Ondacinema

recensione di Gabriele Nanni
7.0/10

"Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente"

La guerra di Piero – Fabrizio De André


"Slocum et moi", questo il titolo originale della pellicola, comincia con una chiara e semplice dichiarazione d'intenti da parte del suo protagonista: provare a tratteggiare, attingendo dai propri ricordi, l'immagine che egli ha del padre, e più in generale della sua famiglia, negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. "Slocum" è infatti il nomignolo che gli amici giù al porto affibbiano affettuosamente a Pierre, papà di François, e che si ispira alla figura storica di Joshua Slocum, marinaio e scrittore statunitense che tra il 1895 e il 1898 riuscì a circumnavigare il globo terracqueo per la prima volta in solitaria. François è perentorio: i ricordi verranno rievocati da lui in ordine sparso, man mano che questi affioreranno alla sua mente, e nel mentre egli li disegnerà su una tela che sta dipingendo in quel momento.


Una sempiterna e ambigua beffa delle immagini

L'incipit di "Una barca in giardino", ottavo lungometraggio animato firmato da Jean-François Laguionie, mette in luce fin da subito uno dei temi portanti dell'opera: ovvero il non proprio originale, ma comunque sempreverde potere (parziale) delle immagini. Oltre il quadro che François dipinge durante il flashback, tramite cui vengono rievocati tutti gli avvenimenti dell'intreccio, infatti, la pellicola è disseminata di altri "feticci" attraverso i quali simboleggiare l'influenza che le icone hanno sulla nostra vita. Per esempio, le foto di famiglia della prima infanzia di François, che egli guarda avidamente nella speranza di poterne ricordare qualche stralcio, purtroppo senza riuscirci, testimoniano qualcosa che, se anche non esiste più nella memoria del protagonista, è comunque effettivamente avvenuto. Prova ne è il fatto che il ragazzino può osservarlo attraverso dei piccoli rettangoli in bianco e nero, pur non essendo certo della veridicità di quegli scatti.

Si considerino anche le carte geografiche che François riempie di percorsi tratteggiati in rosso nel mentre che prosegue la lettura di "Sailing Alone Around the World", diario di bordo redatto da Joshua Slocum durante il suo viaggio attorno al mondo. Per poter dare più forza, e quindi più verità, a un racconto che altrimenti esisterebbe solo nella sua mente, François decide di tener traccia della rotta dello Spray man mano che procede con la lettura, rendendo di fatto la crociera dell'imbarcazione più tangibile, più reale, anche se mai effettivamente vissuta in prima persona. C'è spazio perfino per più di un indugio sulle carte di sviluppo dello Spray consultate da Pierre durante la costruzione della barca che dà il titolo al film. Quasi a voler simboleggiare come ai progetti si debba dare prima una forma intermedia tra l'idea e la realizzazione per poterli far nascere, e questa sia rappresentata proprio dalle immagini su carta, più concrete di quelle mentali ma al contempo meno fisiche del prodotto finito. Evanescenti come un ricordo dimenticato, come un'avventura esperita attraverso i racconti di qualcun altro, ma al contempo indispensabili per assicurarsi di esistere nel presente.


Molti gesti e poche parole

"Una barca in giardino" è un film costruito solo in piccola parte sui dialoghi, mentre in larga parte sono le azioni dei suoi pochi personaggi a sorreggerlo. In questo senso è il ruolo chiave di Pierre nella vicenda alla base del racconto.

Il padre di François, per stessa ammissione del ragazzo, è un uomo schivo, di poche parole, che nasconde quasi ogni sua emozione dietro un paio di sopracciglia perennemente corrugate, qualsiasi cosa egli stia costruendo e/o riparando. Un giorno, forse per passione, forse per divertimento, forse ancora per una non meglio specificata ragione che sarà maggiormente chiara al protagonista alla fine della pellicola, decide, in accordo con la moglie, di cominciare a ricostruire lo Spray, ovvero la barca del marinaio Joshua Slocum dal quale egli eredita il suo soprannome.

La regia indugia molto sulle varie operazioni di taglio, inchiodatura e piallatura del legname che, pezzo dopo pezzo, andrà a costituire la fedele replica della leggendaria imbarcazione. Le fasi di costruzione vengono portate avanti praticamente in silenzio, con François che si reinventa garzone per un esperto padre carpentiere e per i quali le parole sembrano essere quasi dannose. Prova ne è che, quando Pierre chiede al figlio di portargli uno specifico arnese dal magazzino senza proferire parola, semplicemente mostrandoglielo, egli è in grado, pur non senza qualche difficoltà data dall'inesperienza, di portare a termine il compito al primo colpo.

Al contrario, quando prova a dirgli, dall'esterno dello scafo in costruzione, di spostarsi con il ferro più a sinistra affinché lui possa battere un chiodo senza fare danni al legno, egli fraintende e si sposta a destra, ovvero alla sua sinistra trovandosi François all'interno della barca, suscitando la stizza del padre. La costruzione dello Spray diviene una metafora fin troppo evidente del rapporto padre/figlio, che procede per fraintendimenti dovuti al linguaggio alternati a piccoli gesti d'affetto.


