Ghost in the Shell – L’attacco dei cyborg

Ghost in the Shell – L’attacco dei cyborg


Mamoru Oshii

Animazione, Azione, Fantascienza | Giappone
(2004)

“Ghost in the Shell – L’attacco dei cyborg” è il sequel del capolavoro di Mamoru Oshii, “Ghost in the Shell” 

A distanza di nove anni Oshii Otomo riporta sul grande schermo la mitica Sezione Nove che molti interrogativi aveva lasciato e tanti cuori aveva infranto attraverso la sua eroina, il Maggiore Kusanagi Motoko. 
Il gruppo è ancora capitanato dall’astutissimo Aramaki, un apparentemente innocuo vecchietto con i capelli orizzontali, l’atletico Batou e la recluta Togusa, l’unico quasi umano della squadra che di sintetico ha solo una espansione del cervello. 
Siamo nel 2034 e la struttura si occupa delle stesse delicatissime faccende che già ci erano note ai tempi del Maggiore. Maggiore che è ufficialmente dispersa/latitante, libera nella Matrice dopo essersi fusa con il Signore dei Pupazzi, una Intelligenza Artificiale che è anche senziente. 
Il Maggiore è sparita con cose che non le appartengono, a cominciare da quella macchina da guerra che è il suo corpo cibernetico ma soprattutto l’hard disk che rappresenta la sua memoria e quindi la storia stessa di questa struttura top secret. 
Un nuovo caso è al vaglio di Aramaki. 
Le Ginoidi, cyborg femminili “dotati di organi non necessari” (quelli necessari al sesso insomma), invece di “una botta e via” hanno ammazzato i loro clienti e chiunque si fosse trovato nei paraggi.
Comprendendo la lista uomini politici e di pubblica sicurezza, c’è il rischio che si tratti di terrorismo, competenza della Sezione Nove. 
Batou e Togusa partono con le indagini che presto conduce ai responsabili, con una velocità e una astuzia che insospettisce il giovane Togusa al quale sale il dubbio che Batou sia guidato da qualcuno. 
E su chi sia quel qualcuno si fa presto un’idea. 
Oshii gira il sequel di un capolavoro evitando di cadere nelle facili trappole dell’auto-celebrazione e del didascalismo; così questo secondo capitolo si integra col primo e si completa, a cominciare dal cambio di punto di vista il cui testimone passa dalla bella Motoko al pragmatico Batou. 
Dopo tutto, i due episodi del film non sono altro che una storia d’amore non dichiarato tra due macchine che, peggio degli umani, parlano due lingue totalmente diverse. 
Oshii ha avuto anche la felicissima idea di lasciare la briglia sciolta al compositore Kawai Kenji la cui colonna sonora prende spesso le redini del gioco e costruisce con le animazioni di Oshii dei piccoli capolavori in formato videoclip. 
Prova ne è l’arrivo dei due detective alla Frontiera Nord, vista prima dall’alto in uno scenario post-apocalittico e solcata da frotte di gabbiani per poi far abbassare l’inquadratura che segue in plongée una sorta di processione carnescial-religiosa introdotta da un elefante riccamente bardato cui seguono maschere, vascelli, guerrieri, demoni e ballerini che procedono con lentezza davanti una folla muta e incappucciata. 
È una sequenza totalmente gratuita, di “tono” e non di “trama”, che si può espungere senza creare buchi nella sceneggiatura ma che si lascia lì dov’è semplicemente perché rende l’idea, mostrandola anziché dicendola. 
Il tratto di Oshii è molto netto e la palette cromatica addirittura esplosiva. Tali inserti, disseminati lungo tutto il film, vanno a bilanciare le visioni oggettive dell’occhio cibernetico di Batou, le immagini a media-bassa definizione dei filmati di sorveglianza, le radiografie degli scanner piazzati un po’ ovunque, insomma tutto quel corredo di visioni fredde e geometriche cui fanno da contraltare queste immagini di un mondo non più a colori ma già colorato e dalle forme sinuose anziché regolari. 
