drammatico, fantastico | Regno Unito (2025)
Tra tutti i registi contemporanei che hanno il feticcio della pellicola, Mark Jenkin è uno dei più particolari. Vive e gira nella sua Cornovaglia e per i film precedenti, "Bait" (2019) e "Enys Men" (2022), sviluppava perfino l'emulsione a casa sua. Il suo è un cinema del tutto artigianale e anche in "Rose of Nevada" l'immagine è sempre materica, con colori accesi, graffi e altri difetti tipici del supporto. Non c'è nemmeno la presa diretta: il suono è tutto ricostruito e doppiato per sembrare d'epoca. Quale epoca? Nessuna in particolare. In un modo che ricorda (per esempio) Guy Maddin, sembra di aver trovato dentro un baule un vecchio film perduto e consumato dal tempo.
Iniziamo nel presente di un paese di pescatori dove i pescatori non ci sono neanche più, con due giovani protagonisti nullafacenti interpretati da George Mckay e Callum Turner, primi volti noti nella filmografia del regista. Prima che succeda alcunché di strano c'è già molto poco di naturale, tra immagini stranianti, personaggi indecifrabili e un'atmosfera opprimente anche grazie a un sound design di ispirazione lynchiana. Poi i due si imbarcano per soldi su un peschereccio con un misterioso marinaio, metà buffone e metà oracolo, e quando tornano al paese il tempo è andato indietro di circa trent'anni.
Il villaggio nel passato è praticamente identico al presente, ma è pieno di vita: Jenkin accenna al tema "urbanistico" di "Bait", che vedeva un pescatore alle prese con la gentrificazione. Però "Rose of Nevada" prende strade più oblique, assume ancora di più i caratteri di un'allucinazione e scandisce un tempo circolare con delle sequenze di pesca affascinanti e ipnotiche. La manualità del lavoro è l'unico momento realistico nella cornice surreale del film, cornice scolpita da un montaggio stratificato che sovrappone continuamente elementi diversi in un collage di immagini e sensazioni. L'allucinazione del film non è altro che la visione di uno spaziotempo passato, un modo di vivere in via di estinzione, che forse il regista stesso ha visto scomparire. E si vede la cura per ogni dettaglio di uno sguardo che inquadra in modo interessante anche un vecchio muro, una ringhiera arrugginita, il mare. Nonostante una forma strana e piacevolmente inaccessibile, ci è restituito anche qualcosa che sembra la realtà di questo luogo e momento sospeso, con la salsedine che si infila ovunque, l'odore della barca e del pesce, l'umidità e la pioggia inglese.
Oltre all'esperienza audiovisiva notevole, la questione centrale sembra essere la nostalgia; il mondo passato che uno dei protagonisti vive all'inizio come una prigione non può che essere accettato come nuova casa (rinunciando però alla nostalgia per la famiglia che ha lasciato nel presente, un futuro ormai irragiungibile). Su questo Jenkin non si discosta poi tanto dai suoi colleghi: sembra che il cinema di oggi che guarda più al passato che al futuro usi la pellicola come mezzo della sua hauntology, persecuzione spettrale che elimina la possibilità del futuro; un termine che Mark Fisher prese in prestito da "Spettri di Marx" di Jacques Derrida per commentare la persistenza del passato nella musica e in generale nell'estetica postmoderna. E al di là dei grandi autori che difendono categoricamente l'utilizzo della pellicola nell'era digitale, c'è anche un lato nostalgico per quella grana e quei colori così riconoscibili. Tuttavia Jenkin si distingue per un processo creativo personale e indipendente, e "Rose of Nevada" ha un'inquietudine di fondo che rifiuta una vuota estetizzazione del passato. E forse non esiste migliore film sulla pesca.
cast:
George MacKay, Callum Turner, Mary Woodvine, Francis Magee
regia:
Mark Jenkin
titolo originale:
Rose of Nevada
durata:
114'
produzione:
Bosena, Film4, BFI
sceneggiatura:
Mark Jenkin
fotografia:
Mark Jenkin
scenografie:
Felicity Hickson
montaggio:
Mark Jenkin
costumi:
Jo Thompson
musiche:
Mark Jenkin