Ondacinema

recensione di Giuseppe Gangi
4.5/10

25 milioni di budget, più di 100 milioni di dollari d'incasso worldwide. L'evidenza di questi numeri è sufficiente per definire il successo finanziario di "Everything Everywhere All At Once", maggiore successo di botteghino della casa di produzione e distribuzione A24 - ormai un brand, oltre che una factory del circuito indie americano. Il trionfo al box office non si sta ripetendo in Italia dove il film, dopo circa tre settimane di programmazione, ha incassato meno di 400 mila euro, troppo poco considerando il battage pubblicitario (l'altisonante tagline grida "il film definitivo sul multiverso"), le proiezioni presentate da Jonathan Ke Huy Quan e l'hype su un titolo che negli Stati Uniti e in giro per il mondo ha fatto impazzire tutti, critica compresa che si è prodigata in elogi per la creatività dei registi. È probabile, però, che il film abbia scontato l'ormai cronico ritardo della distribuzione perché, dopo più di sei mesi dalla prima presentazione, chi voleva vederlo ne aveva avuto ampia possibilità, in un modo o in un altro.

Gli autori sono i Daniels, al secolo Daniel Scheinert e Daniel Kwan, partner artistici da più di un decennio, registi di videoclip e giunti alla seconda regia per il cinema. Dopo "Swiss Army Man", i Daniels sono rimasti all'interno di un regime indipendente, benché affiancati in veste di produttori dai fratelli Anthony e Joe Russo, artefici dei maggiori incassi del Marvel Cinematic Universe. A legare queste due coppie creative è il multiverso, elemento ormai pervasivo nei cinecomic Marvel. Dagli ultimi titoli degli Avengers a "Spiderman: No Way Home" a "Doctor Strange nel multiverso della follia", l'espediente degli innumerevoli universi che esistono parallelamente al nostro è divenuto centrale per espandere i confini narrativi e sorprendere gli spettatori con tanto tanto fanservice. La novità da tutti salutata come una boccata d'ossigeno riguarda la completa originalità di "Everything Everywhere All At Once", che non appartiene a nessun franchise né ad alcun universo (cinematografico, letterario, fumettistico) preesistente.
Fin qui dati pressoché oggettivi che cercano di rilevare i meriti dell'operazione di Scheinert e Kwan.

"Everything  Everywhere All At Once" inizia come una variante del commedia da Sundance sulle famiglie disfunzionali. Il nucleo familiare è composto da Evelyn e Waymond Wang, emigrati cinesi negli Stati Uniti d'America e proprietari di una lavanderia, e dalla figlia Joy che ormai malsopporta la madre. La famiglia si riunisce per i preparativi della festa di compleanno dell'anziano Gong Gong (il nonno materno in cinese), al quale la donna vuole evitare lo shock di rivelare l'omosessualità della figlia, presentandole la fidanzata (accorsa pure lei). La trama può ricordare altri film sulle minoranze etniche in America, come "The Farewell - Una bugia buona", ma è chiaro come il titolo rappresenti anche la strategia usata dai Daniels per portare al punto di rottura il personaggio di Evelyn che, oltre alla questione familiare, deve affrontare anche il fardello delle economie domestiche. Accolti da una perfida Jamie Lee Curtis nelle vesti dell'agente delle entrate Deirdre Beaubeirdre, decisa a scoprire ogni piccola o grande frode ai danni dell'erario, è durante questo appuntamento che la protagonista scopre come ci siano innumerevoli versioni di sé stessa e di suo marito e che lei è forse l'unica a poter salvare tutti dalla terribile minaccia di Jobu Tupaki, una sorta di distruttore di universi. 
Dettaglio più, dettaglio meno, la trama viene chiarita esattamente in questi termini. La destituzione di ogni serietà è, d'altra parte, la chiave scelta dai Daniels sia per la rilettura del concetto di multiverso, sia per risolvere la crisi personale e familiare. Sin dalle prime scene i registi disseminano gli indizi sull'imminente deragliamento della linea narrativa verso altre direttrici: la prima inquadratura è uno zoom digitale dentro il riflesso di uno specchio dentro cui "entriamo", riferimento a un andamento che da multiprospettico diviene multidimensionale.

