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Sedici film per ripercorrere la fantascienza degli anni 80, uno dei decenni d'oro del genere

Premessa

Gli anni Ottanta rappresentano un decennio fondamentale per il cinema di fantascienza, una fase di cesura netta rispetto al periodo precedente: una frattura che apre a percorsi nuovi (anche nella musica), in parte già abbozzati in forma embrionale negli anni Settanta. Il cinema di fantascienza degli anni 60 e 70 può essere diviso in due principali filoni: uno prevalentemente votato all’intrattenimento e l’altro di natura politico-apocalittica, entrambi perlopiù caratterizzati da produzioni low-cost (con le dovute eccezioni di “2001: Odissea nello spazio”, “Solaris” e ovviamente “Guerre stellari”).

Gli anni 80 ampliano in modo decisivo le strade percorribili dal genere grazie all’emergere di una nuova generazione di registi (John Carpenter, Ridley Scott, James Cameron, David Cronenberg) capaci di dare linfa vitale a una fantascienza che, va ricordato, già nei decenni precedenti aveva prodotto numerosi film di altissimo livello. Se formalmente lo spartiacque tra la fantascienza delle origini (da “Viaggio nella Luna” del 1902 in poi) e quella moderna è segnato da “2001: Odissea nello spazio” (1968), si può affermare che il film che determina la vera cesura tra il cinema degli anni Settanta e quello degli anni Ottanta sia “Alien” (1979) di Ridley Scott, uno di quei nuovi registi — insieme soprattutto a Cronenberg e Carpenter — che hanno permesso lo sviluppo di un nuovo modo di vedere la fantascienza.

Alien” chiude simbolicamente una stagione e, allo stesso tempo, inaugura un immaginario oscuro e tecnologicamente inquieto che caratterizzerà l’intero decennio successivo. La fantascienza diventa più notturna, violenta e pessimista, segnata dalla fine delle utopie e dall’avanzata di un capitalismo sempre più pervasivo. Le metropoli del futuro sono degradate, iper-controllate, stratificate; un’eterna notte immersa nella pioggia (“Blade Runner”) diventa lo sfondo in cui si muovono i protagonisti.

I corpi si fanno modificabili e ibridati con le macchine (tutta la filmografia di Cronenberg), le macchine cessano di essere semplici strumenti al servizio dell’uomo e danno vita a processi autonomi e inarrestabili (“Terminator”), il capitalismo assume connotati sempre più apertamente dittatoriali (“1997: Fuga da New York”, “Essi vivono”, “L’implacabile”, "Orwell 1984"). La tecnologia appare spesso come foriera esclusiva di morte e barbarie (“Mad Max”), mentre lo spazio si trasforma in un luogo orrido e inumano (“Aliens”, “La cosa”). Le metropoli del futuro hanno perso ogni senso di umanità e la guerra nucleare è una possibilità che può realizzarsi ogni singolo giorno senza preavviso (“The Day After”, “Dead Man's Letter”, "La zona morta"). Il futuro non è più una promessa di emancipazione, ma un ambiente ostile nel quale sopravvivere. Per certi versi, la fantascienza degli anni Ottanta è anche una forma di rivolta contro l’intrattenimento puro, forse una risposta polemica alle space opera come “Star Wars”, che hanno trasformato la fantascienza da strumento metaforico di analisi sociale in grande carrozzone mainstream.

È una rivolta che utilizza però gli stessi strumenti dell’intrattenimento per aprirsi a un pubblico più ampio: un cinema che abbraccia l’action, il ritmo serrato, l’iconicità visiva e narrativa, coniugando oscurità tematica e spettacolarità, riflessione critica e consumo. In questo contesto le nuove tecnologie cinematografiche diventano fondamentali. Gli effetti speciali sono più presenti, ma non coprono carenze di sceneggiatura come accadrà nei decenni successivi: sono al servizio di storie ben strutturate, e Cameron in questo farà scuola. Il montaggio è molto più frenetico e la fotografia disegna paesaggi avveniristici che negli anni Settanta non si erano mai visti.

