Il bandito delle 11

Il bandito delle 11


Jean-Luc Godard

Avventura, Commedia, Dramma, Musical | Francia, Italia
(1965)

Sono pochissime le cose su cui tutti concordano quando si parla di Jean-Luc Godard: nato a Parigi nel 1930, rampollo di una famiglia alto borghese, elvetica e protestante; autore prolifico e che nei 94 “oggetti filmici” che sono la sua carriera ha sperimentato di tutto, dai lungo ai medio-cortometraggi; dallo spot al videoclip; dal documentario alla video-sceneggiatura; dalle “Histoire(s) du cinema” alle inchieste di costume in 12 puntate per la TV.

Gli manca la regia della finale di Coppa Campioni (oggi Champions League), un desiderio che l’Uefa non gli ha mai esaudito: col calcio, si sa, c’è poco da scherzare.

In tanti lo considerano il più grande regista vivente e almeno uno dei quattro che ha realmente “fatto” la storia del cinema, in compagnia dei mitici Griffith, Ejzenstejn e John Ford.

Lui, al riguardo, si schernisce e confessa di sentire un intero abisso tra il suo cinema e quello, per esempio, di sir Alfred Hitchcock.

Modesto, però, non lo è.

Ricambia l’ammirazione sconfinata con giudizi ingenerosi: dà del bugiardo a Spielberg e Kubrick e si meraviglia della stima che raccoglie un po’ ovunque Martin Scorsese che lui considera un “regista mediocre”…

“Il bandito delle 11” (pessimo titolo italiano dell’originale “Pierrot le fou”, un bandito romantico della fine degli anni ’40 che all’anagrafe faceva Pierre Carrot) è per certo uno dei suoi vertici, con “Le mèpris” e “À bout de souffle”.

Molti gridano al capolavoro di pop-art, un caleidoscopio irriverente e insieme forbito di arti, linguaggi e variopinti pappagalli che beccano le briciole dal tavolo.

Parigi, un giorno qualsiasi. Ferdinand (Jean-Paul Belmondo) e sua moglie,  Madame Espresso (Graziella Galvani) fanno una ricchissima coppia borghese che si trascina stancamente da un party all’altro.

Ad una di questa feste, Ferdinand rivede, dopo quasi sei anni, Marianne (Anna Karina) e scappano, prima dalla festa, poi da Parigi. Ferdinand lo fa per spirito d’avventura, Marianne perché è perseguitata da una banda di personcine cui è legata da affari loschi.

Tra inseguimenti, bacini, canzoncine, spettacoli di precinema, forbici affilate e tradimenti, si spiana la strada a un finale esplosivo la cui immagine, Belmondo dipinto di blu e cinto da un doppio giro di tritolo colorato, è probabilmente l’icona di tutta la Nouvelle Vague.

Certo, il riassunto non rende giustizia al film.

Godard, che abbandonò giovanissimo la carriera di romanziere perché non riusciva a superare il primo rigo, non ha mai girato un film che potesse sintetizzarsi in un soggetto.

Anche le sue sceneggiature sono spesso un brogliaccio, una dichiarazione di intenti, una volontà bislacca, come quella di “Pierrot le fou” che parte da due “solidissime” idee: la storia sarebbe stata ambientata sulle rive del mare e ci sarebbe stata una esplosione di colori.

In realtà non sono i colori a esplodere ma le esplosioni a schizzare colori, l’allegra dinamite che sparge sul suolo la strepitosa fotografia di Raoul Coutard, i blu accesi, i gialli sgargianti, i rossi che aizzano anche il più mite dei tori.

“Pierrot le fou” è Godard al 100%: la confusione creatrice, l’irritualità della cinepresa che somiglia di più a una penna, il moralismo a tratti stucchevole che accompagna i suoi eroi e del quale Carmelo Bene una volta ebbe a commentare: “Godard ha la morale di un vigile urbano”, la pletora di citazioni e rimandi, la Babilonia di ogni critico che davanti un film di Godard si sente come in una battuta di caccia armato di mitragliatrice dentro uno zoo con le gabbie sprangate: Velasquez, Picasso, Renoir, Van Gogh, Poe, Joyce, Celine, Queneau, Michel Simon, Aragon, Nicholas Ray… legati a un film che parte come dramma psicologico, diventa un giallo, scivola nel musical, si veste d’avventura e nel gran finale miscela tutto, solo che a ballare non è più Marianne ma i piccoli pezzi della carne esplosa di Ferdinand…

