drammatico | Germania (2025)
Una giovane donna contempla da un ponte il fiume Sprea, mentre il traffico incessante di Berlino sovrasta i suoni della natura. Scende, si avvicina all’acqua, ma i suoi sensi sembrano altrove. Più tardi ammetterà banalmente di aver perduto la sua borsa, eppure, il senso di estraneità che la invade va ben oltre, forse riguarda la sua stessa identità.
Il modello hitchcockiano di "La donna che visse due volte", come dichiarato dallo stesso Christian Petzold, ha funzionato da sempre come una fonte di ispirazione per il suo cinema. Nel film "Il segreto del suo volto", il pianista Johnny indicava a Nelly, la sua ex-moglie che lui credeva una semplice somigliante, come comportarsi, la istigava persino a scrivere come la sua consorte, non accorgendosi che quella calligrafia non fosse una copia ma l’originale.
Il concetto di simulacro è un’allusione che si percepisce anche in "Miroirs No. 3 – Il segreto di Laura", presentato a Cannes l’anno scorso e che arriva ora in sala in Italia grazie a Wanted Cinema. Siamo in presenza di un cinema liminare e spettrale, che procede per ellissi, peculiarità rintracciabili più volte nella filmografia del regista tedesco. Come è uso del regista, l’incipit non conosce mezze misure. Se nella contemplazione acquatica iniziale riecheggia il mito di "Undine", interpretato dalla stessa Paula Beer, il viaggio in auto che Laura intraprende da Berlino insieme a un gruppo di amici fa il paio con il precedente "Il cielo brucia", nonché con altri film di Petzold dove quella regione è un set prescelto e l’automobile il baricentro di una messinscena che si rivelerà catastrofica.
Difatti, Laura, irrimediabilmente spaesata, chiede di essere riaccompagnata a casa, ma l’auto su cui viaggia si ribalta un attimo dopo aver incrociato sulla strada lo sguardo di una misteriosa donna, Betty (Barbara Auer). L’incidente costa la vita al ragazzo di Laura, mentre lei viene soccorsa proprio da Betty. Laura, invece di ritornare a Berlino, decide di trattenersi, ancora senza un motivo apparente, a casa sua.
Già dal suo esordio "The State I Am In" (titolo originale "Die Innere Sicherheit"), Petzold descriveva la vita in fuga di una famiglia, un uomo, una donna (interpretata dalla stessa Barbara Auer) e la loro figlia adolescente. Il passato di ex-terroristi della coppia affiorava solo in maniera elusiva, aumentando il mistero invece che risolverlo, mentre si restava esclusivamente focalizzati sul dopo. Anche in "Miroirs No. 3" diventa centrale proprio l’omissione ciò che è accaduto a Jelena, la figlia di Betty, una protagonista in absentia di cui Laura diventa, in verità solo apparentemente, un possibile surrogato.
In questo contesto, la geografia dei luoghi assume un tono cruciale. La casa di Betty pare zona di transito, o non-luogo (per dirla con la celebre definizione di Marc Augé). Non siamo lontani dalla capitale Berlino, ma la città e ogni struttura urbana sono completamente assenti. Le strade limitrofe vivono come traiettorie di passaggio, tanto che alcune persone si fermano, morbosamente attratti dalla dimora. Perché il tempo, là dentro, sembra essersi fermato – il rubinetto che perde, la lavastoviglie non funzionante, il giardino non curato, la bicicletta da riparare, il pianoforte scordato. Come in una casa infestata e cadente, Betty è la strega che si nasconde dietro i modi caritatevoli e Laura la sua vittima – una principessa delle fiabe, che ha perduto una scarpa nell’incidente.
Mettendosi completamente al servizio della sua storia, la regia dimessa di Petzold non accompagna, però, questa suggestione favolistica ma insiste sul concetto di rovina, assegnando sin dall’incipit fino alle ultime inquadrature la scena allo sfacelo, alla mancanza di grazia materiale, all’abbandono. È un modo per investire il profilmico, i personaggi e i luoghi di quella stessa sottomissione al disastro esistenziale che sembra averli condotti dove ora si trovano.
In "Miroirs No. 3" tutto ciò è volutamente posto in giustapposizione alla immotivata, almeno sul piano logico, convalescenza che Laura si concede da Betty. Sembra esserci un accordo tra le due donne che funziona come un incantesimo, un’intesa costruita intorno a ciò che manca. Accanto a questo non detto, ecco l’improvviso arrivo di due uomini reali: Richard (il Matthias Brandt di "Babylon Berlin") e Max (Enno Trebs), rispettivamente marito e figlio di Betty, che lavorano e vivono nella loro officina meccanica poco distante, dove esercitano delle attività poco legali per arrotondare.
Curvando in un modo assolutamente peculiare gli stilemi del cinema di genere, il melò, l’horror e il thriller, i fantasmi in Petzold acquisiscono delle caratteristiche sociali, cioè, mettono in scena la forzata individualità a cui li avrebbe ridotti la società tardocapitalista, in una rappresentazione che premia la solitudine e cancella la famiglia. Come ha affermato lo stesso regista, infatti, "diventare un fantasma significa non poter più morire, che è spaventoso. Si mette allora su una famiglia, in modo che possiamo morire".
Mentre i quattro cercano di ristabilire una precaria armonia, i pranzi e la condivisione di una torta, che questa nuova famiglia si concede, svelano il tentativo di rimettere a posto, come le tessere di un puzzle, le proprie vite. Sarà la musica, inoltre, a creare un ponte tra di loro, precarie esistenze ritratte un attimo prima del punto di non-ritorno: la sinfonia di Ravel che dà il titolo alla pellicola, insieme al pezzo di Chopin accennato da Laura al pianoforte e allo scanzonato pop di Frank Valli che esce dalla radio.
Si può considerare "Miroirs No. 3" un film in tono minore solo se ci accetta di ribaltarne il giudizio, e cioè: la scarna regia, i dialoghi limati, le interpretazioni sommesse rappresenterebbero proprio la quintessenza del cinema firmato finora dall’autore tedesco.
cast:
Paula Beer, Barbara Auer, Matthias Brandt, Enno Trebs
regia:
Christian Petzold
titolo originale:
Miroirs No. 3
distribuzione:
Wanted
durata:
86'
produzione:
Florian Koerner von Gustorf, Michael Weber, Anton Kaiser
sceneggiatura:
Christian Petzold
fotografia:
Hans Fromm
scenografie:
K.D. Gruber
montaggio:
Bettina Böhler
costumi:
Katharina Ost
musiche:
Andreas Mücke-Niesytka