Un'animazione non convenzionale

In una pellicola invero molto tradizionale nella narrazione – un protagonista ricorda il suo passato raccontandolo in flashback – nonché complice l'esigua durata, di soli 75', l'elemento più interessante da analizzare è, per chi scrive, costituito dall'animazione, e in particolare dalla sua rappresentazione dei volti umani. In un panorama a disegni che, da Oriente a Occidente, predilige l'espressività degli sguardi e della mimica facciale per veicolare emozioni e pensieri dei personaggi – volendo fornire due esempi recenti di questa tendenza, si pensi ad esempio a "I colori dell'anima" e "Zootropolis 2" – "Una barca in giardino" lavora, controintuitivamente, per sottrazione. I volti umani appaiono quasi statuari, e i cambiamenti di espressione in essi solo accennati. Perfino i movimenti dei corpi sono molto "plastici", quasi come se le opere di Amedeo Modigliani avessero preso vita organizzando una sorta di teatro delle marionette. Tutto ciò è funzionale alla volontà, di cui si accennava poco sopra, di mettere in primo piano i gesti e le azioni dei personaggi rispetto ai loro pensieri e alle loro emozioni istintive.

L'amore che intercorre tra Pierre e François non è veicolato attraverso le parole e non traspare dai loro volti: si costruisce pezzo dopo pezzo, man mano che le varie operazioni di completamento della nave procedono una manovra di manovalanza dopo l'altra. Le parole e le espressioni appaiono quindi superflue in tale contesto, e Jean-François Laguionie lo comunica allo spettatore limandole fino allo stretto necessario. Un'asciugatura dei dialoghi così drastica era stata adoperata qualche anno fa da Sylvain Chomet per il suo "L'illusionista" che, però, come ogni film muto che si rispetti, lavorava ancora molto sulle espressioni facciali dei suoi personaggi per suggerirne le emozioni, non potendo in alcun modo contare su quelle dialogiche. Languionie invece decide di non rinunciare in toto a nessuna di loro, al contempo però adoperandole solo quando non se ne può veramente fare a meno. Ne risulta un'affettuosa e molto personale apologia dell'azione, più specificatamente dell'atto creativo e, generalizzando invece al massimo, dell'amore che lo porta a compimento. Agli stessi lidi era approdato Hideaki Anno con le sue "sinfonie di mani" umane in "Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone", anche se percorrendo strade (quasi) diametralmente opposte.


Un'elusiva esegesi

In conclusione, si può definire "Una barca in giardino" un coming of age tanto leggero nei contenuti quanto solo apparentemente semplice nella forma, volutamente sfuggente nella sua interpretazione. Una scena in particolare sembra suggerire questo approccio all'analisi. François si concede una piccola "fuga d'amore" con la sua coetanea fidanzatina lungo la Marna, dove i due improvvisano un accampamento e si divertono a tuffarsi tra le acque del fiume nell'attesa di potersi addormentare sotto le stelle. Il pomeriggio del giorno dopo notano qualcosa che galleggia sulla superficie del letto, trasportata dalla corrente e, incuriositi, cercano di capire di cosa si tratti, facendo la scoperta di un cadavere in avanzato stato di decomposizione. Tradendo solo un piccolo sgomento alla vista del corpo – il film è ambientato intorno al 1949 e la guerra ha lasciato evidenti segni anche nelle generazioni più giovani – la coppia decide di lasciarlo andare con la corrente.

Questa scena rappresenta l'allegoria della modalità con cui tentare d'interpretare la pellicola. I ricordi, i sogni, i progetti non sono nient'altro che immagini mentali destinate, se non finalizzate correttamente, a morire, a essere dimenticate e a perdersi nei flussi di coscienza. Restano però le azioni concrete, che si decide di compiere proprio grazie a esse. Se dar loro attivamente vita, oppure lasciarle andare come cadaveri anonimi dopo una guerra, spetta solo e soltanto a noi.


21/01/2026

Cast e credits

cast:
Elias Hauter, Grégory Gadebois, Coraly Zahonero, André Marcon, Mathilde La Musse, Jérémy Prévost


regia:
Jean-François Laguionie


titolo originale:
Slocum et moi


distribuzione:
Trent Film


durata:
75'


produzione:
JPL Films, Melusine Productions


sceneggiatura:
Jean-François Laguionie, Anik Leray


montaggio:
Aurélien Antezac


musiche:
Pascal Le Pennec


Trama
Negli anni 50, sulle rive del fiume Marna, il giovane François scopre che i suoi genitori stanno costruendo una barca nel loro giardino. Mentre quest'ultima prende forma, il ragazzo li osserva e intraprende una propria avventura.