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Con il saggio "L’uomo cinematografico. La virtualità del reale nel cinema di Antonioni e Pietrangeli", Stefano Usardi riallaccia riflessioni filosofiche e antropologiche a "Io la conoscevo bene" e "Deserto rosso", per scandagliare una realtà dove "il circostante è divenuto virtuale e l’immagine mediata reale"

Un tratto che caratterizza il nostro presente è indubbiamente il predominio della virtualità: schermi piccoli, piccolissimi, infinitesimali, ci accompagnano in ogni momento della nostra quotidianità. Le immagini mediate filtrano la concezione di noi stessi, rendendo spesso indistinguibili l’ambito della realtà da quello della finzione. Questo processo non nasce però nella stretta attualità, segnata dalla frammentazione dei media, ma era già presente quando il cinema era ancora quello più importante, capace di creare immaginari. Per fare un esempio, se oggi pensiamo alla guerra in Vietnam, le immagini che ci vengono in mente sono quelle di notiziari e filmati d’archivio, oppure quelle dei film celebri sull’argomento?

Per approfondire in maniera esaustiva il tema della "virtualità del reale" Stefano Usardi ha recentemente redatto il volume "L’uomo cinematografico", in cui va alle origini di tale fenomeno attraverso la trattazione di due opere chiave di due grandi autori del nostro cinema. Parliamo di "Io la conoscevo bene" di Antonio Pietrangeli e "Deserto Rosso" di Michelangelo Antonioni, che l’autore considera da una prospettiva inedita, attraverso un’analisi filosofica e antropologica. Tra le pagine, lo studioso propone uno stimolante punto di vista, che apre nuovi orizzonti: in questa dimensione, a cambiare è anche la nostra stessa psiche, i nostri ricordi, che si fondono con ciò che vediamo sullo schermo.

Come si legge nella quarta di copertina: "Adriana e Giuliana, le protagoniste dei film analizzati, attraversano l’atmosfera cinematografica nella stessa modalità con cui lo spettatore vive la virtualità del circostante. Quest’ultimo, perso tra le immagini filmiche, cerca di districarsi tra l’inversione, ormai irreversibile, tra realtà e cinema e cerca di ancorarsi alle certezze percettive senza rendersi conto di essere divenuto immagine tra le immagini".

Il saggio, edito da Le lettere, si compone di tre parti. Le prime due sono dedicate a un’ampia trattazione dei concetti di uomo cinematografico e di immagine tout court, in un’analisi su come cambia il nostro rapporto con la realtà, per cui "il circostante è divenuto virtuale e l’immagine mediata reale". L’ultima invece, si concentra sui due film in questione: le riflessioni portate avanti nelle pagine precedenti trovano espressione concreta in Antonioni e Pietrangeli, riallacciandosi anche alla poetica dei due registi. Usardi sottolinea affinità e divergenze tra i due registi, lasciando spazio anche a riflessioni che si allacciano allo spirito dei tempi: "Monica Vitti e Stefania Sandrelli, principalmente immedesimate in Giuliana e Adriana, ma referenti assolute dell’universo femminile, si dissolvono nell’immagine filmica e formano primi piani da cui si dipanano espressioni non riducibili a banali stereotipi".

Per avvallare la sua tesi, Usardi convoca studiosi di cinema, tra cui Metz e Merleau-Ponty, così come altri illustri filosofi, ad esempio Bergson e Luhmann. La sua trattazione spazia dunque tra diversi ambiti di ricerca, soddisfacendo non solo il cinefilo stretto ma chiunque voglia conoscere a fondo un fenomeno ormai fondamentale nella nostra attualità.

 

Scheda:

Titolo: L’uomo cinematografico. La virtualità del reale nel cinema di Antonioni e Pietrangeli
Autore: Stefano Usardi
Editore: Le Lettere
Anno edizione: 2024
Pagine: 348
Tipo: Brossura