thriller, horror | Usa (2023)
Su un primo piano di un uomo seduto in auto si sente una voce fuori campo di donna che chiede: “Posso farti una domanda? Sei un serial killer?” Stacco e primo piano sempre dell’uomo, a torso nudo, seduto su un letto con le braccia tese: s’intuisce che sta strozzando qualcuno, in una musica assordante. Altro stacco e appare un testo in caratteri rossi su schermo nero che spiega come il film sia una drammatizzazione di una vera storia di un serial killer. Altro stacco e vediamo una giovane donna ferita, vestita di rosso, che corre fuori da un bosco in campo medio e appare il titolo di testa.
Questo è l’enigmatico prologo di “Strange Darling” di JT Mollner, thriller in sei capitoli, alla sua seconda pellicola da regista. Ma ciò che appare sullo schermo è effettivamente quello che vediamo? Si tratta solo dell’ennesimo film su un serial killer oppure dietro c’è altro? Ovviamente sono domande retoriche visto che l’operazione di Mollner parla di molto altro.
(Attenzione: l'analisi del film comporta la rivelazione di colpi di scena)
Innanzi tutto, la sceneggiatura, scritta dallo stesso Mollner ha una struttura asincronica, divisa in sei capitoli che partono dal numero tre, proseguono con il cinque, uno, quattro, due, sei e terminano con un epilogo. In questo modo, Mollner crea una distorsione narrativa che costringe lo spettatore a una costante attenzione su quello che accade e a un rimontaggio mentale durante la visione, per una ricalibrazione narrativa in continuo divenire.
Il soggetto è una variante di una narrazione ormai standardizzata: una serial killer, soprannominata Electric Lady, circuisce uomini soli e li uccide. Mollner su questo però ci costruisce un saggio sulla falsificazione della verità e la manipolazione della realtà. La messa in serie asincronica degli eventi permette all’uomo senza nome di apparire nella prima parte del film come l’assassino di donne sole per ribaltare la situazione a metà film, in cui si comprende che lui in realtà è un poliziotto e lei una pericolosa assassina in fuga. “Strange Darling” sfrutta un espediente che Quentin Tarantino con “Pulp Fiction” ha utilizzato per creare un capolavoro e ha in “Memento” di Christopher Nolan un perfetto esempio di meccanismo cinematografico, fino al recente “Weapons” di Zach Cregger in cui si mette in scena una storia di moderna stregoneria. Fermandoci qui abbiamo una ripetizione di struttura, ma Mollner compie uno scarto in avanti.
A un secondo livello c'è l'innesto del tema del ribaltamento della figura femminile che da perseguitata si trasforma in carnefice, con elementi che possono apparire discutibili, in cui la Lady sfrutta il ruolo di vittima, apparentemente aggredita nelle prime sequenze, fino al capitolo finale in cui è chiaro il suo ruolo. Qui modifica la scena, in cui ha appena ucciso il poliziotto che la inseguiva, facendo apparire il tutto come se avesse subito un’aggressione sessuale agli occhi di una poliziotta intervenuta sul posto. Il che può apparire come una messa in scena misogina e maschilista, se non fosse che anche questo è un elemento che contribuisce a una lettura di “Strange Darling” come film sulla post-verità, in cui la falsificazione è alla base della realtà vissuta, in un inganno della visione che non riesce a comprendere ciò che si guarda.
fig. 1: Il rosso e il blu, colori della manipolazione emotiva
In questo ulteriore livello, la manipolazione avviene anche esteticamente tramite l’utilizzo di una palette di colori primari, come il rosso e il blu, utilizzati negli interni in cui si confrontano in due protagonisti. Se il rosso è un colore che simboleggia la passione, esso è utilizzato nello scontro emotivo-emozionale tra i personaggi in continua contrapposizione e cambiamento di stato all’interno della stanza del motel, dove avviene il loro gioco sessuale in una messa in scena di una fantasia di violenza voluta da lei. Una finzione nella finzione in una mise en abyme al quadrato. Così come il blu utilizzato all’interno dell’auto porta a un annullamento della credulità personale, in un amalgama psicologico dei due personaggi che rimangono sospesi, indefiniti, all’interno dell’auto che rappresenta un non luogo, dove la transizione caratteriale dei personaggi è ancora indefinita.
