Ondacinema

recensione di Vincenzo Chieppa
6.5/10

Inizia proponendosi come una storia dei media audiovisivi "Fantastic Machine", documentario degli svedesi (di nascita o di origine) Axel Danielson e Maximilien Van Aertryck, prodotto da Ruben Östlund, presentato alla Berlinale 2023 e poi passato al Sundance, dove si aggiudicò uno dei premi speciali assegnati dalla giuria.
E lo fa prendendola alla lontana: dalla prima fotografia di Joseph Niépce (1826) su una lastra cosparsa di bitume impressionata per una decina di ore, passando per Daguerre e arrivando a Muybridge e al suo cavallo in movimento che è di fatto uno degli antenati del cinema.
Con una carrellata rapida ed essenziale si va quindi ai fratelli Lumière - con l’immancabile treno di La Ciotat - e a Méliès, che coi suoi trucchi introduce due elementi essenziali per gli argomenti affrontati da questo documentario: quello della manipolazione e quello della meraviglia.
Proprio Méliès confezionò, nei primissimi anni di vita del cinema, uno degli esempi più noti di attualità ricostruita, "Le sacre d'Édouard VII" (1902), con cui mise in scena l’incoronazione del Re d’Inghilterra Edoardo VII, facendola interpretare a degli attori in un teatro di posa. Le riprese avvennero prima che la cerimonia si fosse tenuta, così da poterla poi proiettare "in diretta". Pare che il monarca, dopo aver visto il film di Méliès, ebbe modo di esprimersi sul mezzo tecnico che lo aveva permesso pronunciando la frase riportata nel titolo originale ("And the King Said, What a Fantastic Machine"): quel miracoloso aggeggio, infatti, era riuscito nell’impresa straordinaria – sempre secondo il presunto commento del sovrano – di documentare anche ciò che non era mai avvenuto.

La settima arte c’entra in realtà relativamente poco nell’opera di Danielson e Van Aertryck, al di là di questo passaggio iniziale e di un piccolo approfondimento sul cinema di propaganda, con immagini di repertorio di Leni Riefenstahl mentre, in un’intervista del 1993, cercava di giustificare da un punto di vista tecnico i suoi film che magnificavano il regime nazista.
Dopo quei brevi cenni si passa infatti fin da subito ad analizzare altri media, a partire dalla televisione, che nella seconda metà del Novecento giunse a stravolgere la quotidianità di milioni di persone con lo stesso effetto di meraviglia (o quasi) che avevano ingenerato nei pubblici paganti di fine Ottocento le prime proiezioni con il cinematografo.
Ma la televisione viene presto mostrata per quel che è (rectius, è diventata), un medium che ha per obiettivo principale quello di vendere spazi pubblicitari e quindi di predisporre in maniera favorevole le menti degli spettatori al prodotto reclamizzato: lo dice, tra gli altri, anche il "nostro" Carlo Freccero in un’intervista, riportata nel documentario, concessa in Francia - dove era stato inviato da Berlusconi per portarvi il modello della tv commerciale.
Ma la televisione è solo il primo passo di un’evoluzione che porta ai giorni nostri, a internet e allo sviluppo dei social media, a partire da YouTube, di fatto la prima "televisione" per il web, con contenuti per la maggior parte caricati dalla gente comune. Qui il documentario prende il suo abbrivio definitivo, concentrandosi sul web e sui derivati di YouTube, da Instagram a TikTok: il primo video "virale"; il successo di chi si è organizzato professionalmente per vivere di quell’attività, caricando contenuti sulle piattaforme web; i pericoli di chi sceglie quella vita, arrivando addirittura a condividere sulle piattaforme la propria intera esistenza, i cosiddetti lifestreamer.

Il rischio che il documentario si trasformi in un’accozzaglia generalizzata di contenuti web più o meno noti - ai fruitori più assidui o a chi studia questi fenomeni - c’è tutto, ma il film riesce comunque a proporre quanto meno un filo conduttore capace di tenere assieme il discorso, lasciando poi allo spettatore il compito di trarre le proprie conclusioni. Questo filo conduttore passa, inevitabilmente, dai due aspetti anticipati con Méliès: manipolazione e meraviglia. Ed ecco quindi alternarsi filmati girati da coloro che, dopo essersi scagliati contro le fake news - e qui siamo alla mise en abyme della manipolazione di una presunta manipolazione - assaltarono il Campidoglio il 6 gennaio 2021. Oppure abbiamo i backstage di shooting fotografici estremi, con modelle che si sporgono dalla cima di grattacieli in costruzione, senza alcuna protezione - è la meraviglia che, per continuare a essere tale in un mondo assuefatto allo sbalordimento, ha bisogno di spingersi sempre oltre. O ancora, tornando alla manipolazione, i reportage, dal fronte o da zone colpite da calamità, in cui lo scatto ad effetto nasconde una costruzione artificiosa, svelata da un banale controcampo che ritrae chi sta cogliendo quell’immagine.
Insomma, ce n’è quanto basta per tracciare almeno una breve panoramica - e a più non si poteva ambire, considerata peraltro l’ora e mezza scarsa di durata - mettendo in scena magie, lati oscuri, falsità e pericoli di un settore, quello dei media audiovisivi, di fatto dominato da un caos autoregolato, soprattutto dopo la svolta del world wide web e dei social. Ce n’è quanto basta per qualche riflessione e per far cominciare un dibattito potenzialmente infinito.


09/05/2024

Cast e credits

regia:
Maximilien Van Aertryck, Axel Danielson


titolo originale:
And the King Said, What a Fantastic Machine


distribuzione:
Teodora Film


durata:
88'


produzione:
Rikke Tambo Andersen, Axel Danielson, Erik Hemmendorff, Kathleen McInnis, Maximilien Van Aertryck, V


sceneggiatura:
Axel Danielson, Maximilien Van Aertryck


montaggio:
Mikel Cee Karlsson


Trama
Dalla prima fotografia di Niépce (1826) a Instagram e TikTok: una (breve) storia della (enorme) evoluzione che hanno avuto i media audiovisivi nel corso di due secoli. E dei problemi che si portano dietro.