“1997: Fuga da New York” – John Carpenter (1981)

John Carpenter è uno dei registi più influenti della generazione americana emersa negli anni Settanta, decennio di rivalutazione dei cosiddetti B-movie, insieme a figure come Brian De Palma e David Cronenberg. È stato però soprattutto Carpenter, rileggendo i B-movie dei decenni precedenti con uno sguardo profondamente personale — dai mostri della Universal ai film di fantascienza di Don Siegel e Wolf Rilla — a contribuire alla rinascita del genere, regalando una serie di opere cult di straordinaria forza visionaria. “1997: Fuga da New York” è forse la sua opera più allucinata, nella quale crea gli scenari di una distopia totalmente visionaria, a metà strada tra fantapolitica e fumetto. Il suo pessimismo sui destini umani non lascia spazio ad alcuna alternativa che non sia la fine di tutto. La New York degradata non è migliore del resto del mondo sopravvissuto a una guerra devastante, né degli uomini che governano ciò che del mondo è rimasto. L’unico uomo diverso non è il classico “buono”, ma un antieroe disilluso come Jena Plissken, che cerca in ogni modo di salvare sé stesso rinunciando a salvare il mondo, ritenendolo ormai perduto per sempre.

“Scanners” – David Cronenberg (1981)

Pioniere del body horror, David Cronenberg ha disseminato gli anni Ottanta di una lunga serie di opere che hanno segnato il decennio. La prima è “Scanners” (1981), film incentrato sulla telepatia che accresce enormemente la sua fama. Alcune scene sono memorabili, tra cui la celebre testa che esplode e i vari effetti (vene che si gonfiano, bulbi oculari che fuoriescono dalle orbite) disseminati nel film. Il tutto si regge anche grazie all’interpretazione dei due protagonisti: Michael Ironside — divenuto un’icona del cinema di fantascienza tra anni Ottanta e Novanta — e Stephen Lack, due alter ego destinati a un magnifico e sorprendente scontro finale. “Scanners” rimane nella memoria come uno dei film più iconici di Cronenberg, per certi versi tra i più pessimisti sull’avidità e sul desiderio di potere presenti in ogni uomo. Il successivo “Videodrome” è uno dei suoi lavori più radicali, nonché uno dei vertici del concetto di body horror, ma è più riconducibile al cinema horror che alla fantascienza.

“Blade Runner” – Ridley Scott (1982)

Blade Runner” è, come “2001: Odissea nello spazio” e “Alien”, un film spartiacque nella storia del cinema di fantascienza: dopo di lui nulla sarà più come prima. Le immagini visionarie, la musica di Vangelis e l’immaginario cyberpunk danno chiaramente l’idea di trovarsi di fronte a qualcosa di totalmente nuovo. Soprattutto la Los Angeles buia e piovosa immaginata da Ridley Scott rappresenta perfettamente un futuro ormai percepito come una minaccia, non come una risorsa. In sintesi, il fallimento totale della tecnologia: non strumento di emancipazione, ma mezzo che schiaccia ogni uomo. Noir e filosofia si fondono in un mondo dove gli androidi sembrano avere più sentimenti di un’umanità ormai ridotta a ingranaggio di un sistema disumanizzante e, in fin dei conti, indistruttibile. Visivamente il film più visionario del decennio.

