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recensione di Antonio Pettierre
6.0/10

Negli anni 80 i ragazzini nella provincia americana vanno soprattutto in bicicletta. Che fuggano da un pericolo, che girino per le strade e i sentieri in cerca di avventura, che si muovano da una casa all’altra, vanno sempre in bicicletta. Fin da Elliot che vola insieme al piccolo amico aliene in “E.T.” di Steven Spielberg, passando per i recenti revival di “Super 8” di J. J. Abrams, “It -Capitolo uno” di Andy Muschietti e arrivando al grande successo del serial “Stranger Things” dei fratelli Duffer su Netflix, la bicicletta è il mezzo di trasporto prediletto: simbolo di libertà, di fuga, di autonomia e oggetto definente il momento pre-adolescenziale (e non) – fisico e psicologico - di personaggi di storie tra il fantastico e l’horror, dove le esperienze di crescita fanno sempre i conti con ostacoli da superare e paure profonde da affrontare.

“Black Phone” si inserisce all’interno di questo gruppo di storie come ultimo arrivato in cui ragazzini devono fare i conti con il timore ancestrale dell’Uomo Nero, del lupo cattivo sempre in agguato pronto a rapirli dal mondo incosciente dell’infanzia e trasportarli nell’orrore della perdita. Scott Derrickson adatta un racconto di Joe Hill, figlio del famoso scrittore Stephen King, mettendo in scena l’ennesima variazione del tema, dove il maniaco di turno è soprannominato il “Rapace”, questa volta uomo in carne e ossa e non forza soprannaturale, che rapisce i ragazzini per strada, li porta nello scantinato della sua casa in periferia e poi li uccide dopo giorni di torture psicologiche in un gioco perverso di premi e punizioni.

Il regista americano ritorna al genere horror – che aveva frequentato con “L’esorcismo di Emily Rose”, “Sinister” e “Liberaci dal male” – dopo l’incursione nel MCU di “Doctor Strange”, grazie alla Bloomhouse del re mida Jason Blum: anche in questo caso a fronte di un investimento di quasi 19 milioni di dollari ha già ricavato a oggi più di 52 milioni di dollari solo dagli incassi nelle sale mondiali (escludendo i diritti televisivi e altro). E con “Black Phone” immerge la vicenda all’interno di un immaginario anni 80 ormai radicato nel pubblico contemporaneo. Così, fin dall’incipit, siamo avvolti dal mondo infantile di Finney Shaw (il giovane talentuoso Mason Thames) mentre assistiamo a un incontro di baseball. Sconfitto dal battitore della squadra avversaria, lui lanciatore di quella di casa, è un ragazzino fragile, oggetto di bullismo a scuola, orfano di madre, con un padre alcolizzato e sfibrato dal dolore e una sorella minore, intelligente, da un carattere determinato e con poteri premonitori (ereditati dalla madre e osteggiati dal padre). Sarà proprio il suo avversario che dopo la partita gira per le strade della cittadina, sorridente e felice, a diventare la prima vittima del Rapace.

Il passaggio da uno stato di felicità di un’infanzia (apparentemente) dorata a quello di angoscia e oppressione avviene anche grazie al cambio di luce che da chiara diventa plumbea, dove la fotografia vira immediatamente a toni smorti e freddi e che fornisce il tono all’intera pellicola, così come la scenografia e i costumi che ricostruiscono, attraverso un accurato profilmico, gli anni 80, immergendo “Black Phone” in un’atmosfera d'epoca e démodé, insomma molto vintage. Se la messa in scena riproduce, come abbiamo detto, un immaginario ormai consolidato, non discostandosi molto dagli esempi sopra citati, anche la storia riafferma evoluzioni drammaturgiche kinghiane continuate dal figlio dello scrittore. Così il ragazzino più debole si trasforma nell’eroe che affronta a viso aperto il mostro di turno in un percorso di trasformazione, di superamento di prove che lo aiuteranno nel passaggio all’età adulta e all’affermazione di sé nella comunità. Finney è circondato da aiutanti in questo suo viaggio interiore: dalla sorella che, dopo il rapimento, con i suoi poteri premonitori non smette di cercarlo, scontrandosi con un mondo di adulti ciechi all’evidenza di fatti e scettici al soprannaturale; ma, soprattutto, dai fantasmi dei ragazzini, vittime del Rapace prima di lui, che lo sosterranno con suggerimenti e fornendogli delle armi per affrontare il mostro.

