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recensione di Luca Sottimano
5.0/10

Con "Le cri des gardes" (lett. “Le urla delle guardie"), presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2025, Claire Denis cerca di costruire un ponte tra il suo primo cinema e le ultime prove, tra la sua poetica e il tentativo di rivolgersi a un pubblico più ampio. Il film è ambientato in una terra africana non meglio precisata, dove è da tempo attivo un cantiere per l’estrazione del petrolio, che sta per essere chiuso. Tra lande desolate, in un avamposto vive il capocantiere Horn (Matt Dillon) insieme al sottoposto, il giovane Cal (Tom Blythe). Mentre attendono l’arrivo della giovane moglie di Horn, Leonie (Mia McKenna-Bruce), sopraggiunge Alboury (Isaach De Bankolé), uomo autoctono che reclama la restituzione del corpo del fratello, morto in un incidente (?) mentre lavorava nel cantiere.

Nata in Francia nel 1946, la regista/sceneggiatrice aveva trascorso la sua giovinezza nell’Africa Occidentale, tra diverse colonie, dove il padre lavorava come amministratore civile. Un’esperienza personale poi alla base del suo esordio alla regia, "Chocolat" (1988), storia di France, giovane donna che ricorda la sua infanzia in Camerun, in cui il padre era governatore locale. Da quest'ultimo, oltre all’ambientazione, al centro anche di altre opere della regista, in "Le cri des gardes" ritorna Isaach De Bankolé, che qui si unisce, in un film in lingua inglese, a interpreti anglosassoni, il volto noto Matt Dillon e le rising star McKenna-Bruce (""How to Have Sex") e Blyth ("Hunger Games - La ballata dell'usignolo e del serpente"), in sintonia con il precedente film di Denis, "Stars at Noon" (con protagonisti Margaret Qualley e Joe Alwyn).

"Le cri des gardes" inizia mostrando per pochi istanti lo stile di Denis: le immagini del deserto trascendono il reale per assumere una connotazione allucinata, la narrazione sembra distendersi e rallentare, in sintonia con quello che raffigura. Poco dopo, qualcosa stride: assistiamo a un dialogo immaginario tra Alboury e il fratello ormai defunto, in cui i simbolismi e il loro significato sono esplicitati dai dialoghi, cosi come appare chiara metafora il filo spinato che delimita l’avamposto e che divide Horn e Alboury nel loro lungo confronto ("Fence", recinto, è del resto il titolo internazionale del film). 

Rispetto ai titoli precedenti della regista, il film allarga il tema del neo-colonialismo, dell’invasione straniera, della violenza e dell'appropriazione a una dimensione non più solo francese ma globale, con riferimenti geo-politici vaghi che trasportano le vicende su un livello universale. La narrazione si concentra sui personaggi e sui loro confronti verbali a coppie: Alboury/Horn, Cal/Leonie, quando il primo va a recuperare la seconda all'aeroporto, Horn/Leonie, quando i due si riabbracciano, e infine Leonie/Alboury, quando la ragazza prende coscienza della realtà in cui si ritrova. Strumento con cui delineare i loro caratteri e imbastire i temi al cuore dell'opera, senza però prevedere, se si esclude Leonie, una crescita o uno sviluppo, per la storia o per i protagonisti.

Scolpiti con l’accetta, questi diventano tramite per trasmettere i temi dell’opera, ripetuti più e più volte. Horn è emblema della visione occidentale interessata al profitto e capace di parlare solo la lingua del denaro; Carl il giovane avido e desideroso di fare carriera, a qualunque costo. Alboury incarna invece lo spirito africano, che mette al centro l'uomo ed è desideroso di riprendersi la propria terra. Leonie rimane il personaggio più interessante dell’operazione, seppur non completamente risolto, come ideale figlia della France di "Chocolat" ma anche della protagonista, interpretata da Isabelle Huppert, di "White Material" (2001), una produttrice di caffè in un paese africano francofono che decide di rimanere a vivere nella sua piantagione. Leonie arriva in Africa da turista, piena di bagagli e con scarpe coi tacchi, per questo sbeffeggiata da Carl nel lungo viaggio in auto verso l’avamposto, come espressione di tutto un malcostume occidentale. Accusata di essersi unita a Horn, molto più anziano di lei, solo per soldi, rivendica la propria emancipazione rifiutando l'oggettificazione: “Non chiamarmi Babe”. Nel finale, cerca indipendenza e libertà, allontanandosi dal marito per tornare poi nelle sue braccia, vanificando i propri propositi. 

A livello narrativo, "Le cri des gardes" entra in dialogo in particolare con "Beau travail". Al centro della storia uno stretto rapporto tra allievo/maestro, minato dall'arrivo di un terzo componente che si lega al secondo e che il primo non accetta. Se nel film del 1999, l’allievo geloso finiva per nascondere un cadavere, qui invece il cadavere è da recuperare; a farne le spese però è sempre l'allievo, costretto a dissotterrare le proprie colpe. 

A livello stilistico, molto cambia, in una semplificazione eccessiva della poetica della regista. Come accennato, trademark denisiano è (era?) una narrazione molto densa, dilatata in tempi lunghi che lasciano spazio volutamente all’implicito e al fuori campo, costruita su non detti e sguardi tra personaggi che lasciano trasparire sentimenti repressi. In "Le cri des gardes" a dominare è una storia tanto esplicita quanto superficiale, che fatica a giustificare le quasi due ore di durata.  Al posto della tipica erranza, la tendenza a perdersi in luoghi e storie, qui si arriva dritti al punto, con l'obiettivo di ritagliarsi uno spazio nel mainstream, che risulta completamente controproducente. Così a perdersi è infatti l'essenza e il fascino che animava i film più riusciti di Denis.


22/11/2025

Cast e credits

cast:
Tom Blyth, Mia McKenna-Bruce, Isaach De Bankolé, Matt Dillon


regia:
Claire Denis


titolo originale:
Le cri des gardes


durata:
109'


produzione:
Arte France, Cinéma Astou, Films Curiosa, Films Goodfellas, Saint Laurent, Productions Vixens


sceneggiatura:
Suzanne Lindon, Andrew Litvack, Claire Denis


fotografia:
Éric Gautier


scenografie:
Anthony Vaccarello


montaggio:
Guy Lecorne


costumi:
Judy Shrewsbury, Olivier Beriot, Khady Ngom


musiche:
Tindersticks


Trama
In una capanna africana, Horn ospita il collega Léone mentre un uomo di nome Alboury si presenta fuori. Non se ne andrà finché non gli restituiranno il corpo del fratello, ucciso in quella zona.