“La cosa” – John Carpenter (1982)

Trattato all’epoca della sua uscita come un film di serie B, oggi “La cosa” di John Carpenter è rivalutato e considerato un classico della fantascienza/horror anni Ottanta. Remake di “La cosa da un altro mondo” (“The Thing from Another World”, 1951) di Christian Nyby, il film di Carpenter è uno di quei rari casi in cui il remake supera di gran lunga l’originale (insieme a “La mosca” di Cronenberg). Il film si basa su un progressivo aumento della tensione, accresciuto dall’isolamento dei protagonisti e dall’impossibilità di capire davvero ciò che sta accadendo. L’Antartide diventa quindi un paesaggio terrificante che nasconde l’orrore più che mostrarlo. Il parallelo più immediato è ancora “Alien”: lo spazio non è più un luogo da esplorare, ma un ambiente cupo, oscuro e pregno di pericoli. L’impossibilità di capire chi nasconda “la cosa” è infatti molto simile alla dinamica di sospetto reciproco tra i membri dell’equipaggio in “Aliens”. Gli effetti artigianali di Rob Bottin sono notevoli ancora oggi e rendono “La cosa”, con la materia che si deforma e i corpi che si squarciano, il film più cronenberghiano di Carpenter.


“The Day After. Il giorno dopo” – Nicholas Meyer (1983)

Nel 1983, quando gli americani videro per la prima volta “The Day After”, fu un vero shock collettivo. Persino il presidente Ronald Reagan dichiarò di essere rimasto sconvolto dal film e che si sarebbe impegnato per allontanare la possibilità di un conflitto nucleare con l’allora Unione Sovietica. Che questo film abbia potuto contribuire a scenari meno conflittuali tra le superpotenze è impossibile dirlo, ma è certo che “The Day After” di Nicholas Meyer rappresenta il prototipo dei film sulla guerra nucleare, tanto potente e realistico da essere rimasto nell’immaginario collettivo di intere generazioni. Tanto forte fu il suo impatto che i russi sentirono il bisogno di replicare, tre anni dopo, con “Dead Man’s Letters”. “The Day After” si divide in tre parti: prima descrive con pazienza la normalità quotidiana dei suoi personaggi, poi la distruzione improvvisa — preannunciata solo da frasi sparse alla radio o nei telegiornali — e infine il terrificante “dopo”. L’opera di Meyer si distingue dal ridicolo filone dei film catastrofici d’intrattenimento che ha spopolato negli anni Novanta: “The Day After” non vuole intrattenere, ma ammonisce l’umanità su un futuro che è sempre a un passo dal realizzarsi.

“La zona morta (The Dead Zone)” – David Cronenberg (1983)

Con “La zona morta” (1983) Cronenberg si prende una pausa dai consueti incubi body horror per immergersi in una visione distopica ispirata al romanzo omonimo di Stephen King. Due storie si intrecciano, tenute insieme dal protagonista Johnny Smith (Christopher Walken), un uomo che si risveglia dal coma con il dono — o la condanna — della preveggenza. Nonostante la fragilità, grazie a una forza interiore e a un senso di giustizia ben più forti dei suoi “super” poteri, riesce a comprendere i piani folli di un novello Hitler americano (un memorabile Martin Sheen). Anche qui la fantascienza anni Ottanta sembra parlare dei nostri tempi in modo profetico, quasi fosse una Cassandra destinata all’indifferenza proprio perché troppo in anticipo. Johnny Smith è un nuovo antieroe che — a differenza di Jena Plissken, il quale nel finale di “1997: Fuga da New York” decide simbolicamente di condannare il mondo — sacrifica la propria vita per salvare l’umanità.

“Terminator” – James Cameron (1984)

All’interno della fantascienza d’azione, “Terminator” (1984) può essere considerato il film più rappresentativo degli anni Ottanta e uno dei capolavori assoluti del genere. Non è semplice unire azione, intrattenimento e riflessione sui pericoli della tecnologia — ancora una volta attualissimi — come è riuscito a fare James Cameron, da questo momento in poi divenuto definitivamente la gallina dalle uova d’oro di ogni casa cinematografica. “Terminator” è anche il film che trasforma Arnold Schwarzenegger nell’attore-icona dei film d’azione del decennio, insieme all’amico/rivale Sylvester Stallone. Un film violento, crudo, ricco di scene divenute cult, con uno sviluppo frenetico e un dualismo bene/male, uomo/macchina esemplificato alla perfezione. L’estenuante sequenza finale resta uno dei vertici — ancora ineguagliati — del cinema d’azione.