Così, la cantina diventa una caverna psichica, un luogo-metafora dell’inconscio in cui avviene lo scontro con l’Id rappresentato dal Rapace. La comunicazione attraverso un “telefono nero” è palesemente la rappresentazione di una elaborazione interiore delle proprie paure e debolezze per trasformarle in punti di forza capaci di sconfiggere il male. Male rappresentato fisicamente dal Rapace, interpretato da un generoso Ethan Hawke, in una recitazione nevrotica e mimetica, nascosto da una doppia maschera: quella del mago che irretisce con i suoi giochi l’attenzione dei ragazzi e quella di un diavolo, che indossa perennemente nel suo ruolo di sadico carceriere. In questo caso, la maschera è anche qui esplicita di un’iconografia diremmo ormai consunta e poco innovativa, ma che in qualche modo riafferma la necessità di un male senza volto (o dai mille volti) dei vari Mayers, Krueger, Voorhees, Leatherface e affini, in cui la perdita dell’umano necessita di una rappresentazione altra che rende immediatamente visibile l’orrore interiore verso la vittima che guarda.

Oltre ad avere presente il mondo immaginario degli anni 80 creato da King e figlio e dai suoi predecessori cinematografici, Derrikson innesta altre due citazioni per comporre il puzzle visivo di “Black Phone”.
Una prima, più sottile, deriva da “Sinister” (forse il suo film più riuscito e interessante), richiamato dal riutilizzo di Hawke come protagonista, ma soprattutto dalla linea di frattura che percorre i muri dello scantinato e che ricorda quelle lasciate sulle pareti della casa in “Sinister” dalla figlia posseduta dallo spirito maligno e carnefice della propria famiglia.
Una seconda meno evidente riprende alcune sequenze e utilizzo di montaggio alternato de “Il silenzio degli innocenti”: il rapimento dei ragazzini ricorda il modus operandi di “Buffalo Bill”; il protagonista ha un soprannome dato dalla stampa e si muove con un furgone; la casa è simile a quella del serial killer della pellicola citata. E in particolare in quella finale, quando la polizia, su indicazione della sorella, arriva nella casa dove è rinchiuso Finney: come nel finale del capolavoro del compianto Jonathan Demme, anche qui la suspense è determinata dallo scambio di luoghi in cui entra la polizia prima della rivelazione finale, in una costruzione del climax compiuta dal sapiente montaggio di  Frédéric Thoraval.

“Black Phone”, a conti fatti, risulta un prodotto dignitoso, con tutti i topoi del moderno horror messi in fila per farsi apprezzare da un pubblico amante del genere, che non si discosta molto da un esercizio citazionista elegante, ma poco originale e che si muove in una comfort zone di una visione riconoscibile e piacevole.


26/06/2022

Cast e credits

cast:
Mason Thames, Madeleine McGraw, Ethan Hawke, Jeremy Davies


regia:
Scott Derrickson


titolo originale:
The Black Phone


distribuzione:
Universal Pictures


durata:
102'


produzione:
Universal Pictures, Blumhouse Productions, Crooked Highway


sceneggiatura:
Scott Derrickson, C. Robert Cargill


fotografia:
Brett Jutkiewicz


scenografie:
Patti Podesta


montaggio:
Frédéric Thoraval


costumi:
Amy Andrews


musiche:
Mark Korven


Trama
America 1978. Finney Shaw è un ragazzino di tredici anni, orfano di madre, che vive con un padre alcolizzato e una sorella più piccola sensitiva. Vive in una piccola cittadina di provincia, giocando a baseball e frequentando la scuola alle prese con i bulli che lo perseguitano. La vita di Finney si complica quando alcuni coetanei e il suo migliore amico sono rapiti da un sadico maniaco soprannominato il “Rapace”. Quando anche lui sarà rapito, inizia un duello con il maniaco, aiutato dai suggerimenti dei compagni morti che comunicano con lui attraverso un telefono disconnesso appeso al muro dello scantinato dove il Rapace lo ha richiuso.
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