Ondacinema

recensione di Beatrice Gangi
7.0/10

Non è rara, almeno sul piano cinematografico, la propensione a trattare il trauma come un evento puntuale: un atto radicale, concentrato, detonatore di risposta immediata. La tendenza, è nell’orientamento della macchina all'istante di rottura, verso la possibile spettacolarità di una reazione forte, a una parabola di vendetta o autodistruzione. A confronto con la realtà dei fatti, è una scelta curiosamente distante. Questo, se si considera una delle caratteristiche fondamentali del trauma, la permanenza. Si intende, la definizione di trauma come un qualcosa che non si esaurisce nel momento stesso in cui accade, che non lascia apertura ad atti radicali, ma che viene progressivamente rimosso, normalizzato, deviato fuori campo. Dove si deposita, è spesso nel quotidiano, nel gesto minimo, nell’atto relazionale, nel modo in cui si abita il proprio tempo e il proprio corpo.

È in questo spazio opaco che "Sorry, Baby" sceglie di collocarsi. Scritto, diretto, e interpretato da Eva Victor, il film rifiuta deliberatamente la messa in scena dell’evento traumatico per concentrarsi sulle sue conseguenze: non tratta il momento di eccezione, ma l’attrito quotidiano che ne deriva.  Il film segue così la giovane docente Agnes (Eva Victor) nel tempo sospeso del dopo, ne osserva la vita ordinaria, e ne osserva l'umorismo secco, apparentemente un alleggerimento, nei fatti una forma minima e necessaria di sopravvivenza. L’approccio di tono, al contempo scelta etica e formale, definisce fin da subito il posizionamento dell’autrice, come una presa di distanza consapevole da qualsiasi tentazione feticista.

L’ambiguità strutturale propria dell'opera si annida nel titolo stesso, veicolo di una delle tensioni centrali formulate dalla regista. Sorry, baby consiste, di fatto, in un’espressione apparentemente dimessa, quasi automatica, ma carica di un’irrisolutezza che il film non scioglie se non nel passaggio conclusivo. La domanda che si trascina, è a chi sia rivolta questa richiesta di scuse, sia una donna inquadrata da uno sguardo forse maschile, forse oggettivante, a una parte fragile del sé, a un bambino reale o simbolico. In modo ordinato, Victor lavora su questo slittamento semantico, iscrivendo il racconto in una riflessione più ampia sull’essere giovani adulti oggi, e in particolare sull’esperienza femminile contemporanea, sospesa tra un’autonomia formalmente acquisita e una vulnerabilità che rimane strutturale.

La narrazione procede in modo frammentato, ma mai disgregato. I segmenti che la compongono non mirano a ricostruire un arco risolutivo, al contrario, restituiscono una temporalità esistenziale fatta di ricadute, attese, incontri e interruzioni, in cui il dolore diventa una presenza con cui imparare a convivere. In questa lettura, il film non racconta solo la persistenza del trauma, ma la nozione di vita come esperienza priva di snodi definitivi, refrattaria a qualsiasi promessa di guarigione lineare.

In questo spazio aperto, assume un ruolo centrale il rapporto di Agnes con la migliore amica Lydie, interpretata da Naomi Ackie. Lydie è una figura di sostegno, ma anche uno specchio involontario, attraverso cui si misura l’idea socialmente condivisa di "maturazione corretta": costruire una relazione stabile, sposarsi, avere figli. Agnes, suo opposto, si muove in una zona laterale, non per espressa mancanza di desiderio, ma per l’incapacità di aderire a un modello che non contempla deviazioni o fragilità persistenti. Come limite, resta però la sensazione che questo rapporto avrebbe potuto essere ulteriormente approfondito, senza alterare l’equilibrio narrativo consciamente focalizzato sul protagonismo assoluto del personaggio interpretato da Victor.

A ogni modo, e con grande consapevolezza per un esordio, la regia si distingue per misura e lucidità: nel rifiutare il trauma come identità totalizzante, senza però neutralizzarne l’impatto. Il dolore, in "Sorry, Baby", non sospende il tempo, non concede permessi speciali, coesiste con la necessità di continuare a lavorare, amare, progettare, di adattarsi al realismo di un mondo circostante incapace di modificare le proprie pretese. Victor non cerca l’opera-manifesto, né l’enunciazione programmatica; costruisce però un racconto che si misura con i limiti del linguaggio, della rappresentazione, e delle aspettative sociali nei confronti della fragilità. Il risultato è il ritratto disincantato del presente che abbiamo costruito: una realtà che esige resilienza, autonomia, funzionalità, ma che si sottrae alla responsabilità delle ferite da essa stessa prodotte. Una realtà capace di bellezza, al contempo strutturalmente esigente, ma che, sempre più spesso, appare incapace di chiedere scusa.


15/01/2026

Cast e credits

cast:
Eva Victor, Naomi Ackie, Lucas Hedges


regia:
Eva Victor


titolo originale:
Sorry, Baby


distribuzione:
I Wonder Pictures


durata:
104'


produzione:
Tango Entertainment, High Frequency Entertainment, Big Beach, Pastel


sceneggiatura:
Eva Victor


fotografia:
Mia Cioffi Henry


scenografie:
Caity Birmingham


montaggio:
Alex O'Flinn, Randi Atkins


costumi:
Emily Costantino


musiche:
Lia Ouyang Rusli


Trama
Agnes, brillante docente universitaria nel New England, cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo aver subito una violenza sessuale, mentre attorno a lei il mondo continua a scorrere e le relazioni, in particolare con la sua migliore amica Lydie, le offrono spunti di guarigione e riflessione.
Link

Sito ufficiale

Sito italiano