“Orwell 1984 (Nineteen Eighty-Four)” – Michael Radford (1984)

Tra i capolavori meno celebrati del cinema di fantascienza anni Ottanta c’è senz’altro “Orwell 1984 (Nineteen Eighty-Four)” di Michael Radford, probabilmente la versione definitiva del celeberrimo romanzo di George Orwell. La fotografia, il rispetto assoluto dell’opera originale e l’interpretazione clamorosa di John Hurt contribuiscono a restituire pienamente l’oppressione totalitaria dei tre macrostati immaginati dallo scrittore britannico. La Londra misera e impoverita di Radford supera persino le più pessimistiche intuizioni di Orwell e il senso di soffocamento che le immagini provocano non dà tregua. Non c’è consolazione alcuna: tutto viene portato alle estreme conseguenze in modo più radicale rispetto alle precedenti — pur ottime — trasposizioni cinematografiche (quella prodotta dalla BBC nel 1954 con un eccellente Peter Cushing e “Nel 2000 non sorge il sole” del 1956). Il grigiore del mondo domina su tutto, contrastato solo dalle fugaci scene d’amore tra i protagonisti, agnelli sacrificali di un sistema senza punti deboli. La scena della tortura finale — con un John Hurt ridotto in condizioni disumane — è tra le più crude che il cinema del decennio abbia saputo immaginare.


“La terra silenziosa (The Quiet Earth)” – Geoff Murphy (1985)

“La terra silenziosa” di Geoff Murphy, ispirato al romanzo di fantascienza “The Quiet Earth” dello scrittore neozelandese Craig Harrison — a sua volta chiaramente debitore di “Io sono leggenda” di Richard Matheson — potrebbe definirsi il gemello anni Ottanta de “L’ultimo uomo della Terra” (1964). Il protagonista, lo scienziato Zac Hobson, scopre di essere l’ultimo uomo sulla Terra e tenta in ogni modo ad adattarsi alla sua nuova condizione. Dopo aver compreso che il suicidio appare come l’unica soluzione razionale, trova altri sopravvissuti e intraprende una serie di iniziative per capire le cause degli eventi che hanno portato all’apocalisse. A differenza di altri film del genere — ad esempio “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man)” — qui è più forte la riflessione sull’inutilità della vita solitaria e sulla necessità dell’uomo di essere, sempre e comunque, un animale sociale. Le interpretazioni del finale possono essere molteplici: da quella religiosa — forse la più banale — del passaggio dal purgatorio al paradiso, a quella filosofica nietzschiana, simile a “2001: Odissea nello spazio”, del passaggio di stato da uomo a superuomo; oppure a quella pessimistica dell’inevitabilità della solitudine umana, condizione non accidentale ma ineluttabile. Proprio il non detto del finale, la sua ambiguità, rappresenta il punto di forza del film.


“Brazil” – Terry Gilliam (1985)

Bizzarro, grottesco oltre ogni limite — in sintesi, l’essenza stessa della parola weird — “Brazil” (1985) di Terry Gilliam è uno dei film più anomali degli anni Ottanta. In un mondo distopico visionario ispirato a Orwell si muovono personaggi improbabili, ingabbiati da una burocrazia che opprime le loro vite, mentre i ricchi curano ossessivamente il proprio aspetto fisico come unico scopo dell’esistenza. Ricca di satira politica e humor nero, l’opera di Gilliam mostra sia l’inumanità della tecnologia — qui tanto antiquata da apparire ridicola — sia quanto i sistemi ipercomplessi, come una burocrazia oppressiva, possano generare eventi inarrestabili una volta messi in moto. L’orrore di Gilliam risiede nella diseguaglianza e nell’avidità — i ricchi appaiono come mostri di plastica senza cervello — in un mondo basato sul culto della bellezza, dell’efficienza e sulla paura del terrorismo come forma di controllo sociale. Dove la burocrazia diventa un monolite fine a sé stesso e il conformismo è l'unica modo per integrarsi, l’unica libertà possibile resta l’immaginazione e l'estraniamento dalla massa.


