coming of age | Slovenia/Croazia/Italia/Serbia (2025)
"We both know you shouldn't come here anymore
But what's a bridge if left unburned?"
HEALTH (ft. Lauren Mayberry), "ASHAMED"
Fin dalla prima sequenza "La ragazza del coro" si presenta come un film di dettagli, di close-up che mostrano elementi in isolamento, restringendo il focus di chi guarda e circoscrivendo nettamente la narrazione. Non sorprende perciò che il lungometraggio d’esordio della slovena Urška Djukić si sviluppi attorno a questo concetto di delimitazione, il quale d’altronde fa il paio con la sfacciata "piccolezza" del progetto. Umile e minuto come la sua protagonista sedicenne Lucija, ottimamente interpretata dall’esordiente Jara Sofija Ostan, il film evidenzia questo aspetto fin dalle dimensioni della produzione, palesemente modeste nonostante la pellicola sia frutto della collaborazione di ben quattro paesi, e dalla durata, dal momento che la sua vicenda si risolve in meno di 90 minuti di pellicola (e in pochi giorni di narrazione). Va segnalato comunque che questa "piccolezza" non va fraintesa per mancanza di ambizione o personalità, dato che "La ragazza del coro", ancora una volta come la sua protagonista, ne ha da vendere, di personalità e ambizione.
Una scelta registica che svetta fin dal primo momento, ancora più del focus sui dettagli, è il formato che restringe il mondo di Lucija nei 3:2 del tradizionale 35 millimetri fotografico, mostrando così sia il carattere limitato dell’universo in cui la ragazza si muove sia contribuendo all’aspetto quasi irreale, da vecchio album di fotografie, che questo assume sullo schermo, anche per merito della fotografia dalle tonalità delicate, con colori quasi acquarellati, di Lev Predan Kowarski. In una porzione letteralmente così limitata delle schermo pochi elementi possono distinguersi, e infatti la piccolezza de "La ragazza del coro" è evidente anche dal limitato numero di personaggi principali, nonostante la dimensione appunto corale del coro femminile attorno a cui il microcosmo di Lucija si sviluppa, e nella ridotta quantità di setting. Partendo infatti da una Ljubljana rappresentata quasi solamente da interni, in cui le pareti della scuola cattolica che Lucija frequenta o della casa poco accogliente della sua famiglia paiono comprimere la giovane protagonista e la sua capacità di esprimersi, si passa alle Valli del Natisone al confine fra Slovenia e Friuli e alla cittadina di Cividale. Giunta nel borgo friulano per un ritiro con le compagne di coro in un convento di suore orsoline, Lucija si trova comunque spesso intrappolata dalle mura del monastero o dai vicoli di pietra della cittadina medioevale, rimarcando quanto l’intrappolamento che esperisce l’abbia seguita dall’oppressivo ambiente quotidiano sino al presunto momento di liberazione che il viaggio oltreconfine, con una compagnia di sue pari, per perseguire le proprie ambizioni, avrebbe potuto, se non dovuto, rappresentare.
L’emancipazione della protagonista sedicenne inizia infatti proprio con la sua partecipazione al coro femminile della scuola, dove la ragazza, timida e impacciata, conosce varie coetanee più spigliate, fra la quali spicca Ana-Marija, giovane più matura nell’aspetto e nei modi con cui Lucija sviluppa una peculiare relazione, il cui carattere a tratti esclusivo finisce per infastidire le altre amiche e confondere ulteriormente la protagonista. La possibilità di libertà che il viaggio a Cividale rappresenta per Lucija è rappresentata con efficacia nel secondo terzo della pellicola, in cui l’interazione con le differenti prospettive delle altre ragazze, in primis Ana-Marija, scuote la sedicenne dall’immobilismo precedente. A questo punto pure la regia della pellicola muta, con l’inquadratura che si apre in alcuni (comunque rari) campi lunghi, i quali raffigurano in più d’un’occasione le rive del Natisone, il cui andamento tentacolare da fiume alpino pare farsi immagine della diversificazione delle possibilità per Lucija, ora che la sua stessa prospettiva sul mondo si è aperta.
