Ondacinema

recensione di Mirko Salvini
7.5/10

“Mi chiamo Claudine, abito a Montigny; ci sono nata nel 1884; probabilmente non ci morirò”


Sidonie-Gabrielle Colette era poco più che ventenne quando scrisse la storia che inaugurò il ciclo di Claudine, anche se dovette aspettare qualche anno per avere la soddisfazione parziale di vederla pubblicata. Parziale, perché le storie della popolare e disinibita studentessa, incarnazione perfetta di una giovane donna moderna desiderosa di fare capire con le proprie gesta che la società stava cambiando anche per l'altra metà del cielo, venivano date alle stampe con la firma di Willy, vale a dire Henry Gauthier-Villars, marito di Colette nonché protagonista della vita culturale parigina durante la belle epoque. E' su questo legame sentimentale e intellettuale che il regista britannico Wash Westmoreland ha costruito il biopic “Colette”, suo primo lavoro cinematografico dopo la morte nel 2015 del marito e co-regista Richard Glatzer, vittima di sla. Proprio insieme a Glatzer, Weshmoreland aveva iniziato a concepire il progetto di un film dedicato agli anni giovanili dell’autrice destinata a diventare una delle più famose e amate di Francia. Non a caso il film è dedicato al consorte scomparso, il cui nome è accreditato come soggettista e cosceneggiatore, ma sarebbe ingiusto non ricordare in questa sede il contributo dell'altra sceneggiatrice, l'inglese Rebecca Lienkiewicz, un curriculum vasto fra cinema, tv e teatro, conosciuta soprattutto per il film premio Oscar “Ida” e per il recente “Disobedience”, apprezzata per la sua capacità di raccontare storie di donne che cercano di non adeguarsi alle regole della società nella quale vivono.

Con un'eleganza in effetti maggiore rispetto a quella dei precedenti lavori di Westmoreland e Glatzer, nella quale è riconoscibile il contributo dell'ottimo direttore della fotografia Giles Nuttgens, collaboratore abituale di Deepa Mehta e David Mackenzie, il film ci racconta la storia della protagonista (interpretata da Keira Knightley, attrice sulla quale il web da tempo si divide, ma che, nonostante un viso così moderno, si riconferma interprete ideale di opere in costume, anche quando a dirigerla non c'è il fidato Joe Wright), dal fidanzamento con Willy fino a quando lascerà il marito e continuerà il suo percorso personale e artistico per conto proprio. Pubblicherà col proprio nome numerosi romanzi e racconti, arrivando anche negli anni quaranta ad entrare nella rosa dei papabili per il Nobel (poi però mai arrivato, come del resto non è arrivato a tanti altri autori noti e acclamati). Il film però non si sofferma sulle battaglie legali fra i due ex coniugi e sugli sforzi di Colette di vedere riconosciuto il suo contributo alla creazione di Claudine e quindi al successo del “marchio” Willy; in questo chi vedeva nel progetto una sorta di versione primo novecento del burtoniano “Big Eyes” non può che ricredersi. Anche perché qui non si racconta di pittori della domenica baciati da inattesa fortuna, ma di veri protagonisti della scena letteraria. Colette, ragazza di campagna che grazie al marito conosce in una Parigi per convenzione anglofona un nuovo mondo, scopre una vocazione letteraria (sebbene inizialmente solo come ghost writer di Willy) e che per lei il destino non ha in serbo solo di fare la moglie che aspetta tranquilla a casa (anche perché il consorte è un incorreggibile donnaiolo, anche se, non essendo uno sciocco, ama Colette e ne apprezza le molte doti, non ultimo il gusto in fatto di donne). Willy è un marito infedele e un datore di lavoro non ideale? Pazienza, Parigi offre la possibilità di nuovi incontri (grazie al proprio fascino androgino, Colette ha molto seguito fra le aristocratiche della ville lumière) e anche di tentare nuove carriere, come quella di attrice di pantomime, meglio se nei teatri di provincia dato che, in effetti, il pubblico cittadino può rivelarsi fin troppo conservatore nei confronti di certe nuove forme di intrattenimento, troppo audaci anche per una città così in anticipo sui tempi. Matrimonio anticonvenzionale per eccellenza, quello fra Colette e Willy sopravviverà nonostante le relazioni rispettivamente di lei con una nobildonna che sarà la sua compagna per molto tempo e di lui con una giovane appassionata delle avventure di Claudine. Ma finirà quando Colette, che è stata un modello per tante giovani donne moderne, pretenderà di vedere (giustamente) riconosciuti i propri meriti (d'altronde “la mano di chi tiene la penna decide la storia”) e al rifiuto del marito, continuerà per la sua strada.

A differenza della versione dei primi anni novanta con Mathilda May e Klaus Maria Brandauer nei ruoli principali, oggi decisamente dimenticata, la “Colette” di Westmoreland si segnala per una scrittura intelligente, interpretazioni convincenti (oltre alla già citata Knigthley, non possiamo dimenticare il Willy di Dominic West, che riesce a farci provare una simpatia non scontata per il personaggio) e una ricostruzione d'epoca realizzata con gusto senza dimenticare la lezione dei pittori impressionisti (un plauso al lavoro dello scenografo Michael Carlin, della costumista Andrea Flesch  e della truccatrice Ivana Primorac). Pregi che, come dimostrano i recenti successi al botteghino, non è scontato aspettarsi da ogni biopic.


09/12/2018

Cast e credits

cast:
Keira Knightley, Dominic West, Fiona Shaw, Eleanor Tomlinson, Denise Gough, Aiysha Hart, Robert Pugh, Rebecca Root, Jake Graf, Julian Wadham


regia:
Wash Westmoreland


distribuzione:
Vision Distribution


durata:
111'


produzione:
Number 9 Films


sceneggiatura:
Richard Glatzer, Wash Westmorelan, Rebecca Lenkiewicz


fotografia:
Giles Nuttgens


scenografie:
Michael Carlin


montaggio:
Lucia Zucchetti


costumi:
Andrea Flesch


musiche:
Thomas Adès


Trama
La giovane scrittrice Colette fa da ghost writer al marito. Il successo del personaggio da lei creato, Claudine, diventerà un modello per tutte le ragazze francesi e sarà di incoraggiamento per la stessa autrice
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