“La mosca” – David Cronenberg (1986)

Capolavoro del body horror firmato da David Cronenberg, “La mosca” (1986) è il remake de “L’esperimento del dottor K.” (1958) di Kurt Neumann, tratto dal racconto omonimo di George Langelaan. “La mosca” è il film per eccellenza sulla mutazione, sulla tecnologia che provoca modifiche irreversibili del DNA e conduce inevitabilmente alla morte: la tecnologia che supera la natura condannando l’umanità. Gran parte della fantascienza anni Ottanta, pur con storie e mezzi differenti, sembra condividere questo stesso timore. La metamorfosi del mostro — che mantiene comunque in sé una parte di umanità — avviene gradualmente e porta infine allo smembramento del corpo. Il protagonista, lo scienziato Seth Brundle, è un moderno Prometeo che paga con la vita la propria ambizione, mantenendo un legame ideale sia con la mitologia greca che , naturalmente, con “Frankenstein” di Mary Shelley.

“Aliens” – James Cameron (1986)

Dopo il successo di “Terminator”, James Cameron può permettersi di chiedere qualsiasi cosa a una major. Sta tutta qui, nei differenti stili dei due registi e nel budget a disposizione, la differenza fondamentale tra il primo “Alien” di Ridley Scott e il nuovo “Aliens” di Cameron. Se il film di Scott era dominato dall’orrore claustrofobico dello spazio profondo, qui ci troviamo di fronte a un action movie ad altissima tensione, destinato a trasformare la saga in uno dei più grandi cicli fantascientifici di sempre. Se Scott poneva domande sulla paura dello spazio come luogo ignoto, Cameron lo trasforma in un campo di battaglia fatto di tradimenti e coltellate alle spalle, dove pochi sono ciò che sembrano. Paradossalmente, proprio il mostro è l’unico a non mentire mai sulla propria natura. Come — e forse persino più che in “Terminator” — Cameron realizza un vero manuale di montaggio cinematografico e di uso degli effetti speciali per qualsiasi studente di cinema, costruendo un accumulo di tensione ancora oggi magistrale.

“Quell’ultimo giorno – Lettere di un uomo morto (Dead Man’s Letters)” – Konstantin Lopušanskij (1986)

Uno dei film più cupi e pessimisti del cinema di fantascienza è senz’altro il russo “Quell’ultimo giorno – Lettere di un uomo morto”. Definito ingiustamente come la risposta sovietica a “The Day After”, è in realtà un’opera persino più dura e drastica. Il bianco e nero — talvolta virato al giallo, al seppia o all’azzurro — rende la visione particolarmente disturbante. Le vite degli “uomini talpa”, costretti a sopravvivere nel sottosuolo, suonano come un monito attualissimo per un mondo come il nostro, che sembra aver dimenticato i pericoli della guerra e dell’odio tra i popoli. L’opera di Konstantin Lopušanskij è una di quelle in cui la fine è davvero la fine — ricordando per certi versi il classico “L’ultima spiaggia” (1959) — in cui nulla può salvare l’umanità dal proprio suicidio. I numerosi riferimenti religiosi, come l’ultima cena nel sottosuolo — in cui si comprende che quella è davvero l’ultima cena dell’umanità — o la commovente scena dell’albero di Natale tra le macerie dove i bambini pregano, sono solo un lenitivo momentaneo alla disperazione, non certo una soluzione a un’apocalisse inevitabile.

