drammatico | Francia (2025)
"Nino", esordio cinematografico di Pauline Loquès, si sviluppa con un ritmo deliberatamente lento, lungo un periodo di quattro giorni, da un venerdì a un lunedì, durante i quali il protagonista, Nino appunto, avrebbe dovuto affrontare la prima seduta di chemioterapia. La vicenda, ispirata all’esperienza personale della regista, racconta la malattia come elemento di distorsione e misura del quotidiano: ogni gesto, ogni spazio urbano, ogni relazione sono filtrati attraverso la presenza silente di un tumore alla gola che condiziona le percezioni del protagonista, interpretato con rigorosa intensità da Théodore Pellerin. Lo sguardo della regista converge sugli spostamenti di Nino, trasformando la Parigi contemporanea in un ambiente che respira insieme al suo corpo e alle sue emozioni, facendo del paesaggio urbano uno specchio dello stato interiore del personaggio.
Lo sviluppo narrativo del film ruota attorno alla dialettica tra isolamento e interazione, tra memoria e presente, tra fragilità individuale e legami sociali. La relazione con la madre, segnata dalla perdita del padre, funziona come riflesso della vulnerabilità di Nino e consente l’articolazione di uno spazio di protezione e riconoscimento emotivo. La presenza degli amici più stretti introduce una dimensione sociale e collettiva, offrendo al protagonista occasioni di leggerezza e quotidianità, senza che la narrazione cada nel sentimentalismo: le feste improvvisate e i gesti di complicità sono rappresentati con una misura che ne evidenzia l’importanza simbolica e narrativa.
L’incontro con Zoé, vecchia compagna di scuola, costituisce il fulcro di alcuni dei momenti stilisticamente più compiuti del film: le sequenze trasformano la condivisione di ricordi e confessioni in un dispositivo che mette in scena la fragilità e la responsabilità. Loquès utilizza il gesto e lo sguardo come strumenti narrativi, mostrando come la consapevolezza della propria vulnerabilità e l’accettazione del dolore siano mediate dalla relazione con l’altro.
La regia privilegia l’isolamento come spazio di introspezione. Le scelte di campo, la composizione dell'immagine negli ambienti urbani e l’uso della profondità di campo accentuano la distanza tra il protagonista e il mondo esterno, rendendo la solitudine un dispositivo narrativo per sondare le possibilità di comunicazione e resistenza. La macchina da presa, spesso statica o impiegata in movimenti minimali, assume una funzione osservativa più che partecipativa: il tempo dell’inquadratura coincide con il tempo dell’esperienza, e la durata dei piani fissi restituisce l’immobilità esistenziale di Nino. L’uso della luce naturale, con tonalità fredde e neutre, contribuisce a una percezione documentaria dello spazio urbano, in cui Parigi diventa una presenza fisica e morale al tempo stesso.
Sul piano del montaggio, Loquès opta per una struttura ellittica, che lavora per omissioni e sospensioni. Gli stacchi non seguono una progressione drammatica, ma costruiscono un ritmo percettivo, in cui i vuoti e i silenzi hanno la stessa importanza delle azioni. Tale dispositivo restituisce la percezione alterata del tempo tipica dell’attesa e della malattia, in cui il presente si dilata e il futuro resta costantemente differito.
La malattia non è rappresentata attraverso gesti esteriori di pathos, ma mediante una costruzione formale che rende palpabile la precarietà dell’esistenza e la tensione tra resistenza e accettazione. La regista evita deliberatamente il ricorso al commento sonoro o a una colonna musicale invadente, lasciando che la materia acustica del film – respiri, passi, brusii – agisca come controcampo emotivo. La rarefazione sonora diventa così un elemento drammaturgico, un modo per esprimere la solitudine senza verbalizzarla.
"Nino" conferma la cifra di un cinema attento alla misura e alla precisione del linguaggio cinematografico: ogni inquadratura, ogni movimento dei personaggi, ogni silenzio contribuisce a restituire l’esperienza interiore di Nino senza ricorrere alla retorica emotiva. Loquès mostra come la narrazione del trauma possa essere esplorata attraverso la struttura del tempo, dello spazio e delle relazioni, trasformando un’esistenza segnata dal dolore in un’indagine sulla condizione umana, sulle connessioni tra persone e sulla capacità di trovare significato nei gesti più semplici. È un cinema della percezione, in cui la forma non illustra il contenuto ma lo genera: la composizione dell’immagine, la durata del piano, la disposizione dei corpi nello spazio diventano veicoli di senso e di affettività.
Il film, nella sua compostezza stilistica e nella coerenza narrativa, offre una prima prova autoriale di notevole spessore, capace di comunicare attraverso gesti, sguardi e silenzi più di quanto possa fare la parola. In questo senso, Loquès si inserisce nella tradizione di un cinema francese intimista e fenomenologico, che interroga la realtà attraverso la superficie delle immagini.
cast:
Théodore Pellerin, William Lebghil, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar
regia:
Pauline Loquès
titolo originale:
Nino
distribuzione:
Jour2Fête
durata:
96'
produzione:
Blue Monday Productions, France 2 Cinéma
sceneggiatura:
Pauline Loquès, Maud Ameline
fotografia:
Lucie Baudinaud
scenografie:
Aurette Leroy
montaggio:
Clémence Diard
costumi:
Martin Barré, Jenn Pocobene
musiche:
Thibault Deboaisne