Godland – Nella terra di Dio

Godland – Nella terra di Dio


Hlynur Pálmason

Drammatico, Storico | Danimarca, Islanda
(2022)

Hlynur Pálmason cambia temi, riaccende i colori di “A White, White Day – Segreti nella nebbia”, il lavoro che nel 2019 l’ha messo sulla mappa del cinema internazionale, e gira “Godland – Nella terra di Dio”, la storia di Lucas (Elliott Crosset Hove), un prete luterano danese, che parte per l’Islanda con l’obiettivo di estendere i confini spirituali del regno di Danimarca nel XIX secolo. La ferocia della natura e la diversità culturale metteranno a dura prova la sua fede. Il terzo lungometraggio del regista islandese mette in scena la lotta per la sopravvivenza, la volubilità dello spirito, l’implacabilità della natura, la diatopia linguistica come barriera comunicativa, interpretativa, il confronto tra ciò che è transeunte e ciò che permane.

4:3

Sin dall’inizio, è evidente lo scontro tra i 4:3 del film – il formato quadrato che negli ultimi tempi sta spopolando, pensiamo ai recentissimi “Le otto montagne“, “Le vele scarlatte” – e i campi lunghi islandesi: vediamo di nascosto, dall’occhiello della porta, dall’otturatore della macchina fotografia, in profondità. È una messa in scena dichiarata, programmatica; Pálmason non si nasconde, forgia la narrazione a immagine e somiglianza della struttura visiva, copre ogni angolo prospettico: da sotto, a plongée, a mezzo busto, carrellata, rotazione e iperrotazioni lentissime, de-subordinate rispetto ai protagonisti.

L’armamentario tecnico di Pálmason tiene a galla i primi quaranta minuti del film, il road movie, Lucas che attraversa l’Islanda e si confronta con la brutalità della natura. La narrazione è gradevole, il sottotesto del viaggio, della scoperta conferisce la dinamicità minima che serve alla trama per non implodere. È ciò che accade, però, nella seconda parte. “Godland” si perde, nella rotazione a 360 di Lucas a cavallo, nell’impianto iper-didascalico che lo alimenta. Pálmason diluisce, disperde il buono della prima parte, l’immagine di uomo, un prete, che chiede a Dio di farlo tornare a casa, nudo e solo a confronto con la propria vincibilità; l’istantanea di una croce in legno che galleggia nel fiume nonostante chi la portava sia morto – la natura ci sopravvive, ha un’arroganza escatologica; il regista rincorre l’intensità di quel momento senza ritrovarla.

La sensazione che il film giri in tondo, prosegua per inerzia, che sia doveroso, per imbastire un discorso consistente, stratificato, che dia corpo e immagine – al limite del plagio sul piano teoretico – al “dialogo tra un islandese e la natura”, divora la fluidità narrativa del film, l’appesantisce.

Proprio Leopardi, nel dialogo, frena sul nascere le velleità universalistiche dell’islandese, le aggira, e al termine, addirittura, interrompe bruscamente la narrazione. Pálmason imposta una riflessione tutta spirituale, che si ripete, e perde di forza nella sua brachilogicità intrinseca. L’ossessione teologica resta metalinguaggio sterile – al contrario, per esempio, di ciò che avviene in “Corpus Christi“.

Cuore di tenebra

“Godland”, scrivono alcuni, conserva l’idea civilizzatrice del viaggio in “Cuore di tenebra”, i sentieri islandesi sono il fiume Congo. Può darsi, vagamente, ma non per intenzionalità: lo scuoiamento degli animali, il sangue sulle pietre, la decapitazione delle galline cercano di rompere l’incantesimo della suggestione in cui si è ficcato Pálmason senza riuscirci. “Godland” è, soprattutto nella seconda parte, un film evocativo, dottrinale, che s’impantana nel dialogo tra mezzo e messaggio – vedi tema della fotografia – nella ricerca compulsiva di un’epica che non trova, nell’atmosfera favolistica incosistente, voluta o non voluta? In fondo ai campi lunghi, il vulcano fagocita la terra fredda e la storia stessa.

Linguaggio

Di “Godland” portiamoci a casa la riflessione sul linguaggio. La grammatica cinematografica di Pálmason, almeno in parte, replica la peculiarità allofonemica dell’islandese, l’inacessibilità, anche intuitività, persino di un parlante nativo di una lingua germanica affine, il senso di straniamento. È il primo ostacolo che Lucas deve affrontare, il fatto che la sua guida non lo comprende, i silenzi, le voci della natura – rimane la difficoltà più grande.

L’incomunicabilità tra Lucas e la guida ossigena il discorso idiosincrasico della storia, quello più riuscito. Che da un lato ragiona sull’informazione illocutiva, dall’altro su quella perlocutiva, e infine culturale, storica: l’islandese che risponde solo nella sua lingua pur sapendo il danese. Un dialogo intraducibile, che mette a nudo la funzione nucleare del linguaggio ed è, al contempo, anche lo scambio insondato tra due poetiche, come scriveva Sanguineti. Paradossalmente, nel resto del film, l’errore di Pálmason è proprio cercare in tutti i modi di tradurre ogni aspetto di “Godland”. 

18/01/2023

Cast e credits

Titolo Originale
Vanskabte land
Distribuzione
Movies Inspired
Durata
143'
Produzione
Film i Väst, Garagefilm International, Join Motion Pictures, Maneki Films, Snowglobe Films
Sceneggiatura
Hlynur Pálmason
Fotografia
Maria von Hausswolff
Scenografie
Frosti Friðriksson
Montaggio
Julius Krebs Damsbo
Musiche
Alex Zhang Hungtai
Costumi
Nina Grønlund

Trama

Lucas, un prete luterano danese, parte per l’Islanda con l’obiettivo di estendere i confini spirituali del regno di Danimarca nel XIX secolo. La ferocia della natura e la diversità culturale metteranno a dura prova la sua fede.
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