“Quando soffia il vento (When The Wind Blows)” – Jimmy Murakami (1986)

Nel 1986 Roger Waters, David Bowie, Genesis, Paul Hardcastle, Hugh Cornwell (The Stranglers) e gli Squeeze partecipano alla colonna sonora del film d’animazione post-apocalittico “When The Wind Blows” di Jimmy Murakami, tratto dalla graphic novel del 1982 di Raymond Briggs. I protagonisti sono Jim e Hilda Bloggs, un’anziana coppia inglese che vive isolata in campagna. Fiduciosi nelle autorità e ancorati alle proprie tradizioni, non comprendono un mondo cambiato troppo in fretta. Quando la radio annuncia un imminente attacco nucleare sovietico, non si allarmano: confidano nel governo e ignorano le conseguenze delle radiazioni. Dopo l’esplosione si rifugiano in un bunker antiatomico autocostruito seguendo manuali ufficiali, ma la struttura è inadeguata. Convinti che la nuova guerra somigli alla Seconda guerra mondiale che avevano conosciuto da bambini, escono in cerca di cibo senza sapere che il fallout li condannerà. Moriranno continuando a sperare che qualcuno venga a salvarli.

“L’implacabile (The Running Man)” – Paul Michael Glaser (1987)

“The Running Man”, distribuito in Italia con il titolo “L’implacabile”, può essere considerato un B-movie se confrontato con altri titoli qui citati, ma resta un film profondamente rappresentativo degli anni Ottanta: per la regia, per la musica e per la presenza di Arnold Schwarzenegger, attore-simbolo della fantascienza d’azione del decennio. La società distopica in cui la violenza diventa uno spettacolo televisivo capace di generare milioni in pubblicità — tema non lontano da “Rollerball” (1975) — appare oggi più attuale che mai. Il protagonista/vittima rappresenta l’ultimo uomo ancora capace di pietà, deciso a svegliare — come fossero prigionieri di una caverna platonica — la massa di consumatori-spettatori, completamente assuefatti allo spettacolo e ormai insensibili alla sofferenza altrui.

“Essi vivono (They Live)” – John Carpenter (1988)

Se si pensa a quale possa essere il principale film di fantascienza anticapitalista, a molti verrà immediatamente in mente “Essi vivono” di John Carpenter (1988). Non è affatto semplice coniugare intrattenimento e una critica tanto lucida quanto feroce della società moderna. La metafora degli alieni/capitalisti — esseri non umani che trovano nel denaro il loro unico punto di riferimento — non è solo geniale, ma viene anche messa in scena con grande intelligenza. La sequenza in cui il protagonista indossa gli occhiali da sole che gli permettono di vedere la realtà per quella che è, e non per quella che falsamente appare, è diventata un cult della fantascienza di ogni tempo. La lunghissima scazzottata tra i due protagonisti — in cui uno tenta disperatamente di far comprendere all’altro la verità — è estenuante fino al limite del ridicolo, ma funziona come potente metafora della fatica necessaria per arrivare alla consapevolezza. Carpenter si conferma ancora una volta un filosofo del cinema che si nasconde dietro il genere per diffondere i propri messaggi a un pubblico più ampio possibile.

E, infine, altri film che hanno caratterizzato il decennio: 

Flash Gordon - Mike Hodges (1980)
Atmosfera zero (Outland) - Peter Hyams (1981)
Looker, Troppo belle per vivere - Michael Crichton (1981)
Tron - Steven Lisberger (1982)
E.T. The Extra-Terrestrial - Steven Spielberg (1982)
Dune - David Lynch (1984)
Electric Dreams - Steve Barron (1984)
Dreamscape - Joseph Ruben (1984)
Kin-dza-dza! - Georgij Danelija (1986)
RoboCop - Paul Verhoeven (1987)
Predator - John McTiernan (1987)
The End Of Eternity - Andrei Ermaš (1987)
Akira - Katsuhiro Ōtomo (1988)
Visitor To A Museum - Konstantin Lopushansky (1989)





Il cinema di fantascienza degli anni 80 in sedici titoli