Del resto, Mollner dà prova di saper bene utilizzare la macchina da presa con l’aiuto di un sorprendente Giovanni Ribisi, al suo debutto come direttore della fotografia: così, oltre a un sapiente uso del colore per visualizzare la forma emotiva, abbiamo, da un lato, un utilizzo dei primi piani che rivela le espressioni elementari dei personaggi, trascendendo la verità stessa dei loro volti, ingannando lo spettatore, mentendo su ciò che pensano e i due personaggi stanno per compiere nell’attimo successivo.
Dall’altro lato, abbiamo il plongée del giardino della fattoria della vecchia coppia hippie, in cui la Lady si è rifugiata e dove si possono vedere sparsi dei tacchini congelati. Dopo averli notati, il poliziotto capisce che la donna si nasconde nel grande freezer in cucina e dopo lo sparo, abbiamo un'altra ripresa in plongée di lei che urla. Anche qui c’è un inganno: il parallelismo tra i tacchini morti e la donna è una falsità visto che non sarà lei a morire nella scena successiva. Può essere interpretato, al contrario, come un “congelamento” spirituale del personaggio femminile, in un’ossessiva ripetitività di atti distruttivi.
fig. 2: Il personaggio femminile "congelata" nel suo status di vittima-carnefice
Mollner, quindi, agisce sulla manipolazione della visione attraverso la struttura narrativa labirintica, l’utilizzo dei colori nella loro forma emotiva e nella costruzione ambigua della messa in scena. Alla visione cinematografica si esce con più di un dubbio, con una sensazione incompleta di quello che si è percepito. Infatti, la falsificazione di “Strange Darling” continua anche nella sua post-visione. Basta un minimo di approfondimento e dalle dichiarazioni del regista si scopre che la storia della serial killer è completamente inventata. La supposta fonte di una vicenda reale è un falso.
Inoltre, così come Tyler Durden in “Fight Club” di David Fincher si divertiva a inserire frame pornografici in film di animazione della Disney, in “Strange Darling” Mollner ha inserito due frame di un primissimo piano di un demone. Solo a una visione con un medium differente, fuori dalla sala cinematografica e utilizzando lo slow motion, si può guardare chiaramente l’immagine che l’occhio ha percepito inconsciamente come un luccichio: il primo frame lo abbiamo alla fine del rapporto sessuale nel motel tra la Lady e l’uomo; il secondo nell’epilogo, quando Lady si trova nell'auto di una donna che l’ha raccolta per strada e poco prima di morire. Con la prima visione Lady vede il volto del demone apparire su quello dell’uomo. E si comprende anche la sua affermazione che lei non uccide gli uomini, ma il demone che si nasconde in loro. La seconda visione avviene nel suo riflesso nello specchietto laterale dell’auto che la sta trasportando. Un ulteriore ribaltamento dei ruoli: se prima vedeva il demone negli altri, adesso è lei stessa il demone che diffonde il male, in una sorta di possessione diabolica. Così assistiamo all’ennesima falsificazione, traghettando il film dal genere thriller a quello horror.
fig. 3: Il demone dietro la maschera: la luccicanza all'interno del testo filmico
Mollner con “Strange Darling” si fa gioco della realtà dello spettatore, manipola la visione ed estremizza il concetto stesso di cinema come macchina dei sogni (e degli incubi) attraverso una falsificazione della realtà che è anche una dimostrazione della fallacia dell’atto visivo stesso e dell’inconoscibilità della verità.
cast:
Willa Fitzgerald, Kyle Gallner, Madisen Beaty, Ed Begley Jr, Barbara Hershey
regia:
JT Mollner
titolo originale:
Strange Darling
distribuzione:
Vértice 360
durata:
96'
produzione:
Miramax, Electric Lady, Spooky Pictures
sceneggiatura:
JT Mollner
fotografia:
Giovanni Ribisi
scenografie:
Priscilla Elliott
montaggio:
Christopher Robin Bell
costumi:
Rudy Rojas
musiche:
Craig DeLeon, Z Berg