Una parte fondamentale di questa emancipazione, come prevedibile in un film con protagoniste adolescenti, è quella sessuale, in quanto l’inibita Lucija, che non ha esperito ancora il menarca e i cui primi sporadici contatti con la sessualità, mediante un film alla televisione, vengono rapidamente repressi dalla madre, si trova bombardata di stimoli corporei, siano la giocosa sessualità bisessuale proposta da Ana-Marija, siano i corpi maschili madidi di sudore degli operai (specie se giovani e atletici) che lavorano al restauro del convento. Non sorprende pertanto che l’arrivo a Cividale, quando l’inquadratura si apre in uno dei primi campi lunghi del film per seguire il bus del coro che attraversa il famigerato "ponte del diavolo" della città friulana, corrisponda alla prima visione da parte di Lucija di un corpo nudo, quello di uno degli operai del convento intento a prendere il sole sulle rive rocciose del corso tentacolare del Natisone. Il risveglio sessuale della protagonista viene però rapidamente contrastato dalla sentita religiosità della ragazza, la quale viene rafforzata dal contesto del monastero, portando la giovane a prendere una serie di scelte contraddittorie destinate ad alienarle le simpatie delle coetanee e rendere molto più complesso il suo coming of age.
Se Urška Djukić ha sempre messo al centro del suoi lavori precedenti, come i cortometraggi "The Right One" e "Granny’s Sexual Life", l’importanza del confronto interpersonale e la centralità della dimensione sessuale nella definizione della propria individualità, l’incrementata durata de "La ragazza del coro" permette di proporre una visione più stratificata di queste tematiche, mentre l’adesione ai topoi del cinema coming of age contribuisce a ribadire la natura irresoluta di molti cambiamenti individuali e il carattere transeunte delle relazioni interpersonali e della loro influenza sulla crescita personale. La costruzione episodica, a tratti quasi rapsodica, del racconto non sembra quindi una scelta casuale della regista e sceneggiatrice ma contribuisce a rendere la natura incostante della maturazione, in particolar modo durante l’adolescenza, facendo delle contraddizioni delle scelte di Lucija non solo una serie di potenziali debolezze narrative ma anche un modo di rendere in termini filmici l’inadeguatezza con cui la protagonista vive tutti gli eventi trasformativi del viaggio a Cividale. L’accumulo di episodi che evidenziano l’incedere indeciso della maturazione della ragazza si fa quindi corrispettivo dell’accumulo di immagini naturali che rappresentano, in modalità forse un po’ marchiane, la scoperta da parte di Lucija del lato più "naturale" della sua persona, un risveglio che, nel contesto dell’adolescenza, viene facile rappresentare con immagini "primaverili" (fiori che sbocciano, insetti che si nutrono, etc.).
Al centro dei vari momenti di daydreaming esperiti dalla protagonista del corso della pellicola, questi brevi segmenti visionari permettono non solo a Djukić di allontanarsi dal rigoroso realismo cui "La ragazza del coro" sembra inizialmente aderire, ma anche di inserire un elemento perturbante che risulta significativo per una rappresentazione non consolatoria dell’adolescenza, incarnato dalle sempre più frastornanti voci interiori che bisbigliano nelle orecchie di Lucija mentre è smarrita nei suoi sogni a occhi aperti. Che corrispondano a momenti di estasi mistica che travolgono la devota sedicenne o che rappresentino veri e propri episodi psicotici, tali segmenti si intensificano nell’ultimo terzo della pellicola, quando il rapporto della protagonista con le coetanee si incrina e quando le sue ambizioni canore vengono messe in dubbio, culminando in una fuga che lo è anche dalle aspettative della società e dalle proprie convinzioni, ma forse, come evidenzia il crescendo di immagini via via più surreali, anche dalla realtà stessa. Dove questa fuga possa aver condotto Lucija, sia da un punto di vista letterale sia da uno simbolico, non è chiaro nel finale aperto che succede alla sequenza. La ragazza pare più matura e più libera ma non ci sono elementi per accertare ciò. Nel mistero su cosa sia avvenuto nel corso di quella fuga ipogea, e di quanto possa aver effettivamente influito sulla crescita della protagonista, sta molto del fascino dell’adolescenza e della sua rappresentazione, nonché la riuscita di questa piccola, sfuggente, opera prima.
cast:
Jara Sofija Ostan, Mina Švajger, Saša Tabaković, Nataša Burger, Staša Popović, Mateja Strle
regia:
Urška Djukić
titolo originale:
Kaj ti je deklica
distribuzione:
Tucker Film
durata:
89'
produzione:
SPOK, Films Staragara, 365 Films, Non-Aligned Films, Nosorogi, OINK
sceneggiatura:
Urška Djukić,
fotografia:
Lev Predan Kowarski
scenografie:
Vasja Kokelj
montaggio:
Vladimir Gojun
costumi:
Gilda Venturini
musiche:
Kranjcan Lojze