Ondacinema

recensione di Vincenzo Chieppa
6.0/10

Emergono tutte - o quasi - le vite, al plurale, di Antonio Negri detto Toni, nel film che la figlia Anna ha dedicato al genitore, "Toni, mio padre".
Il professore precoce, il più giovane a ottenere una cattedra universitaria e il titolo di ordinario in Italia.
Il politologo e il militante, teorico del marxismo e cofondatore dei movimenti della sinistra extraparlamentare Potere Operaio e Autonomia Operaia.
L’imputato perseguito (e perseguitato) dalla giustizia con l’accusa di essere l’eminenza grigia delle Brigate rosse o addirittura il capo occulto di tutto il terrorismo italiano di estrema sinistra.
Il politico eletto nelle liste del Partito radicale per sfuggire alla prigione e lottare contro le leggi speciali.
L’esule espatriato in Francia, poco prima del voto che decise la revoca della sua immunità parlamentare, per beneficiare della dottrina Mitterrand che negava l’estradizione dei condannati per reati politici.
Il filosofo, studioso e riscopritore di Spinoza con Deleuze e Althusser.
Ma anche e soprattutto il Toni Negri padre, di una figlia già regista di film e serie tv (suoi, da ultimo, alcuni episodi delle serie Netflix "Baby" e "Luna Park").
Padre manchevole, come egli stesso riconosce durante le conversazioni che si susseguono nel film. Un padre che si rifece una vita dopo la fuga in Francia, lasciando la madre di Anna, Paola Meo, e dando dapprima ad Anna una sorellastra con Donatella Ratti e sposando poi la filosofa francese Judith Revel.
Il documentario diventa così, per padre e figlia, un modo per conoscersi meglio, per rincontrarsi e per stare insieme, nei luoghi simbolo del loro passato (la Venezia in cui Anna è nata) e delle loro scelte di vita (Parigi). È dai suoi quattordici anni che Anna non aveva più vissuto con il padre, da quando questi venne prelevato dalle autorità, nel pieno degli anni di piombo.

In riprese raccolte lungo un periodo di tre anni, un periodo sufficiente a consentire di assistere alle ultime fasi del declino fisico di un quasi novantenne che morirà sul finire del 2023, inevitabile è anche affrontare il tema della memoria, di ciò che si ricorda a quell’età, alle soglie della morte.
O per meglio dire, di che cosa si vuole ricordare e che cosa invece si vuole rimuovere, rispettivamente le cose belle e quelle tristi, come afferma il protagonista, con fare naif, mentre scorre un prevedibile mix di immagini d’epoca, filmini amatoriali e foto dell’album di famiglia.
Sebbene il tema della famiglia sia sempre centrale, altrettanto inevitabile è la centralità delle vicende storico-politiche e di come esse si siano ripercosse sulla famiglia Negri, un cognome che rappresenta ancora oggi un fardello, come afferma la regista in uno degli svariati (e scontati, ma mai ridondanti) voice over in cui Anna racconta di se stessa, del suo desiderio di cambiare nome, del fatto di sentirsi ed esser percepita tuttora come la classica "figlia di", anche da parte degli sconosciuti con cui si presenta. Forse un’esagerazione, considerato che il cognome Negri è molto diffuso nel nord Italia. Sicuramente un percepito soggettivo – in quanto tale insindacabile – che fa emergere un’altra delle funzioni che quest’opera assume, quella di una seduta di psicoterapia che una regista emotivamente coinvolta dalle vicende fa prima di tutto su se stessa.
Anna Negri tende infatti spesso a spostare il discorso sul piano personale, facendo diventare il film anche e soprattutto un’opera autobiografica e mettendo in dubbio più volte lo stesso suo completamento. Un approccio che aveva già adottato, del resto, nel libro "Con un piede impigliato nella storia", in cui raccontava la sua storia familiare nel periodo che va dal 1968 al 1983, anno della fuga di suo padre in Francia.

Toni e Anna parlano due linguaggi diversi, afferma a un tratto la regista: lui quello della politica, lei quello degli affetti. Toni ricorda le lotte operaie a Marghera, con cui tutto cominciò, e difende ancora strenuamente il suo operato e la sua ideologia di rivoluzionario. Difende persino le azioni dei compagni che avevano sbagliato, sparando alla polizia perché, a suo dire, era stata la polizia a cominciare. La stessa figlia Anna si indispettisce di come suo padre possa ancora oggi rivolgersi agli esponenti delle Brigate rosse chiamandoli "compagni", considerato che le stesse B.R. l’avevano perseguitato e minacciato per un lungo periodo.
Nonostante gli ampissimi stralci biografici, "Toni, mio padre", prima che un documentario sulla vita di un personaggio importante della cultura e della politica degli ultimi sessant’anni, è un’opera sulle generazioni e sulle conseguenze che la Storia lascia sulle famiglie e sui figli in particolare. Anna, classe 1964, cresciuta negli anni di piombo e definitivamente formatasi come donna negli anni Ottanta dell’eroina e del punk, gli anni della definitiva fine delle disillusioni, gli anni della generazione "no future", vuole soltanto essere compresa, ormai giunta alla sua maturità pre-senile, e rifiuta di arrivare ad abiurare il padre per poter lavorare.
Non c’è un rimedio al travaglio interiore, soltanto uno sguardo rivolto al futuro, come emerge dalla sequenza in cui a confrontarsi su capitalismo e alienazione sono tre generazioni diverse, non più soltanto padre e figlia.
La vita e il mondo, del resto, vanno avanti.


09/11/2025

Cast e credits

cast:
Anna Negri, Toni Negri


regia:
Anna Negri


distribuzione:
Wanted


durata:
109'


produzione:
MIR Cinematografica, Videa, AAMOD Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratic


sceneggiatura:
Anna Negri


fotografia:
Stefano Savona, Christopher Gallo


montaggio:
Ilaria Fraioli


musiche:
Giulia Tagliavia


Trama
Il filosofo, politologo e militante della sinistra extraparlamentare Toni Negri, protagonista del movimentismo operaio degli anni Settanta, raccontato dalla figlia Anna.