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recensione di Alessio Cossu
7.0/10

Dopo una settimana di anteprima nelle sale della Sardegna è approdato anche nel resto del territorio nazionale "Il muto di Gallura", esordio registico di Matteo Fresi. Il film è l’esito dell’adattamento cinematografico, operato dal tandem di sceneggiatori costituito dallo stesso regista, di origini galluresi, e da Carlo Orlando, a partire dall’omonimo soggetto originario di Antonio Costa (1841-1909), scrittore di origine sassarese. Definito da Manlio Brigaglia “reportage in forma di novella lunga”, il testo di Costa, per la sua natura ibrida ha posto gli sceneggiatori di fronte a una serie di scelte piuttosto impegnative per quanto riguarda genere, linguaggio e focalizzazione del film.

L’opera di Fresi può essere considerata un biopic in quanto tratta della biografia, seppur romanzata, del bandito Sebastiano Tansu, ma per l’intreccio presenta i tratti del dramma, con evidenti debiti nei confronti del western di Sergio Leone e qualche tinta decisamente gore. Il protagonista è personaggio storicamente esistito, ma anche deformato dalla leggenda popolare. Per la grammatica di regia è nella scelta della lingua che si evince la distanza maggiore rispetto al testo di Costa: la scelta dell’idioma sardo risponde all’esigenza di ottenere una maggiore aderenza all’ambiente sociale e culturale nel quale si svolge la vicenda. A questo proposito giova ricordare che Costa, vissuto nella temperie culturale e letteraria del verismo, piuttosto che trarre ispirazione per le proprie opere dagli scrittori d’oltre Tirreno si adoperò per proporre un timbro narrativo genuinamente isolano che rovesciasse, ad esempio, il rapporto tra storia e arte. Il concetto di ascendenza manzoniana secondo cui la prima doveva essere subordinata alla seconda, risultava perciò ribaltato. Al punto che la narrazione veniva intessuta, a volte in modo pedante, di una messe di informazioni di carattere storiografico, ma anche geografico, e perfino folkloristico. Il Costa, ad esempio, criticava aspramente coloro che dall’esterno, poco conoscendo la realtà dell’isola, ne parlavano trinciando giudizi superficiali. A tale proposito, è interessante osservare come nel film di Fresi vi è una sequenza che, per quanto assente nel romanzo, tende a ribadire indirettamente tale concetto: l’ufficiale inviato per ristabilire l’ordine e porre fine alla faida tra i Vasa e i Mamia pensa di poter risolvere il problema unicamente con arresti e confische. Il lavoro degli sceneggiatori è perciò consistito da un lato nella espunzione dal testo filmico delle informazioni ridondanti e dall’altro nell’adozione della lingua sarda come contrassegno di una adesione più diretta al microcosmo isolano e gallurese nella fattispecie. Significativamente, a esprimersi in italiano sono solo due personaggi: il curato, che con la ragionevolezza cerca di placare i risentimenti tra le famiglie, e l’ufficiale responsabile del drappello di soldati inviati dall’autorità nazionale. Tale ripulitura non priva peraltro lo spettatore della godibilità estetica del profilmico: nelle inquadrature l’ambiente naturale e quello domestico, così come i costumi, giocano un ruolo importante.

Grazie alla fotografia sobria ma azzeccata pare di vedere i dipinti di Filippo Figari, Antonio Ballero, Carmelo Floris e dei costumbristi spagnoli. Per quanto riguarda la focalizzazione, nel testo del Costa vi è un narratore chiaramente onnisciente che, tra l’altro, non nasconde il proprio punto di vista sulla vicenda partecipando empaticamente alle vicende narrate. Un punto di vista tutt’altro che asettico e distaccato, dunque. Sono i dialoghi, anzi, a essere ridotti all’osso. Nel film di Fresi tutto ciò si è tradotto in inquadrature proprie del suddetto stile narrativo, ovvero con almeno tre significativi dolly dal basso verso l’alto a mostrare una visione demiurgica, complessiva, che include anche gli sfondi in campo lungo, il paesaggio gallurese muto testimone degli eventi. Quando invece si vogliono evidenziare i momenti più drammatici, le inquadrature si stringono sui personaggi, con un uso tuttavia parco del dettaglio, riservato agli oggetti, come ad esempio le armi, quasi che l’essenza della drammaticità scaturisca più da altri fattori, come la dilatazione del tempo del racconto, o il peso delle parole nelle sequenze dialogiche asciutte, talvolta sentenziose. Esse si configgono nella memoria dello spettatore in modo più schietto e incisivo perché Fresi, rinunciando a una voce narrante, rinuncia anche a una loro mediazione, interpretazione o commento che dir si voglia. Solo didascalie di raccordo. Sotto questo punto di vista la distanza rispetto al romanzo è perciò più palpabile. Interessante anche la colonna sonora che, più che esaltare la singola inquadratura, funge da collante e mulinando tra i delitti che si consumano colorisce le vicende di una malinconica ineluttabilità. É proprio questo senso di ineluttabilità la genuina matrice materica del film, con la coazione a ripetere data dalla successione degli omicidi che hanno il sapore di "Cronaca di una morte annunciata" di Gabriel Garcia Marquez. Inoltre, assoluta novità rispetto al romanzo, lo stigma sociale di cui il muto è vittima fin dall'infanzia diventa una sorta di motore drammatico indiretto nella misura in cui la sua abilità nell'uso delle armi lo riscatta socialmente. Il silenzio del soggetto originario su questo aspetto non ha impedito questa caratterizzazione del protagonista, aggiungendo dunque alla vicenda una dimensione psicologico-introspettiva inedita.

Per quanto riguarda l’intreccio, Fresi si è adeguato alla linea narrativa scelta da Costa, con un brevissimo incipit in medias res e il cuore della vicenda reso con un lunghissimo flashback. La conclusione del film marca invece una maggiore distanza rispetto al soggetto originale: Sebastiano Tansu non scompare nel nulla, ma muore di morte violenta per mano di Pietro Vasa. Tra le interpretazioni degli attori, oltre a quella del protagonista Sebastiano Tansu (l’Andrea Arcangeli della serie TV "Romulus"), spicca quella di Noemi Medas (già vista in "Perfidia" di Bonifacio Angius), nei panni di Mariangela Mamia.           


24/08/2022

Cast e credits

cast:
Andrea Arcangeli, Marco Bullitta, Giovanni Carroni, Syama Rayner, Aldo Ottobrino, Noemi Medas Syama Rayner, Giovanni Carroni, Marco Bullit


regia:
Matteo Fresi


titolo originale:
Il muto di Gallura


distribuzione:
Fandango


durata:
103'


produzione:
Fandango, Rai Cinema, Fondazione Sardegna Film Commssion


sceneggiatura:
Enrico Costa, Matteo Fresi, Carlo Orlando


fotografia:
Gherardo Gossi


scenografie:
Alessandro Vannucci


montaggio:
Valeria Sapienza


costumi:
Monica Simeone


musiche:
Paolo Baldini Dubfiles, Alfredo Puglia, Filippo Buresta


Trama
Nella Gallura della seconda metà dell'800, Bastiano Tansu, sordomuto ed emarginato, si unisce alla famiglia di Pietro Vasa che ha ingaggiato una faida con quella di Antonio Mamia, seminando morte e terrore.