Prova ne è il cane di Batou, un cameo quasi onnipresente di Gabriel, il Basset Hound di Oshii, con le lunghe orecchie, la tendenza alla pinguedine che risalta sulle sue gambette corte e l’indole perennemente impigrita, insomma l’antitesi stessa delle dinamiche slanciate e potenti degli organismi cibernetici. 
Le messe in quadro di Oshii sono molto profonde e riccamente dettagliate sicché non stupisce che i tempi di realizzazione dei suoi film siano molto lunghi. 
Se il soggetto apparente del film è il (cyber)sesso, sottotraccia scorre una storia d’amore, struggente perché mai confessata neanche a se stessi, quella tra Batou e Kusanagi che nei loro dialoghi danno l’impressione di dover squarciare un velo troppo resistente prima di potersi comprendere appieno. Ce lo mostra lo sguardo imprevedibile, quasi irrazionale, del Maggiore che spalanca gli occhi azzurrissimi mentre la telecamera si avvicina in un primissimo piano che mette in evidenza la ghiera del loro obiettivo svelando così la loro natura artificiale. 
È lo stesso velo che in altri contesti e in altri tempi i poeti frammettevano tra il loro ardore e la donna e che poco si differenzia da questa frase detta in uno dei dialoghi: “Le ginoidi sono costruite a immagine e somiglianza non della donna ma della sua idealizzazione”. 
Allora restano i segni “ottusi”, irriducibili ma sostanzialmente marginali, potenti di implosione: quando Batou mette un giacchino sul corpo nudo di Kusanagi (una scena già vista nel primo episodio) riusciamo a percepire questo focolaio di amore che Batou si nega e Kusanagi si impegna a disconoscere. 
Dopotutto, se la scena iniziale del primo episodio è la genesi del Maggiore, in questo secondo sono due i cyborg che nascono e infine si baciano
Le visioni post-apocalittiche con le dominanti cromatiche nero-bianco-dorato esploso, ricordano molto da vicino la palette di Dalì cui si rende omaggio anche attraverso “La donna in fiamme”, la cui sensualità è rappresentata dai cassetti che ci fa vedere nelle ginoidi dilaniate dalle armi potentissime di Batou
“Ghost in the Shell 2: Inosensu” (tradotto abbastanza arbitrariamente in “L’attacco dei cyborg”) tocca temi poetici e filosofici, quando è messa in crisi ogni operazione di reminiscenza in quanto spesso fallace (nel film è un’arma di intrusione nei ricordi dei nostri eroi) ma è attraverso la prima, la poesia, che Batou e il Maggiore si rincontrano: per trovare scampo gli uccelli salgono in alto nei cieli e i pesci si calano nella profondità del mare
Lì, memore di come Kusanagi metteva alla prova se stessa e la sua discussa umanità, lasciandosi andare come un sommozzatore col rischio di non riuscire a più riemergere, che la ritroverà anche se lei, tutto sommato, era sempre stata accanto a lui. 
L’ultima sequenza sembra un arrivederci e, trattandosi dell’amore, scorre anche un brivido: Togusa torna a casa dopo la missione e porta alla figlioletta una bambola. 
Essa ha lo stesso sguardo del maggiore Kusanagi Motoko.

06/04/2016

Cast e credits

Titolo Originale
Inosensu
Distribuzione
Toho Company - Eagle Pictures
Durata
105'
Produzione
Bandai Visual Company - Buena Vista Home Entertainment - Studio Ghibli
Sceneggiatura
Masamune Shirow (manga) – Mamoru Oshii (sceneggiatura)
Fotografia
Miki Sakuma
Musiche
Kawai Kenji

Trama

A distanza di nove anni Oshii Otomo riporta sul grande schermo la mitica Sezione Nove che molti interrogativi aveva lasciato e tanti cuori aveva infranto attraverso la sua eroina, il Maggiore Kusanagi Motoko...
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