sensazione da abitare" (per rubare le parole al regista teatrale Romeo Castellucci) che è da 25 anni uno degli elementi più distintivi della produzione di Bianchini nel contesto italiano.

"La memoria del buio" ricorda sicuramente "Radice quadrata di tre", e ancor più "Smoke Allucination" e il misconosciuto noir "Film sporco", per l'esibita povertà dei mezzi, per l'ambientazione quasi totalmente notturna e in interni e per la regia minimale, ma se ne distanzia nettamente per quanto riguarda la costruzione narrativa, così come l'utilizzo che viene fatto delle componenti orrorifiche e sovrannaturali del racconto. Il film pare sì quasi "un ritorno alle origini", per citare lo stesso regista, ma un ritorno che è filtrato attraverso il netto cambio di sensibilità e di padronanza del mezzo avvenuto nel corso di più di 20 anni, contrapponendo all'accumulo di piani narrativi e trovate stilistiche (found footage, sequenze oniriche, flashforward, etc.) della pellicola del 2001 una semplicità formale e una linearità narrativa quasi mai viste in un'opera di Bianchini (per quanto anche qui non manchi un colpo di scena prefinale), nonché la progressiva elisione e razionalizzazione dell'elemento sovrannaturale, come già avveniva ne "L'angelo dei muri". L'esplorazione di un'immensa amideria abbandonata iniziata dal fotografo squattrinato Paolo per un progetto universitario e divenuta poi una continua immersione nelle profondità della notte e dell'inconscio in seguito all'incontro con lo spacciatore Marco viene infatti narrata ne "La memoria del buio" in maniera strettamente lineare, quasi rispettando le unità aristoteliche, dal momento che si svolge in poco più di una giornata e all'interno di due soli setting, il complesso industriale in rovina e l'appartamento del fotografo.

Assumendo la forma di un letterale "viaggio al termine della notte" (quasi un survival movie che non sa di esserlo), l'ultima opera di Bianchini aggiorna e omaggia l'allucinata esplorazione urbana di "Film sporco", la pellicola meno considerata della produzione del nostro insieme all'horror saldamente avatiano "Occhi", ancora più di quanto riprende "Radice quadrata di tre", quasi a ribadire quanto Lorenzo Bianchini sia ancora capace di fare i "suoi film" dopo la parentesi mainstream de "L'angelo dei muri". Proprio per questo motivo "La memoria del buio" può essere interpretato come una sorta di controcampo del film del 2021, un tentativo di realizzare la stessa esplorazione di labirinti ignoti che eppure si rivelano così familiari, proprio perché si tratta in primo luogo di spazi mentali, gli spazi dei traumi e delle ferite che ognuno si porta dietro (l'ossessione dell'arricchimento per Marco, la quotidianità senza vie di fuga per Paolo). Non sorprende perciò che [SPOILER] "La memoria del buio" sia l'unico film di Bianchini, proprio insieme a "L'angelo dei muri", ad avere una sorta di epilogo positivo, in cui il protagonista trova finalmente qualcosa al termine dell'ennesima divagazione labirintica del corpus del cineasta friulano, una forma di riscatto che è in primo luogo morale e poi anche materiale, non a caso in una pellicola in cui l'elemento sovrannaturale e orrorifico si rivela far parte solo di una dimensione mentale disturbata.

A questo punto è possibile discutere anche dell'aspetto produttivo ed estetico de "La memoria del buio", che anche in questo caso è in evidente contrapposizione con la grande cura dell'immagine e la produzione professionale de "L'angelo dei muri", un'altra opera semi-amatoriale che grazie ai notevoli progressi del videomaking digitale negli ultimi 20 anni pare meno rudimentale di "Radice quadrata di tre" o di "Custodes Bestiae", pur trattandosi in realtà di un'esasperazione del modus operandi di Bianchini dei primi anni 2000. Girato da una troupe composta a tratti da sole sei persone, con le torce dei protagonisti come principale fonte di luce durante le riprese, "La memoria del buio" è una pellicola che, sebbene possa essere urtante per la natura spartana della confezione (soprattutto per quanto riguarda l'audio in presa diretta dei dialoghi), ribadisce il fascino inaspettato di questo cinema di pochi mezzi e idee semplici, eppure di rodata efficacia. Realizzare un thriller così suggestivo con maestranze e strumentazioni così limitate diviene l'ennesima dimostrazione della padronanza del mezzo di Lorenzo Bianchini, capace di valorizzare ambientazioni desolate e il profondo nero della notte naturale come pochi altri cineasti, al netto della semplicità stilistica e narrativa di cui si è già scritto.

Nonostante il ritorno a una dimensione produttiva e narrativa più tradizionale per il cineasta friulano rispetto a "L'angelo dei muri" e "Oltre il guado" possa sembrare un passo indietro in uno dei percorsi registici più interessanti nel cinema italiano contemporaneo, ciò rappresenta in realtà solo l'ennesimo tassello di una carriera discontinua, come d'altronde sembra (purtroppo) quasi scontato quando si è letteralmente ai margini dell'industria cinematografica nazionale, da un punto di vista geografico, produttivo, di genere. Un cinema contraddittorio e sfuggente, in continuo cambiamento, che ricorda proprio i labirinti in cui da quasi 30 anni si perdono i protagonisti dei film di Lorenzo Bianchini, a prescindere dalle loro motivazioni, quasi fosse la loro vera, la loro unica, natura, forse proprio perché loro stessi sono spesso ai margini della società, studenti ripetenti, professionisti caduti in disgrazia, pensionati dimenticati, piccoli gangster di provincia, fotografi spiantati. Un cinema degli ultimi che si muove fra ruderi e vecchie dicerie, fra le rovine post-industriali della nostra società (individualista e barbarica) al collasso, mai così letterali come in questo caso.


12/10/2025

Cast e credits

cast:
Paolo Fagiolo, Marco Marchese, Pauli Nauli


regia:
Lorenzo Bianchini


distribuzione:
Minerva Pictures


durata:
107'


produzione:
Arte Video


sceneggiatura:
Lorenzo Bianchini, Michela Bianchini


fotografia:
Alessandro Galliera


scenografie:
Michela Bianchini, Lorenzo Bianchini


montaggio:
Lorenzo Bianchini, Claudio Zorzenon


costumi:
Michela Bianchini, Lorenzo Bianchini


musiche:
Lorenzo Bregant


Trama
Il fotografo squattrinato Paolo Rinaldi viene a sapere che il progetto universitario di archeologia industriale su un complesso abbandonato nel mezzo della campagna friulana è stato approvato. Recatosi subito sul posto per iniziare il lavoro, si accorge poi di aver immortalato nelle foto quelle che sembrano essere delle banconote in mezzo alla polvere. Sperando ci riuscire così a ripagare i suoi debiti torna nella fabbrica abbandonata, dove però incontra il misterioso Marco, il quale pare essere l'unico sopravvissuto di una sparatoria. L'uomo offre a Paolo la possibilità di avere parte del denaro che è stato effettivamente smarrito dentro il complesso in rovina, ma per trovarlo i due dovranno immergersi negli abissi desolati della struttura e della sua storia.