Una festa macabra accompagnata da una colonna sonora suggestiva (opera di Antoine Duhamel che, oltre le partiture, tira fuori due gioiellini quali “Ma ligne de chance” e “Jamais je ne t’ai dit que je t’aimerai toujours“, canticchiati da Anna Karina) e da una morra di “passanti” eccellenti: la principessa libanese Aicha Abidi che interpreta se stessa mentre ci racconta il suo esilio dorato sulla Costa Azzurra; il vecchio amico Laszlo Szabo che si finge perseguitato politico; il giovanissimo Jean-Pierre Leaud che vediamo al cinema in prima fila mentre guarda con attenzione dei cinegiornali sulla guerra in Vietnam; il comico Raymond Devos che interpreta una esilarante gag sulla sfiga in amore e, ultimo, il mitico Samuel Fuller che alla “baziniana” domanda di Ferdinand: “Che cos’è il cinema?”, risponde: “Un campo di battaglia: amore, odio, azione, violenza, morte. In una parola: emozione”.

Lo stesso Godard non si tira indietro e vediamo le sue mani instancabili mentre aggiorna il diario di Ferdinand, con la sua bella grafia e gli inseparabili pennarelli blu e rossi; sua è anche la voce off che battibecca con quella di Marianne, perché è innegabile che i film degli “Anni Karina” (quelli fino a “Due, tre cose che so di lei”) non sono altro che la cronaca di un amore in perenne naufragio tra un bacchettone ribelle e borghese e una ragazza straniera, bella e un po’ torbida, spensierata e dionisiaca, amante della musica, nel mentre Ferdinand-Godard è un ultrà dello sbrodolamento verbale, della memoria in forma di diario, della grande letteratura per la quale “solo ogni 50 libri si può ascoltare un disco”, come rinfaccia a Marianne che per tutta risposta alza le spalle e inizia a vagare sulla spiaggia, ripetendo a mo’ di mantra: “Cosa posso fare? Non so che fare…”.

Nessuno come Godard ha abbattuto il velo del privato che diventa di pubblico dominio. Fosse dipeso da lui non avremmo mai conosciuto l’ebbrezza del gossip e di Novella 2000, saremmo stati aggiornati in tempo reale della sua vita sentimentale, dei suoi scazzi, direttamente sullo schermo panoramico in 35mm.

Chiudiamo con due parole sulla più potente arma del cinema di Godard: il montaggio audiovisivo. Probabilmente il più grande montatore della storia del cinema, insieme a Vertov, in “Pierrot le fou” Godard raggiunge l’apoteosi: raccordi sull’asse fino allo sguardo in macchina, mescolanza di pellicola e video, ellissi, falsi raccordi, slittamenti e decadrages, scene ripetute due volte e montate consecutive (la prima fuga di Ferdinand e Marianne).

Il “respiro del film” oscilla tra le extrasistole e l’ischemia, sempre in bilico e sempre a chiedersi: “E ora?”.

Il montaggio sonoro, sempre e rigorosamente su due sole piste, fa da contrappunto a quello che si vede sullo schermo, spesso negandolo, e mette insieme con estrema chiarezza lo straordinario repertorio della colonna audio: le partiture di Duhamel e i brani di musica classica; il cantato alto e semi intonato di Marianne; Ferdinand che imita la voce di Michel Simon e poi le bombe che cadono, gli aerei che volano basso, i juke-box coi toni alti sempre troppo sparati, i walkie-talkie che gracchiano ordini incomprensibili, i festini sonorizzati dalla tappezzeria del muzak… quasi tutto registrato in presa diretta.

Non è ancora ufficiale ma pare proprio che a Godard verrà assegnato nel 2011 l’Oscar alla carriera. Si stanno già levando le sdegnose voci di dissenso. Ai grandi succede spesso. La loro vita, per fortuna, non ne risente.

25/10/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Pierrot le Fou
Distribuzione
Société Nouvelle de Cinématographie (SNC)
Durata
110'
Produzione
Georges de Beauregard
Sceneggiatura
Jean-Luc Godard
Fotografia
Raoul Coutard
Scenografie
Pierre Guffroy
Montaggio
Francoise Collin
Musiche
Antoine Duhamel

Trama

Abbandonati moglie e figli e sbarazzatosi di un cadavere, Ferdinand-Pierrot fugge con Marianne, ne viene tradito, la uccide e si fa saltare in aria
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