Il meccanismo degli universi paralleli replica le connessioni di "Matrix" delle sorelle Wachowski ma, invece dei software da scaricare direttamente sul sistema nervoso, in "Everything Everywhere All At Once" viene ideata la tecnica del "saltaverso": mettendo in atto delle azioni talora anti-intuitive, talora stupide e scelleratamente autolesioniste, il saltaverso connette i personaggi agli universi paralleli da cui attingere per imparare istantaneamente le abilità delle altre versioni di sé (acrobatici cuochi di teppanyaki, marzialiste diventate attrici etc.). Kwan e Scheinert si lambiccano in gag sempre più pesanti muovendosi tra gli ingranaggi di universi narrativi che hanno solo la bizzarria quale comune denominatore. Questa continua ricerca dell'elemento comicamente eccentrico e nonsense non genera una travolgente baraonda né necessariamente meraviglia: gli altri universi, ossia i diversi film possibili, sono solo impertinenti varianti dell'unico universo che interessa loro, quello iniziale. Le digressioni traboccano di gargantuesca meta-ironia e citazionismo, talvolta messi a bella posta per la felicità di ogni millennial. A partire dal casting, con la presenza di tre icone, ossia Jonathan Ke Quan, Shorty in "Indiana Jones e il tempio maledetto" e Data ne "I Goonies", Jamie Lee Curtis in una inedita versione da villain e Michelle Yeoh, diva di prima grandezza del cinema cantonese tra anni 80 e 90, intorno a cui ruota il film e in un ruolo inizialmente pensato addirittura per Jackie Chan. Fino ad arrivare ai collegamenti intertestuali che riguardano la storia di artista marziale e attrice di Michelle Yeoh, che nel romanticismo malinconico del suo amore perduto trova un ovvio calco estetico di Wong Kar-wai, il piano ludico dell'azione violenta come in certo Takashi Miike, l'esplicita parodia di "Ratatouille", l'altrettanto esplicito omaggio a Michel Gondry, forse vero padre spirituale di Kwan e Scheinert, di cui però non riescono a replicare il sentimento di tenera disperazione. E, allora, la distensione narrativa - la durata è di 140' - pare lavorare per mero accumulo di trovate bislacche, strozzando il film sul piano epico e deprimendo l'emozione verso una retorica facile, protagonista da molti anni della poetica Pixar. A tal proposito, è lampante l'assonanza col contemporaneo "Red" sia per le dinamiche, sia per la morale benché con un netto cambio di prospettiva: nel film Pixar il punto di vista dominante è quello della ragazzina, qui la protagonista è la madre di mezz'età che deve fare i conti con l'eventualità di un fallimento esistenziale, ma in entrambi i casi i percorsi di formazione e reciproca comprensione camminano parallelamente.

La logica lineare, i dialoghi imbevuti di ansia da spiegazione si riversano su un piano formale costituito da una grammatica sostanzialmente paratattica e snodi visivi consecutivi, poiché la messa in scena di Kwan e Scheinert è sempre centrata sul movimento e l'espressività dei personaggi. In tal senso, le sequenze action presentano coreografie più divertenti che mirabolanti e il dialogo tra i vari universi è costruito per stacchi di montaggio parallelo che non contribuiscono ad alcun climax, ciascuno ingabbiato in linee narrative rette che si incontrano idealmente in una prevedibile analogia sentimentale. 
L'immagine del buco nero della depressione come "grande bagel" da farcire con tutte le esperienze fatte e le cose viste nel multiverso dimostra come ai Daniels non manchino le idee (benché questa riprenda Mamoru Hosoda), ma l'abilità di svilupparle all'interno di un'architettura narrativa che li supporti e li sopporti. La frammentazione identitaria causata da una parte dalla società, dall'altra dalla pressione familiare, si palesa dopo poco come chiara metafora degli universi paralleli. E, infatti, se si evince una somiglianza coi fratelli Russo, ormai veri "re Mida al contrario", questa consiste proprio nella ricerca di una chiave che esaurisca da sé e in sé il senso del multiverso, in modo che tutto si allinei e si risolva.


27/10/2022

Cast e credits

cast:
Michelle Yeoh, Stephanie Hsu, Jonathan Ke Quan, Jamie Lee Curtis, Jenny Slate, James Hong


regia:
Daniel Scheinert, Daniel Kwan


titolo originale:
Everything Everywhere All At Once


distribuzione:
I Wonder Pictures


durata:
140'


produzione:
A24, AGBO, IAC Films, Year of the Rat


sceneggiatura:
Daniel Kwan, Daniel Scheinert


fotografia:
Larkin Seiple


scenografie:
Jason Kisvarday, Amelia Brooke


montaggio:
Paul Rogers


costumi:
Shirley Kurata


musiche:
Son Lux


Trama
Evelyn Wang gestisce una lavanderia a gettoni. Ha una figlia adolescente che non riesce più a comprendere, forse a causa di quell’età in cui ogni cosa diventa un evento; ma ha anche un padre un po’ rintronato e il suo matrimonio è da tempo giunto a conclusione. Un controllo fiscale rappresenterà per Evelyn la porta verso un mondo straordinario. Anzi, non uno soltanto, ma molti e paralleli: il multiverso esiste e